Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

James Brown: la quintessenza del ballo in discoteca!

// di Francesco Cataldo Verrina //

Nell’epopea d’oro della Disco Music, soprattutto fra il 1973 ed il 1977,  periodo pre- Saturday-Night-Fever, i dischi di James Brown dilagarono nelle discoteche e nelle classifiche di tutto il mondo, trascinando in pista milioni di ballerini ed avvolgendoli nelle spire del soul e del funk con uno stile che aveva definito nei decenni precedenti.  La sua musica fatta di riff taglienti ed ululati quasi animaleschi, aveva una predisposizione naturale al ballo, portando con sé il ritmo della grande madre Africa e suoni sincopati delle metropoli Nordamericane. Generazioni di dance-makers si sono abbeverati alla sua fonte, spesso rubando e copiando senza limiti e contegno. Senza artisti come James Brown, forse, non ci sarebbe stata quella che noi oggi chiamiamo Disco Music, momento epocale per la discografia mondiale, non solo sotto il profilo ludico, ma lubrificante sociale in grado di facilitare l’emancipazione e l’integrazione musicale di molti artisti Afro-americani, finalmente, condivisi ed accettati anche dal pubblico bianco.

Il suo generoso cuore ha smesso di battere nella notte di Natale del 2006 in un ospedale di Atlanta dove era stato ricoverato per una polmonite. James Brown ha lasciato un vuoto incolmabile nel mondo della musica mondiale, come altri grandi che lo hanno preceduto. Solo una stella di prima grandezza poteva pensare di morire il giorno di Natale. Il reverendo Jesse Jackson rese subito omaggio al padrino del soul, mentre l’allora presidente Bush mandò il suo messaggio di cordoglio dalla Casa bianca al “Funky President” per antonomasia.

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La prima volta che ho fatto girare un vinile in un locale è stato un disco di James Browm. Da allora, sono passati quarantacinque anni e, vi garantisco, che ogni tanto prendo quel vecchio 45 giri (Think) del 1973, lo riascolto e provo ancora le medesime emozioni. Addirittura, in un disco rap, da me prodotto nel 1993 insieme ad alcuni amici, ne ho campionato il loop.

James Brown rappresenta un importante ed avvincente capitolo del sogno americano, quello di un ragazzino nato in una contea dell’estremo Sud, e che, dopo essersi trasferito in Georgia, viene abbandonato dai genitori, divenendo un giovane delinquente, che vive di espedienti e sempre al limite della legalità. Ma è proprio la musica ha tirarlo fuori dal carcere. Sarebbe riduttivo considerare il “Signor Dinamite” un artista “disco”, ma James Brown resta comunque la quintessenza del ballo in discoteca. Non esiste altro artista al mondo che abbia avuto tanti “campionamenti” o rifacimenti dei propri dischi. Non c’è DJ al mondo che non lo consideri una vera icona della dance-music. Di James Brown una celebre giornalista ha scritto che forse esiste qualcuno più bello e forse più bravo di lui, aggiungendo però che Brown sapeva produrre il miglior show e che valeva la pena di spendere soldi per andarlo a vedere: nulla da fare per tutti gli altri, il “re” è (era) lui. Non si può che essere d’accordo, considerando le circa 150 canzoni di successo, i quasi 100 album e le 300 e rotte serate all’anno, attività che ha condiviso, fino a 78 anni, con gli impegni derivanti dalla sua catena di ristoranti e dalle sue apparizioni in radio, TV, spettacoli et similia.

Nato nel 1932 nei South Carolina, sotto il segno del Toro, percorre in salita tutta la faticosa gavetta di “povero negro” fino a diventare “Mr. Dynamite”, “Mr. Please, Piease”, incarnazione vivente del R&B, sacro mito della musica soul e infine simbolo del Black Power, con uno sconfinamento nel regno dello show-biz fino alle non facili zone del potere politico, di cui diventa comunque un influente rappresentante. A 24 anni s’impone all’attenzione del pubblico, che comincia a vedere in lui un esponente della black music, con “Please, Please, Please”. Sono i tempi di Tutti Frutti di Little Richard, e il gruppo di Brown, chiamato Famous Flames, interessa subito a manager e discografici. Scritturato dalla King, passa di successo in successo con “Try Me” (citiamo solo il più significativo) e dodici Hits in soli due anni. Il 24 ottobre del 1962, in occasione di un suo memorabile concerto all’Apollo Theatre di Harlem, la King registra tutto lo spettacolo, realizzando un memorabile album dal vivo, “Live at the Apollo”, che vende più di un milione di copie. James è acclamato l’anno seguente come il “numero uno” dei cantanti R&B d’America. Continua a mietere successi ovunque vada e gli impegni lo vedono occupato ogni sera in luoghi diversi; è questo il periodo di formazione e crescita come irresistibile showman: egli diverte poiché ha imparato tutti i segreti del palcoscenico e ha acquistato in breve una padronanza assoluta sullo stage, al punto da essere considerato uno spettacolo a sé: fantasia, grinta e professionismo curati in ogni minimo dettaglio.

La gente, in America e non solo, va pazza per Brown: è il simbolo della “Cenerentola nera” formato uomo e pure di bell’aspetto, il che non guasta mai. Dalla King passa alla Smash, in un guazzabuglio legale dai connotati nebulosi risolto in parte con compromessi e vendite per entrambe le case discografiche. Ancora successi enormi come “Out of Sight”, “I Feel Good, Papa’s Got a Brand New Bag”, “Prisoner of Love”, “Sex Machine”, “Superbad” e Soul Power. Siamo al delirio collettivo e all’obbedienza assoluta di milioni di fans, che rispondono positivamente all’invito di Brown (fatto durante una lunga trasmissione TV a lui dedicata poco dopo l’assassinio di Martin Luther King) di non scendere in piazza. Anche la Casa Bianca ringraziò sentitamente, e quella è gente che non si muove per niente, ma comprese il potere carismatico esercitato da James sulla folla. Chissà quanti deputati e senatori avranno pensato al numero di voti che Brown avrebbe potuto raccogliere in ipotetiche elezioni?

Nel 1966 ritorna alla King, quasi da padrone, ma dopo poco tempo la lascia definitivamente per legarsi alla Polydor, firmando un favoloso contratto che, soldoni a parte, gli garantisce un’ottima distribuzione e un’immagine adeguata in tutto il mondo. Piano piano cominciò a non prodursi più in forsennati spettacoli come in precedenza, quando il suo contributo psicofisico era totale. In ogni caso, si esibisce sempre ovunque lo chiamino: concordata la cifra, non c’era problema, lo show arrivava. Si narra che lavorasse anche per i centesimi, che non buttasse via mai nulla: forse l’umilissima origine o gli stenti della fanciullezza lo spingevano a lavorare in modo frenetico. Contrariamente a tanti colleghi rapidamente scomparsi dalla scena James Brown seppe sopravvivere a molte mode, non si fece mai “incastrare” dagli “spremi-artisti”, ma sorretto da una lucidità davvero singolare e dal fiuto eccellente, rimase sempre a galla senza alcun apparente segno di cedimento. Allietando, tra l’altro, una abbondante seconda generazione cresciuta al suono dello slogan “Say It Loud, I’m Black and I’m Proud”.

Negli anni 70 , James riesce a distillare alcuni piccoli capolavori di Funk metropolitano come “It’s Too Funky in Here”. Il resto è storia.

Discografia Consigliata:

James Brown Plays James Brown Today and Yesterday (1966)

Papa’s Got a Brand NewBag (1966)

Pure Dynamite (1968)

Say It Loud. I’m Black and I’m Proud (1969)

James Brown’s Greatest Hits (1970)

Sex Machine to Day (1971)

Get on the Good Food (1973)

HeIi (1974),

The Payback (1974)

Hot (1975)

The Original Disco Man (1979)

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