Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Dakar” di John Coltrane, un piacevole enigma, avvolto in un mistero.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

La storia del Jazz, soprattutto a partire dall’affermazione del bop, è fitta di misteri o di storie all’epoca raccontate seguendo una trama sbagliata o modificata ad usum delphini. Dischi, che per svariate motivazioni, venivano attribuiti ad un artista anziché un altro; album che uscirono senza il consenso dell’interessato; sessioni di registrazioni che sparivano e poi ritornavano in auge. Un caso emblematico fu quello del sassofonista Cannonball Adderley, passato alla storia in particolare per un album, “Somethin’ Else” del 1958 la cui titolarità avrebbe dovuto essere attribuita a Miles Davis, il quale figurò solo tra i sidemen, perché sotto contratto con un’altra casa discografica. Numerosi gli album di John Coltrane accantonati e poi pubblicati senza il suo consenso. Anche LP in oggetto è un piccolo giallo.

Spesso segnalato come il primo disco in veste di leader di John Coltrane, “Dakar”, registrato il 20 aprile 1957, in realtà è un fake, come si usa dire oggi, ma ciò non ne sminuisce la qualità artistica, anzi la genesi di questo lavoro, incuriosisce ancora di più. Originariamente accreditato ad una fantomatica “Prestige All Stars” che aveva registrato varie sessioni con differenti musicisti. All’epoca erano considerate “unità senza leader”, in effetti ascoltando l’interazione fra i partecipanti, ci si rende conto che la torta veniva divisa equamente in parti uguali, almeno fra i solisti. Uno di questi ensemble fu costituito da John Coltrane sassofono tenore, Cecil Payne sassofono baritono, Pepper Adams sax baritono, Mal Waldron piano, Doug Watkins basso, Art Taylor batteria e pubblicato come parte di un esperimento di breve durata per dischi a 16 giri. L’album venne attribuito a Coltrane solo al momento della ristampa del 1963, quando la stella del sassofonista era vertiginosamente in ascesa. La sessione dedica a “Dakar” fu una delle tante in cui Coltrane apparve come gregario durante la stessa settimana: il 16 aprile con Thelonious Monk, il 18 aprile, per l’appunto, con la Prestige All Stars e il 19 aprile con il pianista Mal Waldron. In tale occasione, Trane non ebbe maggiore spazio rispetto agli altri due sassofonisti, i baritoni Cecil Payne e Pepper Adams, neppure un dollaro in più. In verità, questo figlio di nessuno, “Dakar”, pubblicato nella serie di “Rudy Van Gelder Remasters” per la Prestige, appartiene a Teddy Charles. Il vibrafonista produsse le sessioni, compose tre dei sei brani e scelze il line-up. Chiaramente, non aveva in mente un album di John Coltrane, piuttosto un incontro tra l’anziano barone del bop, Cecil Payne, e il più giovane stilista hard-bop, Pepper Adams. Coltrane, con il suo tenore già in possesso di un suono incisivo, che avrebbe messo le ali con “Giant Steps” (Atlantic, 1959), qui funzionò come la miccia di un accendino che, con un tono a volte alla Lester Young, accese il fuoco di Payne, scaldando le lame di Adams, più duro e più abrasivo. Non a caso Adams era soprannominato il coltello.

La musica risulta ruvida e senza tanti orpelli, astrusi giochi improvvisativi o fughe verso l’infinito. Questo è un disco prêt-à-porter e disponibile all’ascolto senza tanti martellamenti pseudo avanguardistici, prontamente registrato e, di certo, provato per la prima volta in studio sotto l’incombente ticchettio dell’orologio. Ciononostante risulta efficace. Oggi rivisitando set del genere, con il senno di poi e non condizionati da fattori ambientali ed artistici collaterali, possiamo assumere un atteggiamento diverso e meno preconcetto. La critica dell’epoca subiva molte pressioni. Consideriamo che la stagione più florida per quello che viene indicato come jazz moderno, si consumò fra la fine degli anni ‘40’ e quella degli anni ’60. Nell’arco di questo ventennio, i fortunati abitanti del pianeta videro molte divinità scendere sulla Terra a miracol mostrare. Ovviamente in quel periodo, strumentisti, musicisti, turnisti, compositori, gregari, produttori, solisti erano tutti in uno stato di grazia: fu un’epidemia di qualità e di benessere creativo che coinvolse quasi tutto il mondo del jazz e a vari livelli.

Per quanto non avessero provato quasi nulla, i tre sassofonisti appaiono decisi e ruggiscono come vecchi leoni nella savana a partire dall’iniziale title-track, “Dakar”, dal sapore esotico, si caratterizza come una sorta di potente rito afro-dionisiaco, dove Cecil Payne è il primo a staccarsi dal gruppo come solista, riempendo il deserto africano di note roboanti, quindi John Coltrane, dopo aver scovato la pista, procede senza sosta, lasciando marcate tracce di melodie arabescate, fino a consegnare la staffetta a Pepper Adams, ottimo il lavoro del batterista Art Taylor; Coltrane adatta il suo assolo conformandosi perfettamente agli innesti baritonali e più corposi dei due ottoni comprimari. Le cupe progressioni armoniche assumono toni più scuri con il sax tenore che si fonde alla perfezione anche con l’humus sonoro del pianista Waldron; Con “Mary’s Blues”, composta da Adams, si corre su un terreno meno accidentato, l’andamento è più mirato, siamo in presenza un classico bop dal sangue bluesy, ognuno dei solisti si ritaglia una parte. Adams, alza immediatamente la posta, offrendo un ottimo assist a Coltrane. Le differenze fra i due sviluppano un piacevole contrasto che integra anche la diversità di Pepper, creando una giustapposizione coinvolgente in una sequenza di esplosioni con raffiche e schegge di ottone. La ruota gira senza tregua, fino a quando Coltrane non riprende il tema iniziale, costringendo il combo a tornare sui suoi passi; “Route 4”, dopo un inizio funkoide a fiati quasi unificati, libera il piano di Mal Waldron in un magnifico assolo con tocco deciso e fraseggio fluente, fino a quando i fiati in successione non cominciano a rotolare sulla route senza rispettare i limiti di velocità, ottimo il supporto dalle retrovie di basso e batteria, capaci di supportare uno dei momenti più luminosi dell’intera sessione. Appena uscito allo scoperto, Waldron si scatena con un tocco superbo e un lirismo magistrale. Il ritmo guida mantiene gli strumentisti sempre a proprio agio, mentre Coltrane si dimena con leggerezza, evitando di rimanere incastrato nella baritonale e gravosa fanfara, sia pur ispirata, di Payne ed Adams. La B side si apre con una lasciva ballata, l’unica dell’album,”Velvet Scene” composta dal pianista del gruppo Mal Waldron, in cui il tenore di Trane getta le basi per lo stile soft riffing e ci concede un assaggio della magia sonora e dell’intensità lirica che avrebbe poi intessuto di pregiate trame sonore l’album “Ballads”, uscito per la Impulse! nel 1962. A seguire, “Witches Pit” che si snoda su un veloce percorso “swing-swing”, accompagnato da una ritmica al galoppo, che offre un ottimo substrato ai tre sassofoni, i quali sembrerebbero sfidarsi quasi con aria dileggio. Tutto si svolge secondo le regole del classico bop; il finale è affidato alla celebre “Cat walk”, e qui gatta ci cova, perché questo sembra il pezzo tecnicamente più improvvisato, quello forse meno provato, soprattutto in considerazione della sua maggiore complessità melodico-armonica rispetto ai precedenti, ma il trasferimento della sensazione c’è, e si sente. “Cat Walk” ripristina i sinuosi fraseggi di Coltrane, soprattutto durante un paio di spassose escursioni a doppia battuta che conducono ad un’orecchiabile melodia.

Forse un diavoletto si divertì a creare questa straordinaria atmosfera, invasando il suono degli strumenti, quindi determinando un umore molto energico e sostenuto in tutto l’album, che compensa la non perfezione tecnica. Anche nel 1957, la maggior parte dei produttori avrebbero chiesto delle take alternative, ma qualsiasi sia stata la ragione, mancanza di denaro, mancanza di tempo o fiducia nella qualità degli strumentisti, questa aria un po’ leggera, disincantata, vagamente “menefreghista” conferisce al prodotto finito qualcosa in più, aggiungendo il senso del reportage e del divertimento.

Un capitolo minore rispetto al canone artistico versato da Coltrane negli anni a venire ed  in relazione alla sua cifra stilistica definitiva, ma “Dakar” è comunque un album avvincente, imperniato su un insieme caratteristico di borbottii propulsivi e fraseggi lunghi da parte dei sassofoni forieri di melodie accattivanti e a presa rapida, una sorta di premonizione su quello che sarà l’unico elemento mutante di questo line-up, John William Coltrane, casualmente associato a delinquere per una registrazione veloce e poi a lungo accantonata, ma ancora estremamente godibile a decenni di distanza.

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