Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

John Coltrane con “My Favourite Things”, il trasferimento della sensazione è perfettamente riuscito!

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Nella vita artistica di John Coltrane ci sono stati parecchi moti ascensionali, che non riguardano solo l’ultima febbricitante parte della sua carriera, in preda ai demoni creativi o a qualche musa pagana. L’unica divinità, a cui si sia immolato nel corso della propria esistenza, fu la “μουσική (musikè)”, l’arte delle muse, che trasportava gli animi ben oltre i sensi, capace di incantare i devoti; insomma, sembrava che Coltrane volesse dire velatamente alla musica: “Non avrò altro dio all’infuori te!”. Ciò si presta molto ad un’analisi scarnificata, concreta e realistica del personaggio Coltrane, a parte altre muse ispiratrici come le droghe o una sorta pseudo-misticismo giustificativo. Trane era un animo sensibile, subiva la vita, ed era condizionato dall’andamento chiaramente difficile ed altalenante della sua carriera. Oggi, senza condizionamenti, possiamo scandagliare i fatti con maggiore serenità ed osservarli da una differente angolazione. Ci vollero circa una decina d’anni, prima che potesse raccogliere una messe di consensi vera, ed ottenere il bollino di qualità col simbolo del genio. Giorni difficili, sotto il peso delle frustrazioni e delle dipendenze, dal suo debutto a Philadelphia con una combo di cocktail lounge, attraverso gruppi guidati da Eddie Vinson, Johnny Hodges, Miles Davis e Thelonious Monk, avevano sempre mostrato un talento sul punto di rivelarsi, con un carriera a macchia di leopardo, fino a quando non trovò la sua vera dimensione con questo album, da annoverare tra i capolavori assoluti della sua discografia. In “My Favourite Things” non c’è il Coltane definitivo, che non sarebbe mai esistito, se la morte non l’avesse carpito anzitempo, ma c’è già tutto il Trane che verrà.

Prima di spingerci oltre, vediamo di capire chi era John Coltrane. Nato ad Hamlet, New York, il 23 settembre 1926, fu avvinto dalla musica sin da bambino, dato che suo padre suonava diversi strumenti a livello amatoriale. Iniziò a studiare il corno francese, poi il clarinetto, passando infine al sassofono contralto ai tempi del liceo. Dal canto suo, avrebbe voluto dedicarsi al sax tenore, “Lester Young fu la mia prima vera influenza”, diceva, ma gli amici di sua madre le consigliarono di comprargli un sax alto perché sarebbe stato più agevole per un ragazzino gestire uno strumento più piccolo e leggero. Spesso raccontava: “Johnny Hodges divenne il mio primo riferimento sul contralto e ancora oggi mi colpisce molto”.

I suoi studi musicali continuarono ai Granoff Studios e alla Ornstein School of Music, entrambi a Philadelphia. Il contralto lo portò ad essere assunto in gruppo cocktail lounge nel 1945, ed in seguito venne assoldato da Eddie Vinson, nel 1947. “A quel tempo ero sotto l’influenza di Charlie Parker”, ebbe modo di dire più volte. Vinson però assunse Coltrane come tenore, il quale affermava: “Un’ampia area di ascolto si aprì per me”. L’indeciso Trane si convinse presto che nessun sassofonista tenore dominasse l’intero campo in alto come Parker, anche se ammetteva palesemente, “Ho imparato la semplicità da Lester Young e, beh, qualcosa da tutti loro … C’erano molte cose che persone come Coleman Hawkins, Ben Webster e Tab Smith stavano facendo negli anni ’40, che non capivo, ma che sentivo emotivamente”.

Nel 1948, poco prima di unirsi a Dizzy Gillespie, suonò nel gruppo di Jimmy Heath a Philadelphia, mentre ammise beatamente di essere stato inizialmente attratto dall’esplorazione musicale di Parker e Gillespie, ma fu con Heath che la sperimentazione iniziò a prendere forma, “I nostri appetiti musicali erano gli stessi”, disse. Heath ne sapeva molto più lui sulla costruzione musicale, così la loro amicizia e la pratica fatta insieme contribuirono notevolmente al suo sviluppo artistico. Dopo aver lavorato con la big band e il combo di Gillespie, nel 1952, si unì a Earl Bostic che descrisse come “un musicista molto dotato…Mi ha mostrato un sacco di cose sul mio sassofono”. L’anno successivo si unì a Johnny Hodges. “Mi è piaciuto molto quel lavoro – raccontava- Niente era superficiale. Ogni cosa ha avuto senso”.

Nel 1955, si unì a Miles Davis per due anni, lasciandolo per per andare a lavorare con Thelonious Monk. “Ho imparato da lui molte cose” – era solito dire – “Monk ha risposto a dozzine di domande musicali, mi ha mostrato le risposte suonandole … Monk è stato uno dei primi a mostrarmi come fare due o tre note contemporaneamente sul tenore”. Quello fu l’inizio di una parte dell’approccio che Ira Gitler definiva “fogli di suono”, ciò che altri critici condannarono, ma che divenne invece uno tandard, quando Coltrane nel 1958 raggiunse nuovamente Miles Davis. Lo stesso stile di Miles si stava sviluppando, diventando sempre più selettivo e intenso. “Il gruppo di Miles mi consentiva molta libertà” – ricordava spesso, guardando indietro a quel periodo – “cercavo un suono radicale. Quello, con le linee lunghe e rapide, fatto per quei “fogli di suono”. Inoltre, stavo iniziando a usare l’approccio di accordo tre contro uno. A quel tempo la tendenza era quella di suonare invece l’intera scala degli accordi, quindi, di solito, venivano eseguiti velocemente e talvolta sembravano lampi”.

Lo sviluppo spontaneo della sua musica, condizionato dalle varie esperienze musicali e dalla sua mente indagatrice, si era acutizzato, determinando un desiderio di costante cambiamento; e per questo fu criticato e duramente, in parte perché, come sottolineava lui stesso: “Semplicemente, il risultato non è sempre stato quello che volevo io”. Soprattutto perché aveva a che fare con qualcosa di inaspettato ed imprevedibile, non importava quanto disciplinata e studiata fosse stata la sua ricerca o la sua fase preparativa.

Attenzione, perché questa sarà la costante di tutta la carriera di John Coltrane e nulla, all’epoca dei fatti, poteva essere spiegato in maniera chiara e definitiva. All’apparenza Coltrane fu una contraddizione in termini. Come ho tentato di sottolineare in altri contesti, questa “insoddisfazione” congenita, perché è di questo che si trattava, lo portò ad una fase “degenerativa” nell’ultimo periodo della sua vita, dopo aver realizzato il capolavoro assoluto, “A love Supreme”; a parte tutte le giustificazioni mistiche, i lavori successivi vennero etichettai da molti come “free jazz”, ma erroneamente. Fu solo l’ennesima riprova di un Coltrane in continuo mutamento, che, per tentativi, cercava un qualcosa che non avrebbe mai trovato. Oltremodo, le sue ultime opere non avevano nulla a che spartire con il concetto di “armolodia” propugnato da Ornette Coleman, che neppure lui stesso sapeva chiarire bene e nelle interviste glissava o diceva cose incomprensibili. Per capirci, Ornette, che non aveva il talento di Coltarne, suonava in orizzontale, mentre Trane suonava in verticale; il primo lavorava su un concetto di melodia espansa, l’altro sulla stratificazione degli accordi. E’ ovvio, che per i critici dell’epoca fu un terreno di discussione avvincente: avere delle novità, anche se non comprensibili ed astruse, produceva dibatto, dava il senso del mutatis mutandis, soprattutto per un genere cementificato come il jazz, che in quel dato momento appariva non più tanto stantio, ma sentire dei sassofoni che muggivano a volte fu la quintessenza della cacofonia. Come diceva Charles Mingus, che di musica ne sapeva qualcosa, a proposito di Ornette: “Coleman chi, quello che suona in maniera sbagliata?”. Soprattutto chi l’ha detto che dissonanza e disarmonia siano concetti evolutivi o libera interpretazione del jazz? Il termine free jazz non significava niente nel caso di Coltarne, come raccontato, era sempre stato libero ed in perenne conflitto con se stesso: la sua genialità nasceva proprio dall’inaspettato. Il brivido dell’imprevisto, per citare una fortunata serie TV.

Questo elemento inaspettato è ciò che rende impossibile poter seguire Trane secondo una logica comune; in particolare l’esperienza con la sua musica diventa per l’ascoltatore medio una faccenda assai complicata, per quanto ricca e stimolante. Il titolo del suo inedito ritrovato recita “Both Directions at Once”, ma lui non ha mai seguito solo due direzioni contestualmente, ma molteplici. Per dirla in soldoni, era come uno che andava al ristorante per mangiare il pesce, ma poi ordinava la carne e ci beveva il vino bianco. Tutto ciò destava meraviglia, ma anche critica severa o approvazione, perfino desiderio di emulazione. Questo suo “contrastare” la norma, istintivo o per partito preso, rendeva Coltrane unico e seducente, soprattutto per la critica. Essendo il suo modus operandi inatteso e imprevedibile, quindi imprendibile, lo rendeva inarrivabile, non catalogabile, non circoscrivibile, tanto che il termine “free jazz” per lui potrebbe essere applicato solo nel senso letterario e dantesco del termine, ossia “Libertà va cercando, ch’è sì cara…come sa chi per lei vita rifiuta”. John William Coltrane, il cercatore di libertà, il cacciatore di sentieri liberi ed inesplorati; colui che per la musica rifiuta la vita, rinunciando a viverne una normale, e il prezzo da pagare fu molto alto; proprio nel momento di massimo splendore della sua carriera, a soli 41 anni, le Parche gli presentarono il conto, trascinandolo negli inferi. Inaspettato è la parola giusta per una congrua valutazione del suo continuo cambiamento. “Devo continuare a sperimentare. Sento che sto solo iniziando, ho parte di ciò che cerco nella mia mente, ma non tutto”; e questo lo diceva da una vita. Inaspettata, fu anche l’aggiunta del sax soprano alla lista degli strumenti suonati. “Mi permette di dare un’altra occhiata all’improvvisazione, è come avere un’altra mano”, commentò.

Inopinabili sono, però, la qualità e la bellezza di questo album, realizzato in soli tre giorni nel 1960 per l’Atlantic, dove il risultato finale dipende sempre dalla somma delle esperienze precedenti; e dove alcune “cose” risultano più uguali e “favorite” di altre, soprattutto è un disco equilibrato dove il band-leader non cerca di sopraffare i suoi gregari. Gli assoli non sono forzati e sembrano casuali, in particolare consentono passaggi eseguiti con un gusto simile al Miles Davis Quintet; un tratto che Coltrane aveva sicuramente affinato durante la permanenza in quella band. Nel 1960, con la creazione del proprio gruppo, John divenne più flessibile, scegliendo il materiale da eseguire con scrupolo e i suoi compagni di viaggio con cura: il pianista McCoy Tyner, un musicista molto intuitivo nell’accompagnamento, un solista con la rara capacità di raggiungere il cuore della melodia, il bassista Steve Davis, spesso sottovalutato, ma capace di cogliere l’anima della musica con prontezza e il batterista Elvin Jones, ricco di inventiva e ritmicamente potente. Insieme, seguono alla perfezione il solco tracciato da Coltrane, in maniera diretta, ordinata, a volte poliritmica, sempre pulsante, mai sentimentale, soprattutto molto variegata. Evidente il contrasto tra la melodia della title-track e il sax soprano dal sapore quasi mediorientale di Trane, subito alle prese con un rigoroso tempo di valzer in “Everytime We Say Good-bye” di Cole Porter, dove ovviamente si interessa tanto al significato del testo, restituendolo in musica, quanto della melodia. A ciò si aggiungano gli assoli di Tyner nei primi due brani; il pianista fu fondamentale, al 50% i meriti del successo di questo album andrebbe riconosciuti a lui; Tyner, in particolare nel solco di apertura, “My favourite Things”, avvolge la melodia dentro e fuori. Tuttavia, senza chiudere e lasciare che gli altri rimanessero impigliati nella sua trama sonora, al contrario crea ai lati delle barriere musicali che definiscono la direzione armonica del brano; non di meno sono da considerare la forza speciale di Davis nella seconda traccia ed il suo assolo in “Summertime”, mentre Elvin Jones è sempre presente, e con profitto, in tutto l’album. Il risultato è un’opera sublime, formata da sole quattro consistenti tracce. “My Favourite Things” è un disco comprensibile, dove Coltrane insieme ai suoi sodali dimostra una notevole capacità esecutiva, a differenza di altri capolavori come “Giant Steps” o “A love Supreme”, dove era anche autore di tutto il materiale registrato. Questi non sono dettagli trascurabili, perché la bravura di questi sultani della musica consisteva anche nel far credere al pubblico, o di trasferire una certa sensazione, che ciò che stavano eseguendo fosse una loro creatura, tanta era la capacità d’interpretazione e di personalizzazione. In questo album si configura tutto questo meccanismo di transfert.

In merito al Trane solista, il sax soprano usato durante lo standard di Cole Porter “Everytime We Say Goodbye” e gli assoli di sax tenore in “But Not for Me” fissano e certificano la sua importanza come pioniere ed esploratore di entrambi gli strumenti. Ecco, dunque, “My Favourite Things”, le mie cose preferite, ma spero anche le vostre, o ancora, per citare con simpatia Dante: “Or ti piaccia gradir la sua venuta…

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