Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

The Jazztet con Big City Sound”, perfetta armonia d’insieme ed esuberante creatività.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Il mondo del jazz moderno si divide in tante categorie: da una parte taluni critici, soprattutto coloro che si aspettano, ad ogni stormir di fronde, un moto rivoluzionario, insomma un giocattolino sempre nuovo con cui dilettarsi; dall’altra ci sono commentatori più equilibrati ed attenti, in grado di scandagliare i fenomeni in profondità, senza incorrere nella passiva accettazione del più banale degli assiomi, ossia che l’ultimo a strillare, è colui che fa tendenza, quindi il migliore in assoluto, in barba a tutto ciò che è avvenuto in precedenza; poi c’è il grande pubblico, spesso distratto e condizionato dalle mode o dal sentito dire, che pensa all’ingrosso, quindi solo artisti di cartello e dischi di successo, ma che si perde il brivido della scoperta e dell’imprevisto; esiste invece un audience più colta e raffinata, che potremmo definire audiofila, che lavora sulla ricerca, selezionando scrupolosamente la musica con competenza e puntiglio, dove l’elemento catturante deve essere la qualità, a prescindere dalla moda del momento. Ed è grazie a quest’ultimi, se lavori come “Big City Sound” abbiano attraversato indenni decenni di tendenziosi e modaioli flussi sonori, per giungere fino ai nostri giorni in tutta la loro inalterata attualità. Se non eravate a corrente dell’esistenza di questo disco, fatelo vostro al più presto.

Il critico di All Music Guide, Scott Yanow, durante i suoi tre anni di attività (1959-1962), definiva i Jazztet, insieme ai Jazz Messengers di Art Blakey ed al quintetto di Horace Silver, “combo hard bop per eccellenza”. Le composizioni e gli arrangiamenti di Benny Golson avevano conferito al sestetto un suono personale e un repertorio costantemente aggiornato; la sezione ritmica, nonostante i ripetuti cambiamenti nel line-up, aveva sempre garantito un supporto preciso ed equilibrato, mentre i solisti si caratterizzavano per inventiva. Tuttavia, a differenza degli altri gruppi, i Jazztet non ottennero il successo in termini di vendite necessario a mantenere in piedi l’ensemble. “Perché il successo commerciale non ha mai raggiunto questa band?”, si chiedeva a Yanow, che poi aggiungeva: “Era nell’ordine delle cose, forse prevedibile, quando i Jazztet debuttarono insieme all’innovativo quartetto di Ornette Coleman al Five Spot di New York, il 17 novembre del 1959. Ornette ricevette titoli, considerazione e fama, mentre la musica relativamente convenzionale dei Jazztet, pur se elogiata, venne considerata leggermente scontata, divenendo vittima della critica più avanguardista, che considerava automaticamente più interessante il nuovo corso della musica jazz”.

Forse a torto, perché tutti i tre i solisti del Jazztet, al momento della formazione della band, avevano già un curriculum vitae di rilievo ed una certa familiarità l’uno con il suono degli altri. Il fraseggio morbido ed avvolgente di Art Farmer e lo stile fluente ma lirico della tromba lo rendevano molto richiesto per registrazioni, in sessioni di vario livello. Poco prima della nascita ufficiale dei Jazztet, Golson e Fuller avevano co-diretto un quintetto in cui mancava solo Art Farmer. Poco dopo “Meet the Jazztet”, il gruppo venne riorganizzato da Farmer e Golson con alcuni dei membri originali. La qualità musicale, con i sostituti, il pianista Cedar Walton e il trombonista Grachan Moncur III, rimase piuttosto alta fino all’avvenuto scioglimento del gruppo nel 1962. Art Farmer, Benny Golson e Curtis Fuller sono rimasti per lungo tempo sulla cresta dell’onda nell’ambito del jazz mainstream ed, a partire dal 1982, si sono riuniti, occasionalmente, come Jazztet. McCoy Tyner, dal canto suo, divenne presto un gigante del piano, fortemente richiesto ed influente, mentre lo stresso Lex Humphries rimase attivo, pur mantenendo un profilo più basso. Addison Farmer, invece, morì nel 1963 per emorragia cerebrale. Dopo quasi sessant’anni, la musica dei Jazztet risulta ancora fresca e non datata. Il gruppo registrò diversi album per l’etichetta Argo e la Mercury Records, nello specifico “Big City Sounds”, il secondo, rimane il loro capolavoro in assoluto, da includere tra i cento album più rappresentativi del jazz moderno.

Pochi jazzisti erano dotati ed equipaggiati per compiti di leadership come Art Farmer e Benny Golson, timonieri del progetto The Jazztet. Entrambi conoscevano le modalità espressive ed i mezzi adatti alle dinamiche del jazz, riuscendo ad ottenere facilmente il rispetto di musicisti e critici lungimiranti. Stimando una performance di Farmer nel ’59, Dom Cerulli scrisse su Down Beat: “È costantemente interessato alla musica e all’apprendimento, sviluppa e personalizza ciò che ha assorbito, piuttosto che ripeterlo a pappagallo perché è alla moda o nel corrente idioma. È certamente uno dei pochissimi giovani di oggi che avrà molto a che fare con il futuro sviluppo del jazz. La frase spesso abusata, un talento importante, deve essere applicata a quest’uomo, senza tema di smentita.” Commentando l’abilità artistica di Golson, Cerulli aggiungeva che “il suo modo di suonare è fantasioso e brillante, in grado di trasformare quella che potrebbe essere una banale frase sonora in qualcosa di inedito, quasi con innata naturalezza”. Considerando Golson come compositore, Cerulli non si risparmiava nelle lodi per “quei temi melodici, stranamente nostalgici che crea così bene”. Altri critici non furono da meno. Ralph Gleason, su Down Beat, affermava: “Golson sta rapidamente assumendo il suo posto di prestigio tra i rappresentanti di primo piano del jazz moderno. Possiede un notevole talento nel saper canalizzare la propria creatività anche nei lavori composti per conto terzi, soprattutto come autore di brani jazz, dimostra uno standard qualitativo durevole”. Dopo aver ascoltato il modo di suonare di Farmer, Gleason scrisse: “Come solista di tromba, Farmer è il più coerente ed efficace artista della sua generazione”.

Analoghi encomi si sprecavano. Whrtney Balliett, sul New Yorker, definì Farmer “uno dei pochi trombettisti moderni genuinamente individuali”. Il critico John S. Wilson osservava: “Farmer ha raggiunto un livello di sicurezza, abilità e flessibilità che lo rende capace di suonare praticamente bene in ogni circostanza, con attenzione e sensibilità”. Valutando Golson, lo stesso Wilson scrisse: “Si è aggiunto rapidamente al piccolo gruppo di moderni jazzisti capaci di creare melodie straordinarie e memorabili (Thelonious Monk. Horace Silver, John Lewis, Randy Weston ) … Una volta diventato noto come compositore si è messo in evidenza anche come esecutore di talento… il suo tenore gira flessuosamente su linee elastiche cosparse di imprevedibili fraseggi che, alla stregua di pugnalate, creano un’intensa sensazione di movimento, come coltelli lanciati con precisione.”

L’autore George Russell, una figura di tutto rispetto, mentre discute il futuro del jazz nell’antologia “The Jazz Word”, commenta l’influenza di alcuni compositori di vitale importanza: Monk, per esempio sugli improvvisatori. “Posso aggiungere che Benny Golson è un altro caso di compositore che influenza il pensiero – in questo caso il pensiero armonico e il pensiero generale – dell’improvvisatore”. Sempre Russell dichiarava: “Benny è un meraviglioso autore e ha scritto alcune ottimi brani, che sono cornici ideali per la variazione sul tema, ottimi fotogrammi per l’improvvisazione, proprio come ha fatto Mulligan”. Il critico Nat Hentoff, ad esempio, disse: “Art Farmer, dopo un lungo apprendistato, è maturato, divenendo uno dei pochi trombettisti della sua generazione, portatore di una tecnica individuale che indica una continua capacità di crescita. Nel corso degli anni, Art ha affinato la sua tecnica in modo da poter gestire tutti i tipi di incarichi dal funky, soul-flexing del quintetto Horace Silver, attraverso il gioco polifonico del Gerry Mulligan Quartet fino ai frastagliati esempi di sperimentalismo dell’ università Brandeis, dalla Carnegie Hall alla Cooper Union. Assorbendo tutta questa esperienza, grazie all’innato talento, ha costantemente ampliato e rafforzato la sua personalità espressiva, tanto da non poter essere catalogato con precisione quale membro di questa o quella ‘scuola’, ma solo come rappresentante della scuola di se stesso”. Queste sono solo alcune delle dichiarazioni positive tributate ai due co-leader dei Jazztet. La cosa più importante, è che tali onorificenze si basavano non su giudizi gratuiti, ma sulle quote d’impegno e di studio pagante dalla coppia attraverso un lungo percorso di sacrifici in cui avevano acquisito rispetto e stima

Farmer aveva 32 anni, ma era già stato protagonista di una variegata carriera. Originariamente studente di violino e tuba, era passato alla tromba condizionato dall’abilità di Roy Eldridge. Inizialmente, tromba principale nella band di Johnny Otis, quindi incoraggiato dal collega Freddie Webster, aveva studiato con Maurice Grupp, trasferendosi in altri gruppi: le band di Jay McShann e Lionel Hampton, il quintetto di Silver e il quartetto di Mulligan. Nell’autunno del ’59 propose il concept Jazztet a Golson. Quest’ultimo, incuriosito, accettò subito, mettendo a segno un’altra mossa vincente.

Nato a Philadelphia nel 1929, Golson aveva iniziato a studiare musica all’età di nove anni; dapprima musica classica e piano alla Howard University, ma l’amore e lo studio del sax tenore lo portarono presto sulla strada del jazz, lavorando con gruppi guidati da Bull Moose Jackson, Tadd Dameron, Johnny Hodges, Earl Bostic, Hampton, Art Blakey e Dizzy Gillespie. Con la big band di Dizzy, Golson ottenne ottenne lo status di compositore: “I Remember Clifford”, “Stable Mates” e “Whisper Not” divennero presto degli standard jazz. Alla fine del ’59, Golson aveva già pensato di formare un proprio gruppo, includendo Farmer, ma quando Art gli telefonò, optarono per una fusione. The Jazztet, però, non fu concepito come un duo. Farmer lo specificò molto bene a Down Beat, “Questo gruppo è stato creato con un pensiero in mente, offrire un quadro espressivo ad ogni membro, non solo per Benny e me”. In effetti nel gruppo, tutti trovarono una casa comune ed un proprio spazio espressivo: il trombonista Tom Mclntosh, il pianista Cedar Walton, il bassista Tom Williams ed il batterista Albert Heath.

Nei mesi precedenti la realizzazione di questo album, i Jazztet erano apparsi più volte in TV, dopo aver pubblicato uno dei best-seller dell’etichetta Argo, “Meet the Jazztet”, partecipando ad importanti eventi nei migliori club dell’epoca. La discreta popolarità andava attribuita a diversi fattori: uno lavoro intenso sulla melodia, non su oscuri sviluppi sonori anarcoidi ed incomprensibili; un repertorio meticolosamente selezionato e intrigante; un suono lineare, sostanziale e senza angolature spigolose; assoli decisi e memorabili provenienti da tutte le mani; nonché su un’unità complessiva di raro affiatamento per il jazz di quegli anni. Tutto questo risulta ancora più evidente nel set che portò alla registrazione di “Big City Sound”. Quattro dei brani sono originali e composti da Golson: “The Cool One”, “Blues on Down”, “Bean Bag” e “Five Spot After Dark”. Tutti racchiudono la sua filosofia, così come la riassumeva: “Non voglio avventurarmi troppo lontano, non voglio essere troppo complesso, fondamentalmente mi piacerebbe rimanere semplice, mi piacerebbe scrivere melodicamente, e abbastanza armoniosamente, non sto cercando nulla che rivoluzionerà la musica, mi piace soprattutto descrivere la bellezza.” Gli altri brani riflettono l’obiettivo del gruppo nella costruzione di una track-list diversificata. La scelta ricadde sull”accattivante “Hi-Fly” di Randy Weston, lo standard “My Funny Valentine” e l’immediato pop di “Wonder Why” che, insieme a “Con Alma” di Dizzy Gillespie ed il toccante “Lament”, contribuiscono egregiamente a raggiungere lo scopo. Tra i punti salienti: l’uso sottile del tenore e del trombone per sottolineare il fraseggio di Farmer in “The Cool One”; l’uso delle trombe dietro Walton in “Blues on Down”; il ruolo distaccato di Walton, come solista in primo piano, sull’impennante linea di “Hi-Fly”; l’esplorazione penetrante e commovente di Farmer in “My Funny Valentine”; il modo energico e corroborante con cui tutti contribuiscono a “Wonder Why”; l’enfasi latina, mai pesante, in “Con Alma”; le linee di tessitura di Mclntosh in “Lament”; l’attraente e corale voce d’insieme in “Bean Bag”; l’allettante intro dei bassi ed i successivi assoli di Farmer e Golson in “Five Spot After Dark”. Art e Benny brillano in ogni momento come stelle di raro splendore, ma il gruppo mostra una natura coesiva non comune; la sezione ritmica e i fiati emergono come un’unica voce. I solisti si esprimo all’interno di una struttura delimitata costantemente dell’insieme e senza vagare disperatamente o all’infinito.

C’è una morbida disciplina che lega magicamente tutto ciò che viene suonato in questa session, una miscela di sapiente direzione e collegiale devozione al progetto. Peccato che il grosso pubblico non sia accorto di questo splendido ensemble all’epoca. Abbiamo già precisato, come il lavoro dei Jazztet fosse più conservativo in senso bepop rispetto alle tendenze a flusso libero del post-bop di quegli anni. “Big City Sound” è comunque un album che svetta su molti prodotti coevi per varietà creativa e spunti per la libera improvvisazione, anche se controllata. Dal primo all’ultimo microsolco il disco si caratterizza come un’opera piacevole e fruibile a vari livelli. Consigliato anche ai neofiti ed a quanti dal jazz non si aspettano compiti difficili da sbrogliare.

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