Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Here To Stay” di Freddie Hubbard, il capolavoro ritrovato.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Freddie Hubbard è stato uno dei trombettisti più rappresentativi della storia del jazz; talvolta a torto viene ricordato solo come un gregario di lusso, potremmo dire extra-lusso, avendo partecipato come sideman ad alcuni dei dischi fondamentali in ambito bebop, hard-bop, post-bop, fino all’avanguardia. Ne citiamo solo alcuni, tanto per dare la cifra artistica e la tempra stilistica di questo fenomenale strumentista: “Free Jazz: A Collective Improvisation” di Ornette Coleman, “Ascension” di  John Coltrane, “Out To Lunch” di Eric Dolphy e “Maiden Voyage” di Herbie Hancock. A soli vent’anni inizia a collaborare con Wes Montgomery che da Indianapolis lo porta a New York, introducendolo nel giro che conta, preziosa fu la sua collaborazione con Sonny Rollins e J.J. Johnson; dal 1961 al 1964  entra in pianta stabile nei Jazz Messengers di Art Blakey. In quel periodo registrò svariati album con la Blue Note, molti dei quali pubblicati parecchi anni dopo, quando Freddie Hubard stava finalmente godendo dei frutti di un duro lavoro e di una lunga gavetta, in particolare a partire dagli anni ’70, quando vinse addirittura un Grammy Award con l’album “First Light” del 1971. Già l’anno precedente era stato baciato dal successo mondiale, incidendo due dischi importanti, “Red Clay” e “Straight Life”. Nel 1977, Wayne Shorer lo introduce nel giro della fusion, dove il quasi quarantenne Hubbard dimostra di essere in grado di competere con le nuove leve e di apportare ancora contenuti sostanziosi all’evoluzione del jazz contemporaneo.

Il fatto che molti album di Freddie Hubard siano stati messi in circolazione molti anni dopo la registrazione ha creato un piccolo equivoco storico, che non gli rende giustizia, oscurando una parte decisiva della sua carriera, forse la più importante, ma ciò si comprese soprattutto quando album come “Here To Stay vennero ascoltati e valutati senza condizionamenti con il senno di poi. Nello specifico la pubblicazione era prevista nel 1962, ma venne accantonato fino al 1986. “Here To Stay” fu un altro dei seminali album Blue Note che non riuscì a vedere la luce del giorno dal momento della registrazione, fino al tardivo momento della registrazione. Forse questo rifletteva le difficili scelte che Albert Lion dovette fare, troppo spesso, per mantenere a galla una piccola etichetta discografica indipendente, ma anche come il corso della carriera di molti musicisti venne deviato ed alterato da talune opzioni aziendali: quello di Hubbard non fu l’unico caso. Al netto di ogni considerazione storica ed artistica, “Here To Stay” è considerato come uno dei migliori dischi in assoluto, non solo della carriera di Freddie Hubbard, ma  di tutto l’universo bop di quegli anni.

Va chiarito che, tra la seconda metà degli anni ‘50 e la prima dei ’60, vennero effettuate presso vari studi di registrazione, centinaia di session, molte delle quali furono date alle stampe successivamente in formati diversi da quelli stabiliti all’epoca dei fatti, talvolta senza il consenso esplicito degli interessati. A differenza dell’ambiente pop-rock dove le registrazioni duravano settimane e mesi e gli investimenti erano notevoli, nel mondo del jazz il tutto avveniva in maniera rapida: la presenza in sala era abbastanza fugace, spesso con poche ore di prova. Le sessioni venivano realizzate in presa diretta, al massimo si fissava su nastro qualche take alternativa, vuoi per la peculiarità del genere, vuoi per la bravura degli strumentisti che, in talune circostanze, mostravano un affiatamento fuori dal comune. Nel jazz, in massima parte in mano a piccole etichette indipendenti, era invece la fase successiva ad essere complicata, ossia la stampa, la promozione, la pubblicazione, che richiedevano grossi investimenti non sempre sopportabili. In genere, se l’artista coinvolto in prima persona non era ancora affermato “commercialmente” o in ascesa sul mercato, soprattutto se, a registrazione ultimata, si presupponeva che l’ipotetico album non contenesse hit potenziali, il materiale veniva accantonato in attesa di tempi migliori. Per molti musicisti il consenso di pubblico e critica arrivava dopo qualche anno, quindi le varie etichette si precipitavano a monetizzare il loro vecchio investimento, editando lavori che spesso contrastavano con l’attuale situazione artistica, l’evoluzione sonora ed il nuovo livello tecnico raggiunto degli artisti interessati: Coltrane fu uno dei più sfruttati da questo punto di vista. A posteriori, possiamo affermare che questa insana abitudine sia stata solo un bene, rendendo giustizia, almeno in parte, forse solo un piccolo risarcimento morale per quei tanti musicisti, di cui rimaneva un vuoto incolmabile ed una zona d’ombra, relativamente alla prima fase della loro carriera. “Here To Stay ebbe una storia travagliata: lasciato negli scantinati delle note Blue per quattordici anni, venne una prima volta stampato in un doppio set in vinile insieme ad “HubTones”, un accoppiamento che non rendeva giustizia a nessuna delle due sessioni. Fortunatamente, un decennio dopo, fu immesso sul mercato come lo conosciamo oggi.

Here To Stay” è un valido esempio di hard bop e nonostante Freddie Hubbard avesse solo 24 anni, si caratterizzò come una “voce” già formata e matura per il jazz di quegli anni. Insieme a lui Wayne Shorter (sax tenore), Cedar Walton (piano), Reggie Workman (basso), Philly Joe Jones (batteria), a quali questo progetto offrì una piattaforma espressiva di notevole impatto, nonostante la conoscenza tra di loro fosse limitata, ad eccezione di Philly Joe Jones, con cui Hubbard aveva lavorato nei Jazz Messengers di Art Blakey. Il loro affiatamento risultò spettacolare, ma fu soprattutto la tromba di Freddie Hubbard ad impressionare con un’inventiva sullo strumento, oggi, ancora ammirata.

Philly Mignon”, la traccia di apertura composta da Freddie Hubbard, è uno scattoso hard bop basato su virtuosismi di tromba e sassofono, suonati velocemente. La tromba di Hubbard irrompe sulla scena immediatamente dopo una rullata di tamburi, il sax di Shorter la segue a ruota senza tentennamenti, anche il piano nell’interplay procede a passo marziale, Cedar Walton sembra aver subito il morso della tarantola, mentre le dita colpiscono i testi con “nera” avidità, creando una piattaforma per il lancio di tromba e sax, sortati da un sezione ritmica che non fa sconti sino alla chiusura del brano. “Father And Son”, la prima delle due composizioni di Cal Massey inizia come una leggiadra ballata blues con un portamento tipo samba, ma presto cambia umore sulla spinta della tromba e del sax, mentre il pianoforte gli consente una fluida transizione verso un blues quasi fankoide dal ritmo più deciso. A seguire, quella che forse è la traccia più riuscita, una raffinata riedizione dello standard di Johnny Green, “Body And Soul”. Il confronto con la classica versione di Coleman Hawkins del 1939  e quella di John Coltrane del 1960, presente in “Coltrane’s Sound, non sminuisce affatto la bravura di Freddie Hubbard, che al contrario si fa apprezzare per un’interpretazione molto più moderna. Wayne Shorter suggerisce il tema iniziale con il sax, ma Hubbard cattura prontamente l’attenzione, dimostrando di avere una padronanza dello strumento non comune, anche nel fraseggio più lento, spaziato e delicato, quasi alla Miles Davis e con un gusto decisamente cool. L’altra composizione di Freddie Hubbard è “Nostrand And Fulton”, sette minuti di bebop a tinte funk, con un perfetto e fluido battibecco fra tromba e sassofono, che si contengono la piazza in maniera quasi divertita, piano e sezione ritmica stanno al gioco, adattandosi alle circostanze. “Full Moon And Empty Arms” risale al 1946 ed è basato sulla melodia del terzo movimento del Concerto per pianoforte n. 2 in Do minore di Rachmaninoff. Fu registrato da Frank Sinatra, ma non venne molto apprezzato. Freddie Hubbard e la band qui vanno in qualche modo a rendergli giustizia, aggiungendo una colorata essenza di swing, corroborando una melodia basicamente statica con qualche ricamato gioco improvvisativo; in sequenza tromba, sassofono e piano si muovono seguendo lo stesso fil rouge, mentre basso e batteria non hanno difficoltà ad intercettare i cambi di umore dei solisti. L’album si chiude con la seconda composizione di Cal Massey, “Assunta” dove Wayne Shorter sembra fare le pulci a Coltrane, ma funge principalmente da canale navigabile, finalizzato alla rotta di Hubbard che con un assolo fluente cambia il ritmo e la direzione della melodia.

E’ giunto il momento del riscatto per “Here to Stay”, forse uno dei più riusciti album di Freddie Hubbard, sicuramente frainteso e sottovalutato, ma adatto e consigliato anche a chi si avvicina al jazz, iniziando ad assumerlo in piccole dosi.

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