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ASIA/BANGLADESH – “Guerra alla droga”: è necessario un approccio che rispetti i diritti umani



Dacca – Urge un approccio rispettoso dei diritti e della dignità umana al problema della droga in Bangladesh: lo dice all’Agenzia Fides Rita Haldar, assistente sociale che opera a Dacca, commentando la “guerra alla droga” che le forze di sicurezza del Bangladesh hanno lanciato uccidendo oltre 140 persone e arrestandone 18.000 in tre settimane. E’ questo il frutto di campagna promossa dal governo del Primo ministro Sheikh Hasina che, secondo alcuni osservatori, ha accolto un approccio utilizzato nelle Filippine dal Presidente Rodrigo Duterte. La campagna antidroga è stata approvata dalla Hasina il 15 maggio. Il Bangladesh sta prendendo in considerazione l’introduzione della pena di morte per reati connessi alla droga.
La campagna mira a fermare la diffusione della “ya ba”, come è chiamata in lingua bengalese una metamfetamina che nel paese registra un volume di affari pari a 3 miliardi di dollari l’anno, secondo cifre del governo.
“C’è un approccio violento e repressivo, che non esclude uccisioni extragiudiziali e arresti arbitrari. La repressione nel paese deve fermarsi” osserva Haldar. “Urge un’alternativa rispetto a uccidere e arrestare persone indiscriminatamente”, lamenta. “Le persone che hanno problemi con la droga nel paese hanno bisogno di seguire un processo di riabilitazione e reintegrazione nella società piuttosto che di violenza o di essere eliminate. La campagna del governo va contro i diritti umani e la dignità”, dice Haldar all’Agenzia Fides.
Attivisti per i diritti umani affermano che il primo ministro Hasina e il suo partito Awami League intendono frenare il mercato delle droghe illecite e usarlo come strumento politico per vincere elezioni politiche previste nel 2018. “La campagna antidroga in Bangladesh semina il terrore e consoliderà il potere politico, ma non servirà a sradicare la droga”, affermano.
Secondo gli attivisti, la campagna in Bangladesh si basa su dati e testimonianze dubbie: il governo del Bangladesh afferma, senza prove concrete, che che sette milioni di cittadini sono dipendenti dalle droghe. Presunti spacciatori di droga sono stati uccisi durante le operazioni di polizia. Il Ministero degli interni del Bangladesh ha detto che gli agenti hanno ucciso perché i sospettati hanno resistito all’arresto.
In Bangladesh il governo era già accusato di perseguitare l’opposizione politica e i difensori dei diritti umani, prima di questa “guerra alla droga”. “Se la vera intenzione del governo è affrontare il problema della droga del Bangladesh, bisognerebbe guardare a modelli efficaci di sanità pubblica implementati in alcuni paesi vicini”, conclude Haldar .
In Malesia, il governo ha messo in atto programmi sociali che considerano la droga come una “questione di salute pubblica” e non come mero problema di ordine pubblico. In Thailandia, dopo un approccio punitivo seguito nell’era del presidente Thaksin Shinawatra, la società civile ha sostenuto un cambiamento in questa politica, introducendo un approccio più pragmatico e orientato alla salute, rileva Jonas Bagas, attivista che lavora per “Apcaso”, una rete regionale di Ong. “Questi programmi – nota – non sono perfetti, ma si rivelano un approccio più umano e anche più efficace al problema della diffusione e del consumo della droga”.

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