Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Bitches Brew” di Miles Davis la creatività portata agli eccessi.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

In riferimento a questo disco si disse: “È stata una crisi sentimentale di mezza età scaturita dal jazz sperimentale”. Certamente è una delle definizioni più calzanti per “Bitches Brew”, pur essendo stato il momento più elettrizzante della rivoluzione copernicana operata da Miles Davis sul tessuto connettivo della sua musica. L’album fu la risultante di una complessa vicenda personale, che condizionò le scelte del trombettista al pari del sua esigenza e dell’innata capacità di cambiare indirizzo sonoro.

Cerchiamo di capire come si siano svolti realmente i fatti. Con l’avvento del 1968, anno di enormi stravolgimenti musicali e sociali, Miles Dewey Davis si trovò in una situazione insolita: capì di non essere più al centro del mondo e che la sua musica non era più in voga. Il trombettista aveva dominato e regnato come il principe ereditario del jazz per quasi due decenni: la sua musica aveva subito mutamenti passando attraverso la durezza del bop fino al lirismo “Kind of Blue”. Sino a quel momento, dove lui andava, altri andavano, seguendolo a ruota e imitandolo. Il personaggio Miles Davis era stato l’acme del cool, divenendo però un divinità distaccata dal resto dei comuni mortali, sempre agghindato con eleganti abiti di mohair, ma al contempo era divenuto un estraneo, irraggiungibile ed incomprensibile soprattutto per i giovani, i quali musicalmente guardavano altrove. A 41 anni, il sultano del jazz stava inesorabilmente scivolando in una zona d’ombra, perdendo il ritmo dei tempi. Lui e il suo quintetto erano ancora al Village Gate di New York a realizzare album di poesia e di intenso lirismo come “Miles Smiles” (1966) e “Sorcerer” (1967), mentre una nuova generazione, svezzata sui dischi della Motown e sulle istanze propugnate dal Black Power, cercava altri punti di riferimento. Soprattutto i giovani afro-americani, arruolati a combattere per lo zio Sam in Vietnam, andavano in guerra cantando i pezzi di James Brown, di certo non fischiettando “So What” di Miles Davis, che appariva vecchio e superato. Persino in ambito strettamente jazz, molti s’interessavano più allo sperimentalismo “libero” di Ornette Coleman, sconclusionato e cacofonico, piuttosto che alla sublime perfezione della musica Miles Davis, il quale nella sua autobiografia, uscita nel 1990, affermava: “Non ero ancora pronto per essere un ricordo”. Nei due anni successivi, dal 1968 in poi, avrebbe operato una reinvenzione della sua musica, sciogliendo il tradizionale quintetto delle meraviglie in favore di un line-up elettricamente esuberante costituito da due percussionisti, due bassisti e due, anche tre, tastieristi. Questo processo di esplorazione culminò nel 1970 con “Bitches Brew”, l’album che diede vita a un nuovo genere di jazz contaminato e fuso a caldo con altri stili, chiamato per l’appunto “Fusion”. Questa virata sulla via dell’elettricità sonora da parte di Miles divise il mondo del jazz tra esaltazione e disprezzo. “Avevo visto la strada verso il futuro e stavo facendo come avevo sempre fatto“, – rifletté in seguito – “Dovevo cambiare rotta per continuare ad amare quello che suonavo.

Ma qui entra in scena quello che fu il determinante “fattore sentimentale”. Il vero catalizzatore del cambiamento di Miles fu una donna che indirizzò lo sguardo del musicista verso il futuro: all’epoca, la sua nuova fiamma Betty Mabry, una modella di 22 anni, con ambizioni artistiche, che aveva incontrato alla fine del 1967 e che sarebbe diventata di fatto la sua seconda moglie un anno dopo. Il loro matrimonio sarebbe durato solo un anno, eppure l’influenza di Betty Davis (che mantenne il cognome anche dopo la separazione) sarebbe stata su Miles profonda e decisiva per la sua metamorfosi artistica. L’impatto di Betty sulla personalità di Miles è già facilmente individuabile in “Filles de Kilimanjaro”, album pubblicato nell’autunno del 1968, con due brani ispirati a lei, “Mademoiselle Mabry” e “Frelon Brun”; entrambi sono modellati sui riff di Hendrix, rispettivamente “The Wind Cries Mary” e “If 6 Was 9”. Betty aveva presentato Miles a Jimi. Il giovane dio del rock e il più anziano signore del jazz subirono il fascino reciproco, addirittura si parlò di suonare e fare un album insieme. L’influenza di Betty su Miles si estendeva a 360 gradi, condizionando le sue abitudini, perfino la scelta dei vestiti. In quel periodo, racconta Davis: “Non ho mai fatto uso di droghe, ero davvero in me stesso e non facevo nulla per danneggiarmi”.Quando ero con Miles,” – dichiarò Betty – “era pulito, ha persino smesso di fumare. Questo ha avuto qualcosa a che fare come, ma era la sua forza di volontà. Adoravo i nuovi vestiti di Miles, anche lui si era affezionato alla linea di abbigliamento di un posto in cui io ero solita fare acquisti, Hernandos, che proponeva un design messicano e che, in seguito, avrebbe fatto degli articoli personalizzati per lui”. Fu la stessa Betty a dare il nome a “Bitches Brew”: “Miles voleva chiamarlo Witches Brew, ma io ho suggerito Bitches Brew e lui ha detto: Mi piace! Contrariamente a quanto affermato da alcuni, non c’era nulla di volgare e trasgressivo in quel titolo”. Nella sua autobiografia, Miles si lamentò di Betty, dicendo che fosse “troppo giovane e selvaggia” e sospettava che avesse una relazione segreta Hendrix, cosa che lei negò categoricamente. “Ero così arrabbiato con Miles quando scrisse questo: era irrispettoso nei miei confronti e quelli di Jimi”.  Tra gelosie e storie di quotidiana follia, il rapporto fra i due cessò, ma continuarono a frequentarsi e l’influenza della giovane donna fu determinate per lungo tempo sull’attività musicale di Miles Davis. Al contrario, la mossa di Miles di virare verso altri approdi musicali gli fece guadagnare una nuova generazione di fan. Dopo un album di transizione “In a Silent Way” del 1969, l’anno successivo scatenò la tempesta elettrica di “Bitches Brew” che divenne l’album jazz più venduto della storia, raggiungendo immediatamente le 500.000 copie, diversamente dalle 60.000 su cui di solito si attestavano le sue pubblicazioni, superando un altro suo primato stabilito con “Kind Of Blue”, che al primo impatto aveva venduto 100.000 copie, tantissime per l’epoca e per un disco di jazz puro. L’influenza di Hendrix è palpabile ovunque in “Bitches Brew”. In particolare in “Miles Runs the Voodoo Down” riecheggia “Voodoo Chile” di Jimi. Nel 1970, comparvero entrambi al festival dell’Isola di Wight davanti ad un pubblico di 600.000 persone. Miles arrivo sul palco con una giacca di pelle rossa e un paio pantaloni di strass blu, mostrando ancora il condizionamento per il gusto estetico suggerito da Betty, che lo esortava ad avvicinarsi anche nel look alle divinità del rock di quegli anni. Il processo che diede vita a “Bitches Brew”, fu molto complesso, ma le ragioni umane e sentimentali pesarono tanto quanto quelle  artistiche e musicali.

Considerato da molti come uno degli album più rivoluzionari della storia del jazz, “Bitches Brew” fissò i parametri di base della “fusion”, ossia quel genere che nasceva dalla confluenza di jazz, soul e rock. Il doppio LP originale comprende solo sei tagli con la presenza di dodici strumentisti presenti in ogni momento, alcuni dei quali erano già conosciutissimi come Wayne Shorter, mentre altri sarebbero diventati musicisti di alto profilo in seguito, ad esempio Joe Zawinul, Airto, John McLaughlin, Chick Corea, Jack DeJohnette, Dave Holland, Don Alias, Bennie Maupin, Larry Young e Lenny White tra loro. In prima istanza si era pensato di registrare una serie di lunghe jam sostenute da groove fatto di tastiere, basso e chitarra. “Bitches Brew” è in realtà fu il risultato di un lavoro di ricomposizione fatto dal produttore Teo Macero, che assemblò pazientemente vari pezzi del set con la precisione di una lama di rasoio, giunzione a giunzione, sezione a sezione. “Pharaoh’s Dance” apre il set con linee di tromba sdrucciolevoli e chiassose figure di chitarra disegnate da McLaughlin che sfiorano il bordo della sezione ritmica, scivolando sul conga di Don Alias. Le tastiere di Corea e Zawinul creano un groove modale, riffato ed infestato da suoni aciduli, ancora più accentuati dai bassi di Harvey Brooks e Holland. Il taglio della title-track, originariamente composto come una suite in cinque parti, portò ad utilizzarne solo tre. Qui le tastiere scandiscono un mix di accordi, emettendo armoniche distorte, fino a quando la tromba di Davis non riporta tutto in modalità. Lo scarno fraseggio di McLaughlin crea vampate di funk, mentre basso e batteria fanno il resto. È solo un piccolo assaggio di quel torbido funk-voodoo che farà capolino nei successivi dischi di Davis. La terza parte si apre con McLaughlin e Davis che, a quattro mani, si scambiano ipnotiche movenze sonore su “Spanish Key”. La sensibilità lirica di Zawinul fornisce un accenno di melodia, fino a quando l’arrivo di Corea non inverte la rotta, mentre le congas e i batteristi si contrappongono alla linea di basso. Nella breve traccia intitolata “John McLaughlin”, il suono di un organo è avvolto da archi di chitarra blues arpeggiati. La facciata conclusiva di “Bitches Brew”, è siglata in primis dallo stellare “Miles Runs the Voodoo Down”, chiaramente sotto l’influenza di Jimi Hendrix con i suoi accordi pesanti e scivolosi, dove Davis elabora una melodia spettrale attraverso il perfetto funkiness della sezione ritmica. Inizialmente sembrerebbe voler incitare al ballo, diventando però sempre più caotico con un’orgia di suoni, sino a quando non si disintegra in un nebbioso finale dall’effetto deflagrante. Il disco si chiude con “Sanctuary”, rielaborato qui come una ballata elettrica, ma dal vecchio sapore cool, un po’ strampalata e lunatica, pur mantenendo abbastanza della sua integrità, tanto quanto basta per essere riconoscibile.

Nel complesso “Bitches Brew” risulta così lungimirante, tanto da conservare slancio, smalto e freschezza, anche in questo secondo decennio del ventunesimo secolo, a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione. E’ un doppio album eccessivo e ridondante per chi ama il jazz in purezza, difficile da masticare, per chi non fosse aduso all’ascolto di taluni generi musicali. Apparentemente, sembrerebbe tutt’altro che un disco jazz, ma quando arriva la tromba, ci si rende conto che Miles Davis è sempre stato Miles Davis, comunque e dovunque, a prescindere dall’entourage sonoro che gli faceva da corollarium.

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