Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“The Shape of jazz To Come” di Ornette Coleman, il non facile avvento dell’avanguardia.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina  ///

Ornette Coleman era cresciuto negli anni ’30 e ’40 a Fort Worth, in Texas, ed alcune differenze risaltavano immediatamente rispetto ad altri musicisti cresciuti nell’area di New York; circondato dalle sonorità tipiche del Sud, durante la sua infanzia, assorbì le tonalità dei cantanti blues e quel particolare modo suonarle.  Un giorno sua madre gli portò un sassofono, perché voleva che imparasse a suonare uno strumento, ma lui, come ha più volte raccontato: “Pensai che fosse un giocattolo e provai a suonarlo subito. Non sapevo che bisognava studiare per scoprire a cosa servisse veramente quel giocattolo”. Quell’innocenza portò il giovane Coleman ad essere ipnotizzato ed attratto dal cambiamento dei timbri del sax e dalle possibilità di ottenere qualcosa di non comune o che rimanesse intrappolato nella normalità; non amò mai i metodi e gli schemi di studio comunemente usati per organizzare il lavoro in maniera regolare. Da adolescente, suonando in alcune band R & B locali, venne licenziato per certe sue esibizioni sconclusionate che non aderivano agli accordi o alle chiavi richieste dalla partitura. Strada facendo, cercò di trovare una modalità tutta sua per studiare ed apprendere, rimescolando il fraseggio bebop di Charlie Parker o di altri modelli precedenti, quindi iniziò ad evolversi lentamente, operando sullo strumento “a ruota libera”, in maniera intuitiva e meno impostata, fino a giungere ad un concetto di improvvisazione collettiva e multi direzionale. Ma la strada fu poco agevole ed in salita. Charles Mingus diceva di lui: “Coleman chi? Colui che suona in maniera sbagliata?”. Alla fine degli anni ‘50, le scelte di Ornette provocarono reazioni furiose, prima che venisse riconosciuto come un innovatore, ossia l’inventore della cosiddetta avanguardia post-bop e del “Free jazz”, espressione ricavata da un album successivo, considerato l’apice della sua carriera.

Coleman venne inizialmente additato come un truffatore o un pazzo. L’abbandono ed il superamento delle sequenze di accordi di certi standard popolari su cui si basava il jazz di quel periodo e la sua invasata improvvisazione aggiuntiva, lo resero inviso a molti critici, mentre per le orecchie di molti colleghi divenne un personaggio incomprensibile, eccentrico ed astruso. Talvolta il suo fraseggio sembrava una risata euforica, talvolta riecheggiava delle grida umane sconvolte o dolorose. Bisogna comunque spiegare per verità storica che, inizialmente, Ornette provò a piegarsi alle regolari esigenze armoniche dello strumento, ma i risultati furono assai modesti; presto capì di non avere il talento assoluto di Charlie Parker o di Sonny Rollins, di John Coltrane neppure a parlarne, quindi penso di inventarsi una sua dimensione sonora per uscire dall’anonimato, e nel giro di qualche anno ci riuscì. Un’ottima strategia di marketing, si direbbe oggi.

The Shape of jazz To Come” si caratterizza come la traccia di un tema da improvvisazione libera, soprattutto nelle sezioni soliste di Coleman e Don Cherry, dove avviene più volte una verifica ed una riformulazione del tema stesso. L’assenza del piano rende più agevole l’inquieto movimento dei due solisti attraverso una traiettoria musicale indipendente ed ego-diretta, una modalità di creazione simultanea, ma separata non solo per due, ma per quattro strumenti che si fondono solo con l’esperienza e autocomprensione. L’esperimento fu paragonato all’approccio di Miles Davis in “Kind Of Blue”, registrato il 2 marzo e il 22 aprile del 1959, quando Davis arrivò in studio con schizzi relativi ai vari brani da eseguire, invitando la band ad improvvisare sull’intera scala piuttosto che su singoli accordi. Con “The Shape Of Jazz To Come”, registrato il 22 maggio 1959, Ornette Coleman agì in modo diverso, superando la componente armonica, ampliando la tavolozza melodica e dispiegandola all’infinito su quattro dimensioni. Il tempo e la tabella di marcia sono fissati da Charlie Haden e dagli insistenti e veloci accordi di basso di Billy Higgins, stabilendo una poliritmia quasi come in un mantra orientale. Coleman e Cherry aggiungono le loro trionfali e dissonanti fanfare sature del blues.

Il debutto in Atlantic di Ornette Coleman, con “The Shape of Jazz to Come”, fu un evento spartiacque nella genesi del jazz d’avanguardia, determinando profondamente il suo futuro corso e gettando un guanto di sfida che molti, da lì a qualche anno, avrebbero raccolto, ma sovente con dubbi risultati. Questo disco frantumò i concetti tradizionali di armonia nel jazz, eliminando non solo – come già detto – la figura del pianista, ma il concetto di variazione melodica basata su accordi concretamente delineati. I brani, qui, non seguono quasi mai una struttura armonica predeterminata, il che consente a Coleman e al partner Don Cherry una libertà senza precedenti di sviluppare le melodie, partendo delle loro linee soliste, per andare dovunque si sentissero di andare in quel dato momento, indipendentemente da quale fosse il centro tonale del brano: Lonely Woman”, procede con il passo cadenzato di una languida marcia funebre, ricavata da un ossessivo blues, dove sax e tromba disegnano una lacrimante melodia al profumo di crisantemo; tutto l’impianto sonoro da l’idea di una banda musicale che, in un vecchio film in bianco e nero, accompagna un feretro alla sua estrema dimora, ma in questa sua cimiteriale tristezza c’è qualcosa di avvincente: come sempre lo stretto confine tra la vita e la morte catalizzano le umane debolezze; a seguire “Eventually” dove la cornetta di Don Cherry trasuda aspre essenze di suoni taglienti dal corto fraseggio, mentre la sezione ritmica in retroguardia colpisce i tamburi annunciando venti di guerra, dichiarata ai quattro venti dalla voce ululante del sassofono; “Peace” è un lunga eclissi lunare, dove terra e luna, sax e cornetta, a volte si sovrappongono, per poi diradarsi distanziandosi e lasciando una lunga e frastagliata scia melodica, in una sorta di sali-scendi senza una dimensione aerodinamica ben precisa; La B side si apre con “Focus On Sanity”, divenuto un piccolo classico su cui suonatori provetti e neofiti cercano spesso di misurarsi, ha la sagomatura e l’impianto base di un vecchio e furioso bop con improvvise rotture e cadute nel vuoto, il quale si aggroviglia in una sequenza di passaggi decisi, ma comprensibili, dove il bop-bop sembra voglia istigare addirittura alla danza, mentre le ritmiche sono contenute e regolari; in successione, “Congeniality” ha quasi un andamento funkeggiante, dove il corto “claxonare” iniziale dei due fiati sembra annunciare uno show che presto riempirà la scena: il primo a liberarsi dai vincoli contrattuali è il sax di Coleman, ma presto la cornetta di Cherry dimostrerà di non essere da meno; prima Ornette e poi Don disegnano schemi melodici non convenzionali, ma ancora comprensibili, mentre basso e batteria non distolgono l’attenzione neppure un istante dal set; a suggellare l’album arriva “Chronology”, che nonostante il nevrotico incedere dei due fiati, la ricca pezzatura melodica ed il sincopato accompagnamento della sezione ritmica, non riesce a scrollarsi completamente di dosso le vecchie armature dello swing e del bebop.

Le sue anarchiche idee sonore fecero di Ornette Coleman un temuto radicale, un sovversivo, un rivoluzionario, inviso in alcuni ambienti jazz; in verità la sua musica denotava molteplici carenze strutturali, svolazzando via in tutte le direzioni, quasi priva di relazioni dirette con la proposizione originale del tema. Era molto difficile spiegare ad uno studente di musica cosa stesse accadendo, ma soprattutto trovare la complicità di un impettito professore di conservatorio o di una high-school musicale. I critici soprattutto non compresero subito i cambiamenti in atto e ciò che il mondo del jazz avrebbe visto svilupparsi nel giro di pochi anni. In ogni caso “The Shape Of Jazz To Come”, è un disco accessibile, anche se non proprio per i neofiti. I vorticosi fraseggi vocalizzanti di Coleman non erano di certo legati alla tecnica convenzionale ed i suoi temi spesso seguivano percorsi imprevedibili, dove le improvvisazioni del gruppo risultavano solo libere associazioni di pensieri. Potrebbe sembrare assurdo, ma il desiderio di libertà di Coleman era direttamente correlato al suo senso della melodia, probabilmente troppo suo, quindi non sempre decifrabile da chicchessia. E’ lecito domandarsi se questo album sia stato l’inizio, il germe seminale dell’avanguardia jazzistica, quale terreno di coltura per un periodo fecondo, o l’inizio di un’incontrollabile proiezione verso la degenerazione. Un dato è certo, quello che ancora oggi viene definito jazz acustico o mainstream, non ha di certo la rivoluzione Ornettiana come punto di riferimento. Oggi, sarebbe più facile da capire, ma resta sempre difficile da studiare. Del resto, egli stesso non mai saputo spiegare cosa stesse realmente facendo, soprattutto non ha mai saputo chiarire il fantasioso concetto di “armolodia”

 

Visite: 596
   Invia l\'articolo in formato PDF