Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Charlie Parker Plays Cole Porter”, Bird vola davvero in alto!

/// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina ///

Se pensiamo alla quantità di materiale sonoro che c’è in giro, tra vecchie stampe, ristampe, registrazioni live (anche pirata) e in studio, si potrebbe pensare che Charlie Parker abbia avuto una vita lunghissima. In verità morì a soli 35 anni, e ciò amplificò il suo mito. Ciononostante, la carriera artistica e discografica non fu esigua: a 17 anni suonava già come professionista in big band o combo e le sue prime incisioni risalgono al 1940. Ovviamente, se la sorte gli avesse riservato un differente destino, oggi avremmo avuto ben altri dischi di Charlie Parker e, magari, conosciuto una sua evoluzione o involuzione sonora. Tutto ciò che attraversa velocemente il mondo degli uomini e il corso degli eventi artistici, determinando cambiamenti, si trasforma in mito. Bird, oltre ad essere diventato un’icona mondiale del jazz di tutti i tempi, è anche l’emblema stesso del bebop, di cui ne fu l’inventore, anche se non l’unico, come abbiamo sottolineato altre volte. Charlie Parker rappresenta l’incarnazione stessa del bebop: il jazz fatto dai piccoli gruppi, con cui i neri strappano lo scettro del comando alle grandi orchestre gestite in massima parte da bianchi.

Il bop fu una sorta di rivoluzione pacifica fatta a colpi di note e di spartiti, ma di certo un fenomeno di rottura rispetto all’establishment, sostituendosi addirittura al sistema precedente per poi diventare mainstream. Tutto ciò che Bird fece, rimase alla base del cosiddetto jazz moderno, pochi altri aggiunsero qualcosa di nuovo, ma l’essenza del bebob resta l’anima di Charlie Parker. Coloro che hanno tentato delle variazioni sul tema, hanno dovuto in qualche maniera discostarsi dal genere stesso. Dire che Charlie “Yardbird” Parker fosse inventivo o rivoluzionario non sarebbe abbastanza; fu il progenitore di uno stile da cui provengono gran parte del suoni moderni ascoltati e suonati nei decenni successivi. Negli anni seguenti la sua morte, qualunque musicista di talento in ambito jazz, che abbia raggiunto anche una minima parvenza di successo e di notorietà fu influenzato da Parker, in termini di ritmo, tono, armonia, soprattutto in quel suo desiderio costante di non volersi ripetere. Il suo lavoro fissò un climax mai del tutto raggiunto, un apice, un elevato standard non solo per il sassofono, strumento sul quale altri grandi prima di lui avevano apportato dei cambiamenti, come Lester Young e Coleman Howkins, ma tutti i titani del jazz venuti dopo di lui, come Sonny Rollins, John Coltrane, Ornette Coleman ne avevano appreso la lezione a menadito, cercando poi delle vie di fuga alternative e una personalizzazione dello stile.

E’ un paradosso che Bird, abbia realizzato uno dei suoi migliori album, soprattutto dal punto di vista tecnico e sonoro, pochi mesi della sua morte, Siamo negli anni ’50, Parker si era affinato, diventando padrone assoluto dello strumento, e nonostante la sua vita sgangherata, sapeva di aver dimostrato al mondo di essere divenuto il numero uno. In questo disco, dedicato alle musiche di Cole Porter suona con un’imponenza ed una qualità ancora insuperate.

Durante, la sua non facile giovinezza, fatta di stenti e di povertà, il suo unico cruccio era quello di imparare sempre di più e di dimostrare di essere il migliore. In un’epoca in cui il conformismo era troppo spesso la norma, e l’intrattenimento di quasi tutti i tipi veniva dispensato allo stesso modo e con la regolarità con cui un farmacista somministra una pillola, era piuttosto avvincente notare come la musica di Charlie Parker si distinguesse per la sua natura corroborante e per un fascino innovativo impresso nel segno dell’originalità. Parker, a differenza di molti suoi contemporanei, non era mai soddisfatto della semplice procedura meccanica del “gioco”.

La musica è sicuramente una forma di matematica, come sostiene anche Bollani, ma a differenza di un cervello meccanico ed automatizzato, in cui su richiesta, vengono elaborati dati, cifre e specifiche risposte, la musica deve iniettarsi e propagarsi nelle vene e raggiungere il cuore, attraverso il calore della personalità dell’esecuzione, prima di condurre ad un conclusione o un ragionamento logico. Bird possedeva la razionalità dell’istinto, la matematica delle emozioni ed era abbondantemente dotato sia nella componente istintiva che in quella razionale; anche nei momenti più disastrosi della sua esistenza, trovò sempre un’idea per risollevarsi: il suo fugace passaggio terreno ha lasciato un vuoto, ancora oggi non del tutto colmato. Non è un caso che i grandi nomi del jazz di oggi, come quelli di ieri, e senza eccezione, abbiano sempre dichiarato di esserne stati influenzati.

Charlie Parker, immortale grazie alle sue opere, è un artista trasversale, capace di attrarre i neofiti, gli ascoltatori occasionali del jazz, cosi come riesce mettere d’accordo musicisti, sostenitori incalliti e riottose pletore di critici a vario livello.

Con il senno di poi, possiamo sottolineare, senza tema di smentita, la genialità di Parker nella scelta di incidere la musica di Cole Porter, in quella che rimane la sua ultima sessione di registrazione. Bird morì il 12 marzo 1955 e questi brani furono incisi a New York solo tre mesi prima della sua dipartita. Nessuno osa discutere la rilevanza di Charlie Parker che interpreta Cole Porter, perché con tale connubio, si ha il privilegio di ascoltare, ancora oggi, due eccellenze indiscutibili nel loro ambito. Una vera sorpresa, in qualche modo non ortodossa per gli ascoltatori tradizionali di Porter; raramente si era sentito, almeno nelle registrazioni, più di un’interpretazione dello stesso brano. In genere Porter veniva eseguito in maniera alquanto canonica, fedele e con una sacrale riverenza. Bird non dissacra, ma non ha complessi d’inferiorità: l’assenza di una certa improvvisazione viene corretta tramite versioni alternative di “I Get A Kick Out Of You” “Love For Sale” e “I Love Paris”. Il sottile cambiamento di ritmo accordato a ciascuna versione di “I Love Paris”, il tono divertito e in seguito la velata malinconia iniettata in “Love For Sale”, insieme alle diverse sfumature del fraseggio in “I Get A Kick Out Of You”, sono tutti deliziosi interludi da manuale.

Bird non amava suonare lo stesso assolo allo stesso modo due volte. Per lui l’essenza stessa dell’improvvisazione consisteva nel dare un diverso significato, una nuova implicazione a qualsiasi brano o passaggio sonoro. Ciò avviene anche con la musica di Cole Porter. Gli strumentisti che condivisero con Parker questa avventura, sul lato A del disco, furono Roy Haynes alla batteria, Jerome Darr, alla chitarra, Teddy Kotik al basso e Walter Bishop Jr. al piano. Sul lato B, Arthur Taylor sostituì Roy Haynes alla batteria e Billy Bauer rilevò Jerome Darr alla chitarra.

La musica di Porter ha superato la prova del tempo, divenendo un classico; durante il suo cammino ha incontrato molti tentativi di caratterizzazione, ma ha quasi sempre padroneggiato sulla personalità di qualunque interprete, conservando il proprio marchio di fabbrica, facoltà concessa a una ristretta cerchia di compositori in varie epoche; la musica di Cole Porter può premiare, esaltare o rifiutare la presunta abilità dell’interprete di turno, mettendone in luce limiti espressivi e pochezza creativa. Le sue melodie sono un patrimonio acquisito, i suoi testi sono intelligenti, sofisticati e a volte brutalmente sinceri, guai ad apportare dei cambiamenti su ciò che sembrerebbe una sorta di patrimonio melodico collettivo in grado di trasmettere un’emozione anche al più cinico degli umani.

Il prerequisito fondamentale nel jazz, come sostengono alcuni, è l’oscillazione, Parker raggiunse un’altezza infinita nell’arte dell’improvvisazione come risultato della sua prodezza, ma anche della sua natura inquieta e vagante. Il soprannome “Yardbird” la dice lunga, in inglese significa galeotto, carcerato, ma nello slang dei neri del suo quartiere indicava un “pennuto da cortile”, un tale che cammina, gira, vaga, becca e non si acquieta mai. La fedeltà alla musica nel jazz può essere raggiunta solo se, e quando, al musicista è permesso di iniettare atteggiamenti personali negli scritti di base. “Charlie Parker Plays Cole Porter” rappresenta il giusto compimento di una carriera in perenne movimento. Il talento compositivo di Porter raramente è stato esemplificato così bene come in questo album. La sensibilità di Bird usata nel contaminare quei brani con la sua personalità, nonché il metodo utilizzato nell’interpretare ciò che l’autore aveva scritto risultano non comuni. Charlie sapeva poco o nulla di Cole, e solo il suo approccio maturo all’improvvisazione diventano il vero segno distintivo di quello che in fondo è solo un album di Parker. Cole Porter c’entra poco o nulla, oppure, almeno per paradosso, nel caso di questo disco, potrebbe essere considerato solo un grande autore di bop.

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