Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Way Out West” di Sonny Rollins, una cavalcata nelle sconfinate praterie del Jazz

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/// SOLO VINILE By Francesco Cataldo Verrina ///

Questo è uno dei dischi realizzati in trio, la dimensione che Sonny Rollins preferiva, e lui si racconta cosi: “Quando guardo indietro lungo la mia carriera, scopro che stavo interpretando un trio quasi dall’inizio. Quando Miles mi offrì un lavoro nella sua band, mi aveva già sentito nominare in un trio. Mi accorgo che molti lavori sono stati realizzati con un trio, ecco perché anche oggigiorno, quando in un disco si trova sassofono, batteria e basso, c’è un po’ di Sonny Rollins in quella formazione. Ho scoperto che lo avevo fatto per gran parte della mia vita e non me ne sono nemmeno reso conto”. Il Colosso ha sempre avuto grande considerazione per i certi suoi lavori e li ha sempre citati: “Alcuni dei miei dischi più riusciti, come “A Night At The Village Vanguard”, “Way Out West” e “Freedom Suite” sono stati realizzati in trio

Registrato a Los Angeles nel 1957, “WayOut West”, vanta per l’appunto una sorta di primogenitura, fu il primo album registrato in studio, utilizzando quello che poi divenne una modalità diffusa: il trio costituito da sax, basso e batteria. Nativo di New York, a 26 anni, Rollins stava visitando la California per la prima volta, mentre era in tour con il batterista Max Roach, quando la Contemporary Records gli chiese di mettere insieme un album. L’ispirazione fu scontata: gli ampi spazi aperti di Los Angeles e del West. “Stavo davvero rivivendo la mia infanzia con Lone Ranger”, ricordò in seguito. Dopo tutti questi anni “Way Out West” mostra ancora la sua vitalità ed è un album amato anche da coloro che in genere non masticano il jazz velocemente, soprattutto c’illumina su quella che fu l’abilità unica di Sonny Rollins, ossia il saper pescare nella propria memoria ed attingere al più classico patrimonio musicale senza perdere il vantaggio dell’attualità, come dire, quel suo saper trasformare dei vecchi temi attraverso nuove sonorità e renderli degli standard anche per il jazz.  Way Out West”, offre anche una certa atmosfera di country shuffle mentre alcuni blocchi della batteria di Shelly Manne riportano alla mente lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli. La copertina dell’album di per sé iconica mette in evidenza un Rollins che aveva un esplicito interesse per la (trascurata) storia dei cowboy neri, mostrando però un sassofono al posto del Winchester.

L’album per metà è quasi un concept e trae ispirazione dall’idea della frontiera, dalle mandrie, dai cavalli e dagli scontri tra gli indiani ed i cow-boys dal grande cappello, lo statson. Come accennato, fu il primo album jazz ad utilizzare un trio sassofono-basso-batteria, un ensemble che consentiva a Rollins un approccio più libero al momento dell’improvvisazione; senza l’accompagnamento di un pianoforte o di una chitarra, a limitare il passo del sassofono, anche il brano più convenzionale poteva diventare uno spazio aperto con il sostegno della sola sezione ritmica, in questa circostanza formata dal bassista Ray Brown e dal batterista Shelly Manne. Quel giorno, tutti avevano altri appuntamenti in studio o concerti, quindi non ci fu molto tempo per provare, prima della leggendaria sessione delle tre del pomeriggio. Per questo motivo vennero scelti alcuni standard come “Solitude” di Duke Ellington pezzo molto familiare a tutti nella band. Il brano ricalibrato dal sassofono di Rollins, crea un’atmosfera languida e struggente, tipica di un bivacco notturno, con i fuochi accesi, ma è soprattutto la prima traccia dell’album, “I’m An Old Cowhand”, a creare subito l’atmosfera western. I colpi di batteria iniziale riportano alla mente il rumore degli zoccoli dei cavalli, quindi il flessuoso innesto del sax, dal ritmo spaziato e dall’andatura media, riporta alla mente una morbida cavalcata, il cosiddetto canter, il galoppo da lavoro dei cow-boys.

Dal classico bop di “Come, Gone” alla title track piacevolmente dinoccolata e oscillante, entrambe composizioni originali di Rollins, la band sembra esistere come un corpo unico, un organismo non divisibile: Sonny e Ray procedono abilmente in un continuo movimento contrappuntistico supportati dal profondo swing di Manne. L’andamento del ritmo lascia molto respiro all’ascoltatore, che riesce ad assaporare lentamente il sentimentalismo intrinseco di ogni melodia. L’atteggiamento ed il tono temerario di Rollins, in qualche modo blues, sensibile e moderno allo stesso tempo, aggiunge anche un po’ di brio, senza mai perdere il filo della composizione originale. “Come, Gone” sembra descrivere la scena di un duello, mentre “Way Out west” una bella scazzottata in un saloon. “Lo stesso vale per “There Is No Greater Love”, in cui il Colosso si cimenta con un lirismo evocativo, punteggiato da gorgoglii asimmetrici e fraseggi enfatici, che conferiscono ad un melodia senza tempo una nuova svolta. “Wagon Wheel”, che apre la seconda facciata, è certamente il brano più immediato dell’album, la batteria cavalca ancora a suon di zoccoli ferrati per le sconfinate praterie, il basso fa da sostegno come una comoda sella, mentre il sax sostituisce il fucile in un’intrepida caccia alla melodia e ad briglie sciolte.

Dall’album scaturisce un’estetica sonora estremamente intima ed informale, come in uno spettacolo per tutte le età: sarebbe bastato aggiungere qualche applauso per ottenere l’atmosfera di un concerto dal vivo. I tre musicisti, molto intimi fra loro durante la session, risultano ancora più vicini a chi ascolta il disco. Non caso, i 45 minuti di “Way Out West” passano anche troppo velocemente, una volta che i suoi curatissimi dettagli iniziano ad emergere. Le linee forti e fluide di Brown valgono un ascolto separato, così come gli abbellimenti quasi impercettibili di Manne. Ovviamente nelle melodie di Rollins c’è sempre qualcosa di nuovo da ascoltare. Le variazioni di ogni canzone, arricchite da piccoli ricami improvvisati, appena accennati, offrono un ritratto completo di un artista nella sua dimensione di ricercatore e rimodellatore di suoni. In “Way Out West”, l’ascoltatore, anche quello meno forbito, comprende le idee che vengono elaborate, gli esperimenti che vi si svolgono e, soprattutto diviene consapevole una creatività senza fine ed a presa rapida.

Questo è uno di quei dischi in cui si percepisce la bravura di Sonny Rollins, sassofonista unico, non facilmente classificabile, ma estremamente comprensibile, foriero di una costante innovazione stilistica e per lungo tempo insuperato, forse perché la summa di molti vissuti precedenti. Le sue parole, come al solito, ci vengono in aiuto: “I miei idoli erano originariamente Louis Jordan, il sassofonista del ritmo e del blues, poi mi sono avvicinato a Coleman Hawkins e sono rimasto con con lui tentando di assorbirlo, quindi ho cercato di familiarizzare con Lester YoungPer lungo tempo, naturalmente, avevo ascoltato Ben Webster, provando ad acquisire parte del suo modo di suonare ed il grande Don Byas, per me uno migliori sassofonisti, uno di quegli eroi poco celebrati. Ho studiato molto tutti loro, e soprattutto Charlie Parker, il quale divenne una fonte importante della mia ispirazione”.

Ora i casi sono due: se ti piace il jazz o ti stai avvicinando al genere, devi avere necessariamente questo disco; se il jazz non ti va proprio giù e lo trovi ostico, devi procurartene lo stesso una copia, perché “Way Out West”, al netto di tutto, è solo bella musica o la colonna sonora jazzly di un film western che non hai ancora visto, tetrium non datur. In merito alla qualità sonora, questo vinile è sorprendente.

 

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