Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Schizophrenia” di Wayne Shorter, un gioiello di post-bop da scoprire o riscoprire.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Wayne Shorter, leggenda vivente del jazz, oggi ultraottantenne, è stato nel corso dell’evoluzione del jazz moderno un fenomeno unico, e le motivazioni sarebbero molteplici, ma cerchiamo di enuclearne qualcuna: in primis Shorter era uno che possedeva l’innata tempra del compositore, raramente nei suoi dischi fondamentali ha usato degli standard o materiale composto da terzi, a meno che quella traccia non avesse un particolare significato e non si sposasse alla perfezione con il concept  sviluppato in quel dato momento; aveva la tendenza, anche qui dono di natura o esigenza dello spirito, di saper esplorare tutte le infinite possibilità  offerte da ogni singolo accordo, ciò conferiva alla sua musica una varietà e la totale assenza di banale prevedibilità, in lui erano presenti gli elementi tecnici migliori di Lester Young, Sonny Rollins e John Coltrane, soprattutto nel suo approccio allo strumento: a tratti mostrava l’eleganza e la nitidezza di Young, altre la potenza di Rollins, altre ancora l’irrequieta voglia di sperimentare di Coltrane. La sua preparazione gli consenti facilmente di andare oltre ed imporsi con grande personalità, definendo presto i tratti ben precisi di uno stile Wayne Shorter; ultima considerazione, ma non meno importante è che Wayne Shorter riuscì ad evolversi in maniera naturale, senza snaturarsi o svendersi, non solo seguendo o adattandosi, ma dominando e modellando le nuove tendenze dal jazz da protagonista o inter pares. Dal free jazz alle contaminazioni fusion, restò sempre un indiscusso protagonista nell’attualità della musica e non solo un vecchio superstite di un’epoca leggendaria, intento a rinverdire i fasti di un passato glorioso, come molti della sua generazione  fecero.

Dopo aver trascorso quattro anni con i Jazz Messengers di Art Blakey, dal 1959 al 1963, dove divenne il direttore musicale, Shorter si era unito al secondo quintetto storico di Miles Davis’ nel 1964, rimanendo con lui fino al 1970. Durante il periodo passato al soldo di Miles, registrò una serie di album per Blue Note, alcuni dei quali sono delle pietre miliari scolpite nella storia: “Speak No Evil”, “JuJu”, “Adam’s Apple”. L’arrivo di “Schizophrenia”, eccellente excursus sonoro, mostra la bivalenza e le due facce della creatività di Wayne: da una parte le sue composizioni più regolari e canoniche, anche se innovative, dall’altra la sua vena di sperimentatore ed esploratore, interessato maggiormente alla conquista dei domini free jazz e post-bop.

Wayne Shorter era, dunque, all’apice della sua potenza creativa quando registrò “Schizophrenia” nella primavera del 1967, assemblando un sestetto che comprendeva due dei suoi compagni nel gruppo di Miles Davis, il pianista Herbie Hancock e il bassista Ron Carter, insieme al trombonista Curtis Fuller, l’alto sassofonista e flautista James Lo Spaulding e il batterista Joe Chambers.  Shorter mise in piedi una band in grado di trasmettere la sua “schizofrenia” musicale; strumentisti in grado di suonare secondo canoni e regole tradizionali, ma anche di allargare i limiti spazio-temporali del jazz. Nel pieno delle loro capacità espressive lo fanno magnificamente nella traccia di apertura dell’album “Tom Thumb”. Il ritmo e il tema della canzone risultano alquanto chiari, ma l’interazione musicale e gli assoli producono risultati imprevedibili, siamo in un momento di forte contagio “coltraniano” e la strada dell’imprevedibile diventa il terreno battuto da questo ensemble che procede a colpi di post-bop tagliente. “Go” è una ballata, dall’atmosfera arcana, che riporta alla mente il clima immaginifico di “Speak No Evil”, l’inizio, affidato al piano e al flauto, risulta alquanto ipnotico, sviluppandosi in un’aura quasi d’incanto. Le composizioni di Shorter, così come il contributo solitario di Spaulding, con “Kryptonite” propongono temi forti e conducono in un territorio inesplorato, lanciando costantemente il guanto di sfida ai musicisti e sottoponendo l’ascoltatore ad una fuga oltre il limite immaginario del jazz, non siamo ancora off-limits, soprattutto ciò avviene con precisione calcolata e nel rispetto delle regole melodico-armoniche. La title- track “Schizophrenia” presidia un’ideale “linea maginot”, situata tra post-bop e free jazz, ma lo fa con una robusta armatura hard bop, pur essendo consapevole di ciò che andava sviluppandosi e consumandosi oltre la linea di confine. Nel giro di pochi anni, lo stesso Shorter avrebbe oltrepassato quella linea, ma già “Schizophrenia” aveva aperto un varco ed abbattuto alcuni steccati: presto anime diverse si sarebbero mescolate irrimediabilmente.

Wayne Shorter fu assai determinante per il mondo del jazz moderno a partire dal 1960, come messo in risalto nella biografia del sassofonista: “Anche se alcuni discuteranno se il principale impatto di Wayne Shorter sul jazz sia stato come compositore o sassofonista, quasi nessuno contesterà la sua importanza complessiva come una delle figure di spicco in un lungo lasso di tempo. Sebbene in gran parte dovuto a John Coltrane, con cui aveva praticato a metà degli anni ’50 mentre era ancora uno studente universitario, Shorter alla fine ha sviluppato il suo modulo espressivo e la sua sintesi personale sul sax tenore, mantenendo la qualità e l’intensità del tono duro, ma aggiungendo, negli anni successivi, un elemento funk. Alle prese con il sax soprano Shorter dimostra di essere un musicista completamente diverso, il suo tono adorabile vola leggero come una piuma, la sua sensibilità è in sintonia con i pensieri lirici, la scelta di note e temi da sviluppare diventa sempre più equilibrata, mentre la sua carriera si dispiega. L’influenza di Shorter come musicista, sull’onda lunga dei successi degli anni ’60 e ’70, è stata straordinaria sulla ciurma neo-bop emersa all’inizio degli anni ’80, in particolare su Branford Marsalis. In qualità di compositore, è noto per i numerosi brani attentamente elaborati, complessi, lunghi e sinuosi, molti di quali sono diventati standard per il jazz. Pochi sono stati in grado di imitarlo.”

Ad esempio “Playground”, è un brano che elargisce nozioni brevi di ciò il free jazz può o potrebbe essere, una composizione complessa e imprevedibile, che non dimostra solo quanto talento questo gruppo potesse esprimere, ma anche un divorante e complice desiderio di esprimerlo, misurandosi su temi diversi e più innovativi. Gli assoli corposi e vibranti di Shorter si abbinano a turno a quelli di Fuller e Spaulding, mentre la sezione ritmica, oltrepassa il guado ed entra nel territorio dell’avanguardia per una razzia: Hancock, Carter e Chambers sembra che abbiano passato più tempo della loro vita  suonando fuori dagli schemi e dagli standard dal jazz moderno, che non a presidiarne i confini. “Miyako” si dipana lenta e lunare tra perfette e comprensibili melodie di apertura e chiusura, con sapore post bop, quasi fusion ante-litteram, dallo spirito vagamente libero, ma con quella componente soul che ha sempre caratterizzato gran parte del suono classico della Blue Note.

Ascoltandolo accuratamente in retrospettiva, questo album non suona tipo un “altrove , un “fuori dal seminato” o un “oltre il recinto”, come potrebbero aver creduto gli ascoltatori, condizionati da certa critica, quando fu pubblicato nel 1967, ma si qualifica come  il lavoro di un maestro di cerimonie all’apice dei suoi poteri creativi, sia in veste di esecutore che di compositore, con la complicità di un gruppo di talentuosi musicisti dalla mentalità affine, entusiasti di imbarcarsi su questo volo verso il futuro. “Schizophrenia” è un classico sottovalutato e trascurato del primo periodo relativo alle registrazioni di Shorter come band-leader, per nulla complicato: bastano due attenti ascolti per penetrarne l’humus creativo e la bellezza sonora, mentre lo spirito di John Coltrane sorvola l’ambiente circostante, dove la musica si diffonde, con ghigno beffardo e divertito. Consigliato a quanti non si fermano in superficie, inseguendo la banalità della musica facile e fischiettabile sotto la doccia.

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