Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery”, il primo capolavoro di chitarra nel Jazz.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

La chitarra non ha avuto sempre un ruolo di primo piano nell’ambito musica contemporanea. I primi furono i musicisti blues a farne il loro strumento base per accompagnarsi, non riuscendo, però, ad imporla come strumento solista, fino all’avvento dell’elettrificazione. Nel contesto di un gruppo o di un’orchestra, il suono risultava sempre troppo debole rispetto a quello degli altri strumenti come il pianoforte e i fiati. La chitarra, nel jazz in particolare, almeno fino allo sviluppo dello smooth jazz e della fusion, ebbe un ruolo marginale, di contorno o di abbellimento, particolarmente nelle big band, mentre durante l’affermazione e la diffusione del bebop ci sono poche tracce di chitarra nei dischi più rappresentativi del periodo. Uno dei primi a sostituire il piano con una chitarra fu Sonny Rollins nell’album “The Bridge”. John Leslie “Wes” Montgomery è stato uno dei chitarristi jazz più influenti del ventesimo secolo, iniziando a strimpellare da autodidatta nel 1943, ma solo sei mesi dopo aver preso la chitarra in mano era già in viaggio con Lionel Hampton. Al suo apice, nel 1952, il mondo del jazz al di fuori di Indianapolis non sapeva nulla lui. A quel punto aveva già messo a punto una tecnica del tutto personale, suonando spesso in ottave come Django Reinhardt o tracciando linee bebop alla Charlie Christian, ma ricoprendo per anni un ruolo di “sottofondo” sino alla fine degli anni Cinquanta, quando non iniziò a registrare dischi a titolo personale.

Sulla qualità artistiche e sulla tecnica innovativa non si discute, neppure sull’innato talento, ma definire certa sua produzione jazz, in senso ortodosso, risulta assai difficile, lo fu solo occasionalmente e parzialmente per un certo periodo, evolvendo poi nel tempo verso forme espressive, vicine al jazz, ma nell’accezione più larga del termine. Wes Montgomery, a parte la parentesi degli anni 60, a cui è legato questo disco, sarebbe emerso in seguito come stilista pop assai virtuoso, precursore e paradigma ispirativo per chitarristi come George Benson, a partire dagli anni ’70. E’ scontato che tutta la musica prodotta da Montogomery manterrà sempre una matrice blues e una base jazz, l’imprinting ricevuto era questo, anche quando si diletterà a fare dischi di mero intrattenimento e sottofondo. “The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery” viene considerato come il suo miglior album registrato in studio, segnando una svolta nella sua carriera di musicista ed aprendo una nuova via allo sviluppo della chitarra nel jazz. Wes aveva già registrato una serie di dischi d’intrattenimento jazzly in compagnia dei fratelli, Buddy e Monk e di altri musicisti. Pur avendo attirato critiche e recensioni favorevoli, le vendite risultavano assai modeste e la carriera non decollava nel modo sperato. Per questo album, il produttore Orrin Keepnews cercò un ambiente diverso per Wes, più ortodossamente jazz, inserendolo in una sezione ritmica newyorkese. La chitarra di Wes risultò davvero sorprendente e più adatta al bop, di quanto non si potesse immaginare. Invece di usare un plettro, in alcuni momenti, suonò con il pollice, riproducendo un tono caldo e lussureggiante. Quel tono, unito alla sua virtuosa maestria, creò una perfetta combinazione tra armonia e dinamismo. Ogni nota che esce dai solchi di questo album, e che il suo strumento riproduce, appare suonata con chiarezza e precisione. Anche quando Montgomery sostituisce il plettro a favore del suo pollice, ciò non ostacola o sminuisce affatto le sue capacità espressive, riuscendo ancora a suonare in velocità e sferrare colpi inarrivabili; mentre durante i suoi ineccepibili assoli, si misura con una mistura di bop e post-bop attraverso l’uso di ottave e di accordi tipici dei blocchi pianistici. L’album dimostra in maniera inequivocabile come lo stile chitarristico di Wes Montgomery nel jazz sia ancora ineguagliato e fin troppo imitato.

Per questa registrazione storica, Montgomery si allontanò, fortunatamente, dalla sua combo di organi di Indianapolis e della Montgomery Brothers con sede in California, lasciando a casa altri sidemen con cui aveva collaborato in altri momenti meno riusciti. Con l’arrivo a New York e con il supporto del trio di Tommy Flanagan si trovò perfettamente a suo agio nel contesto hard bop, riuscendo a suonare in maniera fluente e vigorosa e divenendo il chitarrista moderno più influente di quel periodo. Il quartetto delle meraviglie era così costituito: Wes Montgomery alla chitarra, Tommy Flanagan al piano, Percy Heath al basso ed il fratello Albert Heath alla batteria. Questo questo straordinario set, registrato dopo anni passati a suonare cover strumentali di canzoni di successo nei club della sua nativa Indianapolis, gli consenti un ingresso trionfale nel mondo del grande jazz, grazie a Cannonball Adderley, che dopo averlo ascoltato, lo segnalò alla Riverside.

Wes era quasi completamente autodidatta ed incapace di leggere una sola nota musicale. Come dicevamo, quando nel 1959 fu portato all’attenzione di Keepnews dal sassofonista Adderley, che l’aveva visto in un concerto a Indianapolis, aveva sviluppato un nuovo approccio rivoluzionario allo strumento. Il suo stile era caratterizzato da tre elementi distintivi: suonava con il pollice, usando poco il plettro ed improvvisava interi cori usando o ottave o accordi di blocco pianistico. Nessuna di queste tecniche era unica o sconosciuta, ma nessun altro chitarrista riusciva a padroneggiarle così magistralmente, combinandole ed integrandole al suono e alla tecnica dell’improvvisazione.

Con quattro tracce originali e quattro standard, l’album appare alquanto coerente, quasi un concept. La struttura è pressoché identica per alcuni dei brani: melodia o il riff, quindi un assolo di chitarra, poi il piano in solitaria, a seguire un assolo di basso o un assolo di batteria breve, quindi la melodia suonata dalla chitarra. “Airegin”, composizione di Sonny Rollins che apre l’album, ne è un esempio. Wes modifica una melodia già a presa rapida, apportando alcune modifiche, eseguendo degli assoli e delle brevi frasi a ripetizione, quindi si ferma, lasciando una misura o due ad Albert Heath, il quale mostra la sua abilità pestando i tamburi, mentre piano e basso camminano spediti senza sosta. “D-Natural Blues”, strutturalmente simile, e un brano scritto da Montgomery, soffuso ed elegante, carico di blues e di fraseggi molto levigati. “Polka Dots e Moonbeams”, una delle due ballate dell’LP, è morbida e rilassata. Il pianoforte ha un suono molto delicato e durante l’assolo Tommy Flanagan si muove agilmente. Lui e Wes sembra stiano giocando, complimentandosi a vicenda. La sezione ritmica si esprime con le linee morbide e pacate, creando una suggestiva atmosfera. Il ritmo rilassato, con il suo tema semplice ma evocativo, consente sia a Flanagan che Percy Heath di ricamare ottimi assoli, mettendo in risalto il lato riflessivo di Wes e la sua abilità infallibile come improvvisatore capace di ricavare linee melodiche chiare e originali anche da armonie molto sfruttate. “Four on Six”, con il suo riff di basso ostinato, richiama le armonie di “Summertime” e “West Coast Blues” di Gershwin; usando accordi alterati Wes cambia, somministrandogli un nuovo trattamento, da cui fuoriesce una melodia che una volta ascoltata, diventa difficile da dimenticare. “In Your Own Sweet Way”, scritto da Dave Brubeck, inizia con un intenso riff pianistico, ma al suo arrivo Wes esegue una melodia epocale dal gusto viaggevole, quindi Tommy Flanagan prende il sopravvento, portando con sé un vibrante calore, prima che la melodia venga ripresa dalla chitarra, sulle retrovie i fratelli Heath mostrano di avere davvero il controllo della sezione ritmica, fornendo un tappeto calibrato al millesimo, sino al crescendo finale, quando la marea sonora si alza ed il brano assume un andamento quasi caraibico. In “West Coast Blues”, la traccia successiva, la band appare molto rilassata e Wes sembra a suo agio in questa composizione moderatamente veloce. Il suo assolo è basato su un’estensione della triade dell’accordo in corso; le note perfette a volte sgorgano dalle corde tranquillamente prima infuocarsi con rapide ottave. Ogni membro batte al meglio la pista. “Mister Walker” differisce leggermente dagli altri brani, ha un’atmosfera latina caratterizzata da un ritmo sincopato. La band sembra in uno stato di grazia, mentre l’assolo di Wes esplora l’intera pista con un fraseggio efficace; il pianoforte rende ancora più esotica l’atmosfera. Per concludere “Gone with the wind” che con uno ottimo swing, mostra la band in perfetta armonia.

Un musicista come Wes Montgomery travalica tutti i limiti di tempo, il ristretto contesto dei generi e degli stili, nonché le gabbie spazio-tenporali. C’è qualcosa di universale nella sua musica e di eternamente attuale. Montgomery è stato un chitarrista elettrico dal un suono straordinariamente morbido e lussuoso con un’immaginazione melodica audace ed esuberante. Inizialmente, durante la prima metà degli anni ’60, aveva realizzato una serie di dischi soul-jazz, infarciti di reminiscenze bluesy e pieni di cover di pop-song strumentali per la Verve e l’A&M, ma poco di tutto ciò è sopravvissuto nel momento della sua transizione verso il vero jazz, se non quel suo levigato armamentario sonoro e l’ottava della sua chitarra che sembrerebbe “cantare” dolcemente brani di successo come “California Dreamin’ ”, che a lungo fu il suo marchio di fabbrica. Pur essendo morto a soli 55 anni nel 1968 e cresciuto a pane e blues nell’epoca più antica del jazz, molti pensano a lui, probabilmente, come ad un musicista di smooth-jazz, di hard-bop moderno o ad un improvvisatore di chitarra vicino alle avanguardie. A sessant’anni di distanza dalla morte, la sua musica risulta fresca e vivida come non mai, in particolare un album come “The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery”, che ha mostrato una nuova direzione all’uso della chitarra nel jazz ispirando gente del calibro di Pat Martino, Pat Metheny e centinaia di altri musicisti che dichiarano un debito di riconoscenza verso tanta genialità. Un disco piacevole e distensivo che non deve mancare. 

Per chi volesse approfondire la conoscenza del personaggio, si consigliano anche, “Movin’Along” sempre del 1960, So Much Guitar” del 1961 e “Boss Guitar” del 1963.

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