Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

DISCO MUSIC..RICORDI DI UN’ESTATE LONTANA, TRA I BAGLIORI DELLE STROBO E GLI ABBAGLI DELLA CRITICA


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// di Francesco Cataldo Verrina //

Volendoci conformare all’ attuale aria d’incertezza non solo sociale, ma anche musicale, abbiamo voluto fare un viaggio a ritroso nel tempo, andando a pescare tra appunti gelosamente custoditi e mai sopiti ricordi. Oggi che le case discografiche non esistono più, almeno di esse rimane solo una diafana parvenza, la musica annaspa in un agitato mare di guai ed i critici musicali, per necessità di sopravvivenza, reggono il moccolo ai vari protagonisti dei talent-show con la complicità delle grosse organizzazioni radiofoniche, dove la musica è diventata un inutile intermezzo a completamento del chiacchiericcio beota dei conduttori che mischiano il nulla al niente.

Siamo sul calare degli anni ’70 e la disco music è padrona assoluta delle charts di tutto il mondo. Gli Italiani avevano accolto, già da tempo il fenomeno con molto interesse, anche in termini mercantili sia pure nell’indifferenza della critica e di talune majors che nicchiavano, merito dell’intraprendenza di alcuni spregiudicati importatori e di talune intraprendenti etichette indipendenti. Esisteva già un “prodotto disco music” confezionato in Italia che aveva vinto la diffidenza perfino delle blasonate classifiche di Billboard, con delle vere punte d’eccellenza riferibili ai fratelli Carmelo e Michelangelo La Bionda, veri iniziatori di un stile assai riconoscibile e frutto di creatività italiana, filtrato attraverso un gusto mediterraneo, ma dai forti connotati europei ed internazionali.

In quei giorni, il rock si stava leccando delle ferite, non più rimarginabili, devastato dalla furia insolente e riottosa del punk che nulla aveva a che spartire con la musica intesa come costrutto concettuale coerente basato su una logica sequenza di note. I critici musicali, assidui frequentatori della sagra della patata lessa, quelli con gli occhialetti da intellettuale, lo sguardo decadente, l’eskimo e la barba piena di pulci sembravano i più spaesati di tutti, auspicando una rinascita del grande rock, elaborando assurde teorie sulla “nuova musica” che aveva invaso ogni più recondita landa del pianeta Terra. I giovani non sembravano più interessati al rock, dopo anni di totale impegno, si andava affermando anche il concetto di “consumo di tempo libero”. Nei Bogart, boss della Casablanca, dichiarava: “Senza i soldi guadagnati con Donna Summer, non avrei mai potuto finanziare il progetto Kiss!”

Infatti, uno dei personaggi dominanti di quel periodo era proprio lei, Ladonna Adrian Gainer, divenuta Donna Summer, dopo aver sposato il tedesco Helmut Summer. In verità quel nome, Donna Summer, venne coniugato per una precisa strategia di marketing e perché facile da ricordare e da pronunciare.

Dopo la battuta d’arresto dovuta alla registrazione della colonna sonora «The deep», in Italia uscita con il titolo «Abissi», Donna Summer si era catapultata nuovamente sul mercato della disco music con un doppio album appena uscito. Indubbiamente la colonna di «Abissi», scritta da Johnny Barry, uno dei più affermati curatori di commenti per film, non doveva aver giovato troppo alla cantante di Boston. Quel soundtrack si presentava poco adatto ai suoi mezzi vocali, anche se la pubblicità continuava ad ammonire il contrario. Fra l’altro la casa distributrice della pellicola aveva iniziato la pubblicità in piena estate, soprattutto per fare da cassa di risonanza all’imminente tournée europea della Summer. E proprio quando tutti i proprietari delle discoteche si affrettavano a fare affari d’oro con quella che era stata definita “la cantante finta” da una una pletora di scribacchini disinformati e saccenti, il mercato discografico non rendeva giustizia al succulento bocconcino estivo. Addirittura alcuni fans, evidentemente molto legati all’inesauribile filone monegasco della Summer, stentavano a riconoscere la loro beniamina in quella colonna sonora, nonostante il management la mostrasse in tutta la sua rigogliosa ed avvenente prosperità. Quella colonna sonora, di pregevole fattura, non fu una scelta azzeccata per la carriera di Donna Summer, tanto da offrire subito l’assist ai soliti critici scontrosi, mentre qualcuno si affrettava a scrivere:” “Uno dei tanti fenomeni di precocità all’italiana. Mentre si continua a non voler comprendere artisti veramente validi, oppure lo si fa con estrema lentezza e superficialità, siamo al tempo stesso velocissimi nel decretare successo ad artisti meno interessanti e logicamente consumistici. Donna Summer e uno di questi casi. E’ popolarissima in Italia da più di due anni, anche se questa estate c’è stata la sua grande stagione…All’estero Donna Summer ha faticato di più per ottenere una popolarità decente, Germania esclusa, visto che e il suo abituale luogo di lavoro.”

Nulla di più falso, certamente le parole del critico venivano usate con lingua biforcuta e disinformata. In quei giorni, in America, i dischi di Donna Summer erano tra i più venduti con “I Feel Love” (nei singoli) ed “I Remember Yesterday» (fra gli album); in Inghilterra piazzatissima in entrambe le categorie con “I Remember Yesterday”, sia come 45 giri che LP. Un fatto che dimostrava solo come l’Italia fosse uno dei mercati più floridi per la disco music ed in in linea con i più importanti paesi del mondo. Merito anche del pullulante etere nostrano, dove centinaia di piccole emittenti si rincorrevano a suon di disco music, nonché sotto la spinta propulsiva di centinaia di nuove discoteche che sembravano essere destinate a diventare l’unico luogo di aggregazione giovanile.

In questi giorni uscì sul mercato “Once upon a time… “, un ritorno sfrenato al genere disco da parte della Summer, che dopo aver saldamente consolidate il suo successo tenta la carta dell’album doppio, tentativo rischioso per chiunque. La Summer, però, era in una botte di ferro: la Casablanca, la piccola etichetta che e riuscita a lanciarla in tutto il mondo, godeva di molto prestigio, oltre che di molto denaro disponibile per la promozione. Insieme ai dischi, per la Casablanca erano arrivati anche i film di successo, tanto che la sotto-denominazione dell’etichetta divenne completa: “Records and Filmworks”.

I critici non persero tempo ad attaccare nuovamente la cantante americana: “Per Donna Summer, prima gallina dalle uova d’oro di questa benemerita fattoria della disco music, il futuro sembra quanto mai roseo. Once upon a time… avrà sicuramente un grosso successo in tutto il mondo, pur senza sconvolgere troppo i suoi ascoltatori, limitandosi a poche cose le novità. La Summer riesce solo a far consumare una musica che non faccia sentire totalmente imbecilli, e questo diventerà un fattore sempre più preponderante in questo genere di musica, visto che gli amanti si sentono sempre più complessati.”

Qualche tempo fa, su un canale digitale, ho visto quello stesso critico che intesseva le lodi della disco anni ’70 e ’80 sferrando un attacco frontale all’attuale EDM, soprattutto intesseva le lodi dei produttori Italiani come i La Bionda, Mauro Malavasi, Claudio Simonetti e di Giorgio Moroder, di cui in quella lontana estate di fine anni Settanta definiva così:“Giorgio Moroder è logicamente ancora la mente, è il vero uomo segreto della Summer, anche se adesso ha provato a costruirsi una sua notorietà sfornando un album; ma probabilmente il colpo non gli riuscirà, forse perché ormai la gente preferisce considerarlo lo scopritore e il tutto fare della cantante. Insieme a loro ha collaborato molto Pete Bellotte, coproduttore e diretto interessato agli affari della Casablanca…”

Quel critico venne puntualmente smentito perché anche i dischi a marchio “Giorgio” raggiunsero presto i quartieri alti delle classifiche a livello planetario. Mentre qualche altro scribacchino dal dente avvelenato, non risparmiava attacchi serrati alla disco music: “…non a caso tutti questi artisti, la Summer in testa, sembrano voler bruciare le tappe a tutti i costi, come se gli tremasse la terra sotto i piedi. E’ la constatazione del successo effimero, del ruolo di semi-superstar estremamente traballante, della popolarità legata ad un singolo azzeccato; insomma una politica dei ruoli alquanto sgradevole che nella musica disimpegnata è sempre esistita e che ci portiamo dietro ogni volta che mandiamo al numero uno artisti che poi a ben guardare non hanno tutte le carte in regola…”

Giorgio Moroder, Pete Bellotte e Donna Summer avevano scritto tutti i pezzi di quel doppio album, che una volta lavorati e pensati in maniera definitiva furono sottoposti agli arrangiamenti di Bob Esty, il tutto senza rischi e con un sistema compositivo assai collaudato. Contro le previsioni di quei critici-gufi, la Summer si concesse ai suoi fans per tutte le lunghe nottate invernali in discoteca, uscendo vittoriosa anche con la successiva produzione primaverile e, poi ancora, con un colpaccio secco assestato alle charts per tutta la stagione estiva, sempre così fino ai primi anni ’80. Mentre il solito scribacchino si arrampicava sugli specchi cosparsi di grasso: “A questo punto, conoscendo piuttosto bene i dischi di questa cantante, dopo averla abbondantemente ascoltata dal vivo e soprattutto avendo in mano questo Once upon a time… , certamente la sua opera più impegnativa, è lecito chiedersi quanto durerà il fenomeno Summer. Probabilmente non diventerà più popolare di quello che e (o di quello che stata), questo perché non ha grosse riserve e molte idee..”

Il nostro imperterrito autore di necrologi prematuri, dello stesso Moroder scriveva quanto segue: ”non è musicista, non è in grado di produrre un repertorio diverso, soprattutto perché il suo successo è legato al filone della disco music sexy, che può esaurirsi da un momento all’altro o comunque avrà dei grossi problemi quando la sua Donna Summer s’imbatterà in un’altra che saprà fare meglio di lei i vari sospirini (che poi non dovrebbe essere cosi difficile)…”

In quegli anni la critica, non solo italica, ma mondiale, a proposito di disco music non ne azzeccò una. Perfino quando si trattò di inquadrare il dominante fenomeno Italo Disco, ma questa è un’altra storia.

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