Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“The Last Trane” di John Coltrane, Last but not least.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Tutto ciò che accadrà nel decennio successivo per Coltrane avrà tinte e colori diversi, ma qui siano negli anni 50 e Trane ha da poco dimostrato di essere in grado di guidare una band, di essere affidabile, non tanto per limiti artistici, era già tecnicamente avanti e musicalmente superiore a molti dei suoi coetanei, ma soprattutto era la vita sconclusionata, legata alle dipendenze dalla droga e dall’alcool, che lo costringeva ed umori incostanti, per contro gli imponeva di suonare tanto, avendo necessità di guadagnare per vivere e mantenete i suoi vizi. Tutto ciò, forse, fu un bene. In quel tumultuoso periodo, Coltrane suonò tantissimo e produsse un’infinità di registrazioni, da cui furono ricavati innumerevoli dischi. In particolare in quegli anni le collaborazioni con Miles Davis, Thelonius Monk ed altri colleghi più anziani ed affermati gli consentirono di imparare molto e di apprendere tecniche differenti, che, in futuro, sarebbero state propedeutiche alla sua evoluzione. Circa un decennio lo divideva ancora dal momento dei fasti e del serto di alloro. In particolare, nei due anni di contratto con la Prestige, quella di Coltrane fu una monumentale maratona, una corsa continua da uno studio o da un set all’altro. “The Last Trane”, nonostante il titolo non si riferisce al suo ultimo lavoro ufficiale e neppure all’ultima registrazione con la Prestige, ma riguarda una serie di take assemblate per confezionare questo album, con materiali provenienti da due set diversi, in cui comunque Coltrane aveva avuto la direzione della band.

The Last Trane” ha il merito di siglare un particolare segmento della carriera di John Coltrane. Senza entrare nella categorizzazione ideologica, ossia “del suo lavoro più recente, quello degli ultimi anni della sua vita, in contrasto con quelli del suo passato”. Questo è comunque un album che mette a suo agio l’ascoltatore, essendo una somma di tanti vissuti precedenti ed un tassello importante del contributo di John Coltrane al jazz. Nell’ultimo decennio di vita, non sempre fu eccelso, ma sempre di qualità, parliamo di uno di più grandi sassofonisti in assoluto, senza se e senza ma. Lo testimonia anche il suo album inedito, ritrovato e stampato di recente. Quando Coltrane è stato davvero grande, è stato inarrivabile, paragonabile a nessun altro, raggiungendo livelli stratosferici sia artisticamente che a livello di popolarità: “A Love Supreme” è uno dischi più conosciuti e venduti della storia del jazz. Nel momento della sua massima affermazione ha assunto dimensioni talmente ampie da far sembrare tutta la precedente produzione poca cosa. Va da sé, che non è possibile comprendere un artista, se si parte solo dall’atto conclusivo della carriera, o se si tengono in considerazione solo i dischi più riusciti e più venduti. Il jazz a differenza del pop non può essere parcellizzato e spacchettato, separando le cose ritenute migliori da quelle meno gradite, creando la compilation ideale della propria vita. Ciò si adatta alla mente del neofita o del “primiparo”. Nel jazz, come in letteratura o nella pittura, ma anche la musica classica, non si potrà mai comprendere lo svolgimento dei fatti e le motivazioni che li hanno determinati, se si procede per salti quantistici, evitando gli ostacoli, dividendo ed eliminando. E’ opportuno, invece, seguire tutta la linea evolutiva che porta al momento più alto, all’apice dell’espressione artistica di un pittore, un autore o un musicista. E’ superfluo dire, che anche nei momenti di magro raccolto e di bassa marea, i lavori di Coltrane sono mediamente superiori ad alcuni dei migliori album di artisti minori.

The Last Trane”, non è di certo un disco fondamentale per la storia del jazz per come la vedono, soprattutto la vedevano, i critici, ma molto piacevole, anche se non indispensabile; basilare invece per comprendere il Coltrane al servizio della Prestige. Il disco fu registrato nell’agosto del 1957 ed a marzo del 1958, mentre venne pubblicato solo nel 1965, nel periodo di massimo splendore di Coltrane. Tutto ciò all’epoca potrebbe aver dato fastidio, non solo alla critica, ma pure allo stesso Coltrane, ma per chi come noi, all’epoca dei fatti non era neppure nato, tutto ciò è una vera manna dal cielo. Melius abundare quam deficere. Oggi grazie alla voracità della Prestige, che cercò di recuperare i propri investimenti, abbiamo la possibilità di ascoltare ciò che alcuni grandi musicisti facevamo e suonavano in quegli anni. Stiamo parlando di John Coltrane sax tenore, Donald Byrd tromba, Red Gardland piano, Paul Chambers basso, Earl May basso, Louis Haynes batteria e Art Taylor batteria. Guai se tutto ciò non fosse stato documento, in questa come in altre occasioni, avremmo perso pagine importanti per comprendere l’evoluzione della musica jazz.

L’album si apre in maniera estremamente tirata con “Lover”, 8 minuti corroboranti e vitaminici con un corposo hard bop, impressionante per la carica di energia che espelle: Trane entra subito in gioco, dopo una strombazzata di Byrd; il suo tenore, aumentando la velocità in progressione, produce lunghi fraseggi melodici, molto gradevoli ed intensi, ma tenendo il livello degli accordi a mezz’aria; al contrario l’arrivo della tromba di Bonald Byrd con il suo nervosissimo assolo getta carburante sul fuoco; quando il brano si affida alle mani di Red Garland anche il piano sembra voglia sfidare i fiati sul loro terreno, il tocco è imperioso, mentre la ritmica in retroguardia sembra invasata, ma non invadente, e non da tregua, fino al ritorno dei fiati sulla scena, ma a parti invertite, seguendo la dinamica contrappuntistica tipica del bop; con il successivo “Slowtrane”, ripreso da una take alternativa di “Trane’s Slow Blues” presente sull’album “Lush Life”, si torna a più miti consigli, l’atmosfera è quella di un vecchio blues metropolitano, tagliente e corrosivo, dove Trane disegna una melodia levigata ed a presa facile, con qualche lieve sprazzo improvvisativo e poche variazioni tematiche; nell’interludio il basso si libera in un lungo assolo, annunciando anche l’arrivo dei tamburi che pestano in solitaria per circa un minuto; al suo ritorno il tenore sembra ancora più convinto e padrone della scena, mentre la melodia diventa avvincente. “By the Numbers” è un lunga e rigenerante sauna blues dall’andamento lento e della durata di 11 minuti, dove il piano di Garland dà il meglio di sé, l’approccio di Trane è molto soulful e trasforma il brano in una ballata sinuosa con una lunga serie di riff piacevoli ed ammiccanti; al suo ritorno il piano si ritaglia un momento di gloria, dando un esempio di jazz di alta scuola, servito dallo spazzolato incedere della sezione ritmica. “Come Rain or Come Shine” suggella l’album sul terreno della sicurezza, nel corso degli anni si sono udite molte, e di sicuro più memorabili versioni di questo standard, ma qui Coltrane è sempre Coltrane, il progredire del suo tenore possiede qualcosa di arcano, soprattutto quando lo spinge ad alte temperature e su tonalità imprendibili se non con un contralto; il piano distribuisce marmellata dolcissima con classe e distintiva eleganza. Un solo rammarico, forse, un brano in più avrebbe dato maggiore spessore a quest’opera. Furono molti gli album di quel periodo, alcuni pubblicati in un secondo momento:(Prestige 7105) “Traneing In” (Prestige 7123) “Soultrane” (Prestige 7142) “Lush Life” (Prestige 7188), “Settin’ The Pace” (Prestige 7213) “Dig It!” (Prestige 7229), “Standard Coitrane” (Prestige 7243), “Stardust” (Prestige 7268), “Dakar” (Prestige 7280), “The Believer” (Prestige 7292), “Black Pearls” (Prestige 7316), “Bahia” (Prestige 7353). Il talento di John Coitrane non può mai essere valutato solo da un’impressionante serie titoli discografici, anzi, questa lunga lista suggerisce all’ascoltatore attento di valutare in prospettiva la carriera del sassofonista su una base di continuità fino a giungere al Trane “prodotto finito”, cosa mai esistita, anche gli ultimi anni della sua vita furono una progressione continua verso qualcosa che non sarebbe mai stato “definitivo” per un artista con tale personalità.

Il jazz moderno, si regge su una decina di pilastri fondamentali, musicisti che hanno determinato e mutato il corso degli eventi, attraverso un stile personale, delle scelte coraggiose o delle intuizioni grandiose, che hanno rimodellato la sintassi della musica, imponendo ad altri un paradigma cui ispirarsi. Tutti gli altri, pur esperti della materia, sono stati dei gregari di lusso ed hanno brillato occasionalmente per uno due dischi al massimo, tanti non hanno mantenuto le premesse e le promesse, altri ancora non hanno avuto il tempo o la personalità per imporsi, taluni sono stati osannati dalla critica, ma hanno lasciato il pubblico indifferente. John Coltrane entra di diritto nell’albo d’oro dei pochi eletti che hanno fissato alcune pietre miliari della storia del jazz. Non sempre è stata una piacevole passeggiata lungo un viale cosparso di fiori con una folla festante ed una critica gaudente – ne abbiamo parlato più volte – ma alla fine, trovato il bandolo della matassa, pubblico e critica gli hanno tributato gli onori che meritava. Ecco perché è importante capire come ci si è arrivati. “The Last Trane” si qualifica , in ogni caso, come un disco facile, immediato e consigliabile a chiunque.

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