Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Tormento e passione: “Bahia” di John Coltrane, calma apparente in un uragano di musica!

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Nonostante John Coltrane si rimasto su questa terra soli 41 anni, un lasso di tempo assai breve,  tutto ciò è in contraddizione con il suo ricco catalogo discografico, ben più assortito di quello di altri colleghi molto longevi. Durante gli ultimi mesi passati con il gruppo Miles Davis, John Coltrane partecipò a diverse sessioni di registrazione, sia nel ruolo di leader che di sideman, indipendentemente dall’attività del gruppo del trombettista, anche se di solito erano presenti uno o più membri della stessa sezione ritmica. “Bahia” contiene delle ottime registrazioni di quel periodo particolarmente significativo che mostrano un Coltane molto ispirato e legato ad una sorta di “universalismo della musica”.

Come già raccontato più volte, Trane, non era uomo da fare compromessi, suonava solo quello che era di suo gradimento e lo faceva alla sua maniera, oltrepassando tutti i conformismi e non era mai attratto dal dover piacere al pubblico ad ogni costo, anche se poi ciò avveniva sistematicamente, e la corrispondenza tra ascoltatori e musicista saltava fuori quasi per incanto: Coltrane fu più amato dal popolo del jazz che non dai critici e da certe élite culturali, all’epoca, egemoni. Infatti, dopo il successo dei “BlueTrane”, non condivise mai la politica della Blue Note, ossia il dover produrre album con lo stampino e con qualche hit sicura; così come non tollerò mai l’ambiente troppo presidiato e rigido dell’Atlantic.

In un’intervista a Down Beat nell’aprile del 1962. Coltrane dichiarò: “Ecco che cosa un uomo dovrebbe fare con la musica, dare un’immagine all’ascoltatore delle molte cose meravigliose che conosce e sente nell’universo. Questo è ciò che per me è la musica, solo un altro modo per dire che questo in cui ci troviamo, è un grande e bellissimo universo, ed è stato dato a noi, ed ecco un esempio di come sia magistrale e comprensivo. Mi piacerebbe farlo, penso che sia una delle cose più grandi che puoi fare nella vita e tutti noi dovremmo cercare di farlo in qualche modo. La maniera migliore di esprimersi per il musicista è farlo solo attraverso la sua musica”.

Il titolo dell’intervista da cui è stata tratta affermazione è “John Coltrane ed Eric Dolphy rispondono ai critici del jazz” e fu pronunciata nel contesto di un difesa a mezzo stampa. Coltrane era sotto attacco, a volte particolarmente violento in quel momento. La sua musica era considerata troppo “religiosa”, “nichilista”, “distruttiva”, “anti-jazz”; il suo messaggio irritava molto alcuni soggetti, perché era considerato simile a quello di un santone che paventava un cambiamento epocale della musica attraverso una sorta di contatto con un elemento trascendente. Situazione materialmente poco verosimile, ma questo metteva in discussione gli apparati, ossia le case discografiche e suoi i burocrati, la critica, i mezzi d’informazione. Trane sembrava volesse dire al mondo: io segui solo la mia ispirazione, che mi arriva per concessione divina, io sono il fine, il messaggio incarnato, voi tutti al massimo siete il mezzo.

C’erano stati dei precedenti nell’emergere di altri gli artisti originali e ribelli, ma il reato principale di Coltrane sembrava quello di aver deciso di non piegare il suo concetto di musica per adattarsi alle pre-determinazioni delle etichette discografiche, ai consigli dei giornalisti e soprattutto ai limiti dell’orecchio medio. Ad esempio: “Devi suonare una brano per tutto il tempo, artisticamente necessario alla realizzazione di un disco o al gradi di sopportazione del pubblico”. Invece Coltrane forzava il tutto non accettando i termini di quello che poteva essere un banale e prevedibile “comune sentire”. Quella che per alcuni sembrava “arroganza”, era invece una sua esigenza interiore, un furente pathos da trasformare in arte pura, che si traduceva in una dimensione particolare della sua musica, la quale tendeva a guardare anche armonicamente verso alto, muovendosi in molte direzioni, piuttosto che incanalarsi nel solco della regolarità. Purtroppo, quanto più spontaneo, creativo ed efficace questo metodo di comunicazione, cioè di stimolo costante al cambiamento, potesse risultare, tanto più rischiava di compromettere lo sviluppo dalla carriera. Ecco le sua parole, rigate da un sottile velo di misticismo: “Questo è l’unico modo per sostenere quello che può essere un vero sentimento, ma sono di fronte ad uno specchio e dietro potrebbe nascondersi un fallimento, il quale avrebbe potuto attivare quello stesso sentimento in maniera ingannevole, ma diversamente tutto sarebbe triste e noioso, e non ci sarebbe alcuna possibilità di sorpresa o rivelazione. Posso essere oppresso dalla musica, però mai turbato, forse è vero a metà e, pertanto, sono solo mezzo vivo”.

Per lunghi anni, John William Coltrane non riuscì a neutralizzare del tutto i feroci assalti della critica, che con intensità e determinazione demolitoria facevano a pezzi tutti i suoi lavori. Ogni approdo ad un nuovo palcoscenico scatenava l’ostilità dei detrattori, ma caparbiamente Trane andò sempre per la sua strada, e, sappiamo bene, che da lì a qualche anno avrebbe trovato il grimaldello giusto per aprire la porta del consenso, facendosi apprezzare urbis et orbis. Questo album, rappresenta il primo passo di Coltrane verso una propria autonomia. A quell’epoca, era stato al servizio di Dizzy Gillespie e Thelonius Monk e si trovava nell’ultimo periodo che lo avrebbe legato a Miles Davis, con il quale aveva goduto di un’esperienza straordinaria all’interno del famigerato Quintet, forse il gruppo più importante degli anni ’50. L’esigenza di rompere il legame ed i affrancarsi diventava però sempre più pressante e “Bahia” divenne il demone creativo o lo spiritello maligno che innescò il meccanismo di allontanamento, sebbene l’influenza di Davis sarà ancora evidente in tante di queste registrazione. La sezione ritmica, Red Garland e Paul Chambers, era quella del Quintetto delle meraviglie, mentre Art Taylor e Jimmy Cobb avevano seguito l’insegnamento Philly Joe Jones, così come lo stile del trombettista Wilbur Hardin era stato fortemente influenzato da Miles Davis. Però, Coltrane poteva finalmente godere di una ritrovata libertà e dell’opportunità di sondare ed esplorare ulteriormente la propria musica.

La title-track “Bahia” che ricorda vagamente “Cheese Cake” di Dexter Gordon, ha perfino un sapore vagamente esotico, un trascinante hard bop che consente a Coltrane di esporre un’ ampia gamma di variazioni tonali, attraverso un’avvincente sequenza di giochi melodici, fino all’interplay riservato alla fuga pianistica, mentre, dopo il solo del basso, il sax riproduce il tema melodico portante fino al secco finale. “Goldsboro Express” e, in misura minore, “I’m A Dreamer Aren’t We Well”, vagamente funkeggiante, proveniente da una sessione diversa, ma presente in questo set, contengono i feroci assoli del sax tenore, che liberano il vecchio bop dagli schemi prevedibili e dalle catene della schiavitù, elevandosi attraverso in un forte lamento fatto di fraseggi corti ed impetuosi e sempre in crescendo; sono questi esemplari sonori di rara bellezza, soprattutto innovativi per la media di quel periodo, che provengono dall’istinto di un Trane, il quale si muove da una realtà all’altra, placando quel desiderio sempre urgente di scardinare il processo creativo e renderlo più flessibile e adatto alle sue perenni evoluzioni. Anche nei due brani lenti dimostra di essere un player altamente stimolante e di fascia alta, meno innovativo e più crooner, ma sempre in grado di incantare. “My Ideal”, è una cadenzata ballata con tanto blues nelle vene, dove il band-leader concede molto ai suoi sodali, in particolare alla tromba di Wilbur Hardin e al piano di Red Garland: in questo genere di situazioni dal passo felpato, l’ombra di Miles Davis risulta ancora incombente. Questo è molto vero in “My Ideal”, ma specialmente nel più lento “Something I Dreamed Last Night”, dove Trane sembra aver appreso tutta la lezione di Davis, il suo assolo, spaziato, quasi regolare, con un vibrato contenuto, rammenta la tromba di Miles avvolta in una rarefatta atmosfera notturna.

Gli album di questo periodo non danno ancora una visione completa del Coltrane che verrà, ma sicuramente “Bahia”, tra i tanti in circolazione, è uno dei più riusciti in assoluto. È un disco prezioso storicamente nel suo documentare una fase cruciale dell’evoluzione di John Coltrane, ma la validità della musica e dell’ensemble che la esegue non è da meno. Certo è ancora un Coltrane lontano dai voli pindarici e dalle tentazioni avanguardiste, ma proprio per questo da ricercare ed ascoltare attentamente; è gradevole ed immediato, comprensibile per chiunque: “Bahia” è un album ortodosso nel senso più jazz termine.

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