Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“One Flight Up” di Dexter Gordon, Parigi val bene una mossa… vincente!

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

La fuga dagli USA e l’esilio scandinavo fecero molto bene sia al morale che alla creatività di Dexter Gordon. Poco tempo prima di questa sessione parigina, in cui venne registrato “One Flight Up”, dichiarò: “Finalmente mi sento libero, sia come musicista jazz che come essere umano”. Il senso di una libertà artistica e personale, appena ritrovata, è testimoniata dalla struttura di questo album, assai libera e senza tanti catenacci mentali e musicali; scevra dai condizionamenti e dalle restrizioni imposte dalla scena musicale americana, dove i jazzisti per fare colpo, soprattutto sull’audience radiofonica, componevano brevi tracce o si misuravano con standard di sicuro effetto della durata di tre a quattro minuti al massimo.

Questo è uno dei dischi più riusciti della storia del jazz moderno, che fonde a caldo elementi residui del vecchio bop e jazz modale di gran classe. Un album scorrevole, senza divagazioni concettuali e forzature improvvisative. Facile da fruire, anche per chi non mastica la sintassi jazz, ma ha gli enzimi naturali per digerirla. E’ la dimostrazione lampante dell’universalità della musica, adatta a qualunque circostanza e ad ogni ambiente. Con “Tanya” della durata di quasi diciotto minuti e “Coppin the Haven” di undici minuti, Dexter Gordon, fiancheggiato e supportato da un ispirato Donald Byrd alla tromba, quale comprimario di lusso, fu in grado di suonare a lungo senza pensare di essere montato e tagliato. L’idea di prolungarsi oltre un certo minutaggio rappresentò una scelta alquanto coraggiosa: sarebbe stato difficile ascoltare queste tracce alla radio, ma il compromesso produsse un’esperienza di ascolto assai attrattiva per sostenitori e critici, regalando al mondo del jazz una merce sonora molto rara, sia nel lessico che nello stile, rispetto al post-bop mainstream.

Il grido sofferente del tenore di Gordon, dal tono lievemente ferito, la costruzione paziente di uno stile unico ed il potere di un’invenzione creativa ed interpretativa, costantemente sostenuta dallo studio e dal confronto inter pares, avevano avuto un’enorme influenza su molti jazzisti coevi o di poco più giovani (in particolare su Sonny Rollins e John Coltrane): c’è un’inarrestabile forza immaginifica  nella musica di “One Flight Up”, spalmata nei tre lunghi brani che compongono l’LP originale pubblicato nel 1965 per la Blue Note. Paradossalmente, sembrerebbe una sorta di tributo ideale alla “Freedom Suite” di Sonny Rollins, album uscito nel 1958 e di cui “One Flight Up” sembra ripetere lo stesso schema.

Kenny Drew e Donald Byrd si alternano in un perfetto gioco delle parti, mantenendo l’atmosfera sonora sempre ad elevati livelli esecutivi. Ma la chiave del successo di “Tanya” è indubbiamente opera di Art Taylor alla batteria e di Niels-Henning Orsted Pedersen al basso, i quali mantengono il terreno del groove particolarmente esteso e fertile all’innesto della prima linea ed un tempo costante, senza tradire un il flusso libero del suono. Il loro contributo al disco è importante quanto quello dei solisti della prima fila. Orsted Pedersen aveva solo diciotto anni ed era già considerato come uno dei migliori bassisti europei, dotato di una tecnica pregevole: le sue note strappate allo strumento con decisione diventano le compagne ideali dei rulli di tamburo schioccanti, sincopati e potenti di Art Taylor. Taylor, anche lui espatriato all’epoca, era sempre stato determinante in svariate registrazioni dei principali artefici del jazz degli anni Cinquanta e Sessanta. Il suo intervento in “One Flight Up”, soprattutto in “Tanya”, è da considerarsi un esempio da manuale.

Tanya” ha una struttura semplice con leggere variazioni, un tema mid-tempo pieno di soul e riff, tanto da diventare uno standard ed un punto fermo nel repertorio di tanti sassofonisti. Nello specifico, le strutture di supporto della pianista Kenny Drew e la tromba di Byrd sono più evidenti rispetto al sax tenore di Gordon, il quale da grande anfitrione lascia ampio spazio ai sui sodali, dimostrando il senso della collegialità, ma marcando il territorio con assoli precisi, ariosi e divagazioni sul tema melodico contenute, quasi a voler affidare il compito a Donald Byrd. Memorabile per molte ragioni, la brillante composizione di Drew “Coppin The Haven”, un esempio di jazz moderno di alta scuola, un piacere modale in chiave minore, dove Byrd domina nuovamente esprimendo una melodia lucente ed a presa rapida, imperniata su variazioni tematiche di facile comprensione, che forniscono un esempio di jazz nella sua forma migliore. “Coppin ‘The Haven” ha una struttura simile a quella di “Tanya”. Anche qui, l’esecuzione pulita e lineare di Gordon e le frasi lunghe si manifestano come i pilastri basilari di uno stile che da sempre avevano caratterizzato la sua storia di sassofonista tenore. Kenny Drew offre un buon mix di frasi giocate su due livelli, richiamando il dualismo di McCoy Tyner: più sfumato nella sezione modale e più marcato nelle infuocate linee funky della parte improvvisativa. Gordon completa il set con un’interpretazione rigogliosa dello standard di DeLange – Van Heusden, “Darn That Dream”, dando il meglio di sé, mentre il suo sax secerne emozioni dal pathos intenso come solo sui sapeva fare, al pari di ballate simili contenute nei suoi precedenti album Blue Note, come “Dexter Calling” e “A Swingin ‘Affair”. Grazie alla coerenza di un suono vagamente cool e all’interazione fra i singoli musicisti, “Darn That Dream” si integra perfettamente con le incursioni di Gordon nel jazz modale.

Lo standard esecutivo del sassofonista risulta molto elevato. I prolungati impegni nel più prestigioso locale jazz di Copenaghen, il Club Montmartre, gli avevano dato l’opportunità di affinare ulteriormente la sua tecnica. In circa 47 minuti di musica, “One Flight Up” è la dimostrazione della duttilità di Dexter Gordon come band-leader ed al contempo di generoso compagno di squadra, mentre il suo individualismo viene in qualche modo salvaguardato e sublimato. “One Flight Up” è un album che non dovrebbe mancare nella discoteca casalinga di ogni amante, non solo del jazz, ma della buona musica. Provate a metterlo sul piatto, non riuscirete più a staccarvene.

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