Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Anthropology” di Don Byas, un capolavoro da scoprire o da riscoprire.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Ci fu una folta schiera di musicisti che a partire dagli anni ’40 trovò un “buen retiro” in Europa, particolarmente in Francia e nei paesi scandinavi, dove la passione del pubblico, dei media e della critica per il jazz era particolarmente sviluppata, spesso più che in madrepatria. A volte queste fughe duravano qualche anno, altre periodi assai più lunghi. I jazzisti, particolarmente quelli di colore, trovavano nella vecchia Europa condizioni di vita migliori. Universalmente accettati, non subivano le restrizioni della segregazione razziale. Non dimentichiamo che un artista dalla pelle d’ebano, per quanto famoso e di successo, fino alla fine degli anni 60, in USA, non poteva pernottare in taluni alberghi riservati ai bianchi, andare a cena in certi ristoranti o acquistare una casa in alcuni quartieri, pur avendo denaro disponibile. Spesso all’estero trovano ingaggi migliori e maggiore considerazione da parte di produttori ed etichette discografiche; non di rado l’espatrio significava sfuggire al fisco o era dovuto ad una vera fuga legata all’uso di sostanze stupefacenti, poco tollerato dalle rigide leggi americane dell’epoca. Don Byas è stato uno dei grandi sassofonisti tenori della storia del jazz ma, ma causa della sua decisione di trasferirsi definitivamente in Europa nel 1946, fu sempre sottovalutato nei libri di storia del jazz.

Nonostante il suo legame con il bebop, Byas rimase sempre profondamente radicato nei suoni dello swing classico, divenendo un anello di congiunzione fra la vecchia guardia legata alle big band e le combo leggere post-belliche. Iniziò ad emulare Coleman Hawkins, soprattutto le sue capacità trasformative e di adattamento alla nuova scena jazz; a sua volta fu molto amato da Sonny Rollins, almeno nella sua prima fase costruttiva. Byas ebbe come unico riferimento lo stile di Art Tatum, considerato la sua maggiore influenza: “Non ho uno stile, soffio come l’arte”, diceva. Abile sassofonista capace di esprimere un suo stile, un avanzato senso dell’armonia, e una disinvolta sicurezza e scioltezza sullo strumento, a volte avventuroso e sfrontato, altre drammatico con un profondo pathos, in ogni caso, inequivocabilmente ed immediatamente riconoscibile. Un forte senso lirico ed un romanticismo profondamente sentito, unito ad un brillante uso della dinamica e del timbro consentivano al suo strumento di emanare sia un morbido calore che un pungente fraseggio ritmico tipico delle fulminee terzine del bop. Charlie Parker diceva di lui: “Byas era in grado di suonare, tutto ciò che c’era da suonare”. A volte le sue note gocciolavano di sentimentalismo, soprattutto nelle ballate si attardava con un fare languido e sinuoso, ma un innato senso del swing rendeva le sue improvvisazioni uniche. Pur essendo stato uno più massimi sassofonisti tenori, la decisione di trasferirsi definitivamente in Europa nel 1946 lo portò a essere sottovalutato nei libri di storia del jazz. La sua conoscenza degli accordi, ma soprattutto l’impostazione sonora rivaleggiava con quella Coleman Hawkins: molte le similitudini nel timbro, nel tono e nel vibrato. Si potrebbe affermare che Don Byas stesse a Coleman Hawkins, come Sonny Sttt a Charlie Parker, non dei cloni, ma delle vere estensioni. Quando i musicisti americani erano in tournée in Europa chiedevano sempre a Byas di unirsi a loro: memorabili le esibizioni con Duke Ellington, Bud Powell, Kenny Clarke, Dizzy Gillespie, Coleman Hawkins, Stan Getz, Art Blakey ed una registrazione del 1968 con Ben Webster. Nonostante Don Byas abbia registrato molti dischi negli anni ’50, anche in USA, in totale più di 20 album come band-leader, fu quasi dimenticato in patria, per quanto acclamato nel vecchio continente, soprattutto nei Paesi Scandinavi.

Questo superlativo set, in cui è supportato dal pianista Bent Axen, dal bassista Niels Pedersen e dal batterista William Schiopffe, mostra un Byas in splendida forma che si misura in un club di Copenhagen con cinque standard jazzistici. Nonostante l’età avanzata, all’epoca dei fatti aveva già 55 anni, si muove con la freschezza e l’energia di un ventenne, ancora disposto a mettersi in gioco ed a misurarsi con il corso degli eventi ed i mutamenti in atto in quel periodo. “Antrhropology” venne registrato il 13 gennaio del 1963, un momento di notevole fermento creativo in ambito jazz, sulla spinta degli innovatori e degli avanguardisti come Ornette Coleman e John Coltrane. Ascoltando Don Byas, scomparso nel 1972, in “Anthropology” e “Billies’s Bounce”, risulta davvero difficile credere che un musicista con tali capacità, sia finito nel dimenticatoio e che abbia registrato solo un paio di volte, forse tre, come band-leader, nonostante la lunga attività iniziata negli anni ’30. “Antropology” si sostanzia comunque come uno dei suoi lavori più riusciti e, solo per questo, Byas meriterebbe una maggiore considerazione, attraverso uno studio approfondito delle decine di session a cui partecipò come side-man o in qualità di comprimario. Nei circoli del jazz esisteva una teoria, per cui una volta che un musicista americano avesse lasciato il proprio paese per stabilirsi in Europa, il suo inevitabile declino sarebbe stato direttamente proporzionale alla durata dell’assenza. Il fatto che tale teoria potesse difficilmente essere supportata da qualsiasi riscontro reale ed in riferimento a qualsiasi musicista espatriato divenne presto irrilevante, poiché il jazz è un ambito in cui il dogma veniva difficilmente accettato come fatto concreto, per via dell’imprevedibilità dei tanti fenomeni che susseguivano, mettendo spesso in discussione il vissuto precedente. Dopo un lungo periodo di soggiorno all’estero, ad esempio, per Stan Getz o Dexter Gordon il ritorno in patria significò l’inizio di una nuova vita artistica. Un dato è certo, la lunga permanenza all’estero offuscò in parte la carriera di Don Byas, il quale al momento della registrazione di “Anthropology” viveva in Europa da oltre due decenni, dopo essersi imbattuto nella band di Don Redman nel 1946. Quantunque la sua presenza nel mondo della discografia fosse stata irregolare ed incostante, solo un critico folle avrebbe potuto parlare di un declino, all’indomani dell’uscita di questo album.

Carlos Wesley “Don” Byas era nato a Muskogee, in Oklahoma, il 21 ottobre 1912. Durante gli anni ’30 lavorò al soldo di Eddie Barefield, Don Redman, Lucky Millinder, Andy Kirk e in altre altre big band dell’epoca swing, con una lunga permanenza nell’orchestra di Count Basie fino al 1941. Don era uno che amava le sfide, soprattutto perché le sue intuizioni sul sassofono furono sempre molto avveniristiche, tanto che nella prima metà degli anni quaranta divenne uno dei protagonisti nei vari club della 52esima Strada, allora molto fiorenti, luoghi di tendenza e di incontro della nuova generazione bebop. Il suo grande rivale all’epoca era Coleman Howkins. A causa della sua età, nonostante uno stile ed un approccio sempre giovanile, Byas veniva considerato un musicista dell’epoca swing, vicino alla scuola di Coleman Hawkins, ma in realtà fu presto coinvolto nel bop e le sue idee ritmiche e armoniche si adattarono facilmente al nuovo filone, soprattutto non fu mai reticente a discutere il proprio ruolo nel jazz.

In un’intervista rilasciata a Valeric Wilmer, nel numero di Jazz Beat dell’ottobre 1965, dichiarò: “Molti dei moderni sassofonisti sono stati influenzati da me e per questo ho ottenuto una certa notorietà, anche se le persone confondono la questione su chi ha influenzato chi… Potresti sentire pezzi di Coltrane nel mio modo di suonare, ma ti dirò che se Coltrane ha cambiato suono, cosa che ho provato a fargli fare spesso, sarebbe molto difficile capire a chi stia facendo riferimento”. Ovviamente Byas non si ferma qui. In quella intervista si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “Vedi, io ero l’unico di quella specie di scuola di Hawkins che aveva idee moderne, non dissimili dalle sue. Molte delle cose che io e lui abbiamo inventato hanno definito quello che poi abbiamo chiamato bebop. Molte di quelle cose le avevo pensate proprio io. Per esempio, Parker era già influenzato da me ancor prima che diventasse famoso e molte delle mie idee l’hanno aiutato fino quando non è venuto fuori. Alcune delle tipiche figure con cui oggi riconosciamo ed indichiamo il bop erano farina del mio sacco, ma non ne ho mai ricevuto il merito, perché sono rimasto fuori dalla scena americana troppo a lungo”. Sulla questione dell’espatrio, Byas respingeva fermamente l’idea che rallentasse il progresso musicale di un jazzista, addirittura portandolo al declino: “Ci sono due categorie di musicisti, i creatori e gli imitatori, mi sembra di essere uno dei creatori, quindi se mi trovassi nel mezzo del deserto del Sahara non cambierebbe nulla, sto andando nel modo in cui voglio andare, che è dove sono sempre andato.” In un’intervista, Sonny Rollins, facendo riferimento ai musicisti che lo avevano influenzato, conferma le dichiarazioni di Don Byas: “A parte Coleman Howkins, ad un certo punto, mi misi a studiare alla lettera lo stile di Don Byas, le sue intuizioni sullo strumento erano geniali, molti in ambito bop ne avevano ripreso la tecnica, è stato un vero genio del sax tenore, purtroppo dimenticato”.

In quel periodo Byas aveva cambiato stile, accrescendo la durezza del suo tono, alla ricerca di un suono più forte ed energico in grado di riflette il modo di interpretare il jazz di quegli ultimi anni. Tutto ciò a detrimento di una sua tradizionale tecnica, morbida e raffinata, esaltata dalle ballate modello Coleman Howikins. Al momento della registrazione di “Anthropology”, Byas preferì presentare un programma più moderno legato al bop, ma in maniera evolutiva, forse per sottolineare il suo ruolo nello sviluppo di quel tipo di idioma: momenti di durezza con evidenti linee improvvisative intervallati da ballate reinterpretate con l’uso di nuovi moduli espressivi, in modo che i contenuti di questa registrazione, effettuata live al Montmartre Club di Copenaghen, fossero un riflesso accurato del suo attuale approccio con la musica. La sezione ritmica risulta assai moderna, il bassista Niels-Henning 0rsted Pedersen si adatta bene al tracciato sonoro Byas. Il suo assolo in “Night in Tunisia”, una delle versioni più riuscite, è da manuale, mentre Bent Axen dimostra una notevole inventiva in ogni dove, dal canto suo Byas domina a tutto campo. L’ approccio alle ballate, quali “Moonlight in Vermont” e “Do not Blame Me” appare assai mutato rispetto a come sarebbe stato negli anni ’40. I suoi lunghi assoli sono pesantemente influenzati dal modulo espressivo di sassofonisti in auge in quel momento, come Sonny Rollins e John Coltrane; anche se indubbiamente – come già spiegato – si potrebbe sostenere il contrario: le corse in verticale, le discese ardite, le risalite e certe inflessioni tonali danno la dimensione di un qualcosa o di qualcuno che sia stato a stretto contatto con Coltrane o comunque già in possesso di un particolare bagaglio tecnico ed espressivo, tanto da consentirgli di misurarsi alla pari e senza complessi con i nuovi dettami del post-bop a volo libero. L’assolo di “Anthropology”, non ha nulla a che spartire con quello che Don aveva registrato per la prima volta nel 1946, come membro del gruppo di Dizzy Gillespie. Ascoltando il disco al buio, senza indicazione alcuna, difficilmente si potrebbe affermare che non fosse proprio John Coltrane a suonare, piuttosto che Don Byas. All’epoca fra i due c’erano circa vent’anni di differenza. Non dissimile la situazione creata con un altro classico del bop, “Night In Tunisia”, sempre di Dizzy Gillespie, che in questo album risulta completamente rigenerato e rimodellato da potenti fraseggi improvvisativi, raffiche di note e di accordi sparati in corsa, ancora una volta con una modalità esecutiva che rimanda al solito Coltrane, all’epoca il personaggio più ammirato per la sua evoluzione tecnica. “Billie’s Bounce”, classico del repertorio di Charlie Parker, contiene uno dei migliori assoli del disco, dove lo stile di Byas è la risultante di una perfetta amalgama tra dispositivi swing-swing e hard bop, frutto di una naturale capacità di mantenere la continuità e di legare vecchio e nuovo senza traumi e fratture stilistiche.

Ascoltando questo album, è certamente corretto sostenere – come lo stesso Byas affermava – che egli sia stato l’unico sassofonista tenore della generazione di Hawkins ad esprimere perennemente idee moderne, così come appare ovvio che lo stesso Coleman Hawkins abbia sempre mostrato un notevole interesse per i nuovi sviluppi del bop. Tuttavia, Byas in quel periodo era davvero il sax tenore più avanzato della sua generazione, nonostante, per le motivazioni già elencate, il suo ruolo nello sviluppo del bop sia stato tendenzialmente ignorato dai libri di storia. Risulta altrettanto chiaro che, quando registrò “Anthropology”, Byas fosse in una condizione invidiabile, una sorta di stato di grazia: un musicista di esperienza e di considerevole spessore, dotato una “giovanile” curiosità musicale che gli permise di utilizzare con scioltezza molti degli elementi di novità del jazz di quegli anni. L’album in oggetto è una prova inconfutabile della sua continua intraprendenza, ma incidentalmente divenne una sorta di automatica confutazione dell’insana tesi che l’espatrio conducesse gli artisti verso un lento declino o una progressiva perdita dell’estro creativo. “Anthropology”, un unicum nella carriera di Don Byas, è da annoverarsi nella lista dei cento dischi più belli del jazz dell’era bop. Così è, se vi pare!

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