Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“The Other Side Of Benny Golson”, quando il rispetto delle regole diventa genialità allo stato puro!

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Per molti Benny Golson è stato sempre “più un genio di penna che di corno”, nel senso che la naturale capacità di scrittura musicale e la facilità compositiva surclassarono probabilmente la sua attività di sassofonista dalle risorse non comuni. In fondo Golson, oggi ottantanovenne e testimone di un’epoca leggendaria, è passato alla storia più per ciò che ha composto, scritto ed arrangiato che non per quello che ha suonato. Ci fu anche qualcuno che sosteneva: “Il fraseggio di Golson sarebbe stato un vero vantaggio per un’orchestra come quella di Duke Ellington”. Alcuni dei suoi brani sono diventati negli anni piccoli classici e standard interpretati dai più accreditati jazzisti di ogni epoca. Indubbiamente, a causa del forte impatto commerciale delle sue composizioni, sempre fresche, armoniose, liriche e fantasiose come “Whisper Not”, “Stablemates”, “I Remember Clifford”, “Fair Weather”, “Killer Joe”, “Along Came Betty”, “Blues March” e molte altre, fu prestata meno attenzione al fatto che Benny fosse ugualmente in possesso di rare qualità come sassofonista tenore. Penna fluida e brillante di artista, ma uomo dal carattere schivo, forse per ritrosia e timidezza, nella prima parte della sua carriera, Golson accettò il comodo, remunerativo e subalterno ruolo di gregario di lusso, acquisendo gradualmente prestigio e credibilità, attraverso un lungo apprendistato, fino a raggiungere una posizione di tutto rispetto nell’ambito del jazz moderno. Sin dal suo primo apparire, si capì che Benny Golson non fosse una meteora di passaggio e di breve durata. La sua reputazione si basava sul costante apprezzamento da parte di musicisti estremamente esigenti quali Dizzy Gillespie, Miles Davis, Tadd Dameron, Lionel Hampton, Johnny Hodges, Earl Bostic e Chico Hamilton. Da giovane, frequentando la high school a Filadelfia, ebbe l’opportunità di suonare e di confrontarsi con promettenti e talentuosi musicisti, alcuni avrebbero poi fatto la storia del jazz, come John Coltrane, Red Garland, Jimmy Heath, Percy Heath, Philly Joe Jones e Red Rodney. Ciononostante, la sua carriera risulta ricca di elementi contrastanti: dapprima solo autore e side-man, poi protagonista in prima persona e band-leader di discreto spessore, quindi l’abbandono della scena per dedicarsi alle composizione o all’arrangiamento di colonne sonore per film, infine un ritorno di fiamma all’antica passione per il jazz.

In verità, Benny Golson può essere incolpato di una maggiore concentrazione sul lavoro cartaceo, quindi di scrittura, piuttosto che di attività fisica sull’ottone, almeno fino al 1958, periodo in cui era dominato da una certa diffidenza nel volersi o doversi assumere la responsabilità di un progetto in prima persona. Avendo lavorato principalmente in big band, in particolare per un anno e mezzo con l’orchestra di Gillespie, il quale offriva uno spazio espressivo minimo ai vari collaboratori, Golson si era sentito sempre meno sicuro come solista ed interprete, piuttosto che come compositore. Proprio nel periodo passato a fianco Dizzy Gillespie, nei confronti di quest’ultimo ci fu un’ondata di dissenso da parte di molti musicisti che sostenevano le evidenti qualità di Golson. Ad esempio, un suo caro amico prematuramente scomparso, Ernie Henry, fu il primo a richiamare l’attenzione della Riverside su Golson, sottolineandone l’abilità di musicista, oltre che di autore. Non fu comunque facile per lo staff dell’etichetta convincerlo ad accettare di stabilire una data per la registrazione di una o più sessioni da convogliare in un album a lui dedicato in qualità di titolare dell’impresa. Come dicevano i Latini: “Ad astra per aspera”, dunque non con poche titubanze e sofferenze, finalmente “The Other Side Of Benny Golson” vide la luce e, probabilmente, rimane il suo capolavoro in assoluto come solista, prima della avventura di “The Jazztet” con Art Farmer.

All’inizio del ’58, il destino diede una mano al ventisettenne Benny Golson. Il fato, in questa occasione, si manifestò travestito da Art Blakey. Poco dopo lo scioglimento della big band di Dizzy Gillespie, il batterista chiese a Benny di unirsi ai suoi Jazz Messengers. Questo fu sicuramente un cambiamento decisivo: una combinazione di forze apparentemente diverse, ma di fatto entrambi avrebbero tratto grandi benefici da tale sodalizio. Golson apportò al quintetto di Blakey un solido senso di disciplina personale e musicale, nonché le riconosciute capacità di scrittura, determinando, come lo stesso Art Blakey ebbe modo di sottolineare, un decisivo miglioramento in quel gruppo. D’altra parte, lavorare esprimendosi in maniera libera e poter suonare seguendo i suoi tempi e l’istinto creativo, in un contesto più semplice, con soli due fiati e la sezione ritmica, fu un’esperienza affascinante, che a detta di Golson, riuscì a tirare fuori tutta la sua abilità con il sax che, sino ad allora, era stata semi-latente o tenuta a freno. Nello specifico, venne alla ribalta una maggiore durezza, molta più verve e resistenza nell’uso del tenore, più di quanto non fosse mai avvenuto in precedenza. Ovviamente, emerse anche una maggiore fiducia. L’album “The Other Side Of Benny Golson” ne fu la conseguenza immediata di una serie di confluenze positive, soprattutto perché rispetto alle due precedenti prove, “Benny Golson’s New York Scene” (Contemporary, 1957) e “The Modern Touch” (Riverside 1957) decisamente più interlocutorie, in questa occasione l’allineamento di situazioni favorevoli, come accade talvolta per gli astri, fu notevole.

L’album contiene tre delle sue più riuscite composizioni originali, nella cui esecuzione fu determinante anche il tocco del trombone di Curtis Fuller, soprattutto a livello armonico, ma il capolavoro furono i cori solisti. Ascoltando la riproduzione dei suoi tre cori in “Strut Time”, eseguiti con rapido movimento, Golson rimase incredulo, dichiarando quasi con commozione di aver ottenuto di più in quel breve spazio da solista che non suonando una notte intera o forse durante tutta una settimana nella big band di Gillespie.

Per l’occasione, Golson scelse i side-men con cura e per una serie di precise motivazioni: Curtis Fuller, brillante giovane trombonista di Detroit, di cui disse: “era uno con cui avrei voluto lavorare già da un po’ di tempo, ma non ne avevo mai avuto la possibilità”. Philly Joe Jones, il batterista più utilizzato nelle sessioni della Riverside, apprezzato per la sua attività con Miles Davis, un amico dai tempi del liceo di Filadelfia. Nel primo vero lavoro di Benny con la band di Bull Moose Jackson era presente anche Philly; insieme, nel 1953, avevano suonato nella band guidata dal pianista Tadd Dameron, a cui Golson attribuiva il merito di averlo influenzato soprattutto come compositore ed arrangiatore. Amicizia a parte, aveva da sempre apprezzato l’innata capacità di Philly Joe Jones di creare un tipo di ritmo dal suono e dallo swing caratteristico ed inconfondibile. Jymie Merritt, bassista di Filadelfia, il quale si era unito ai Jazz Messengers poco prima di questa sessione e che aveva colpito l’attenzione di Golson per l’ampiezza e la pienezza delle sonorità che riusciva a tirare fuori dallo strumento. Barry Harris, pianista di Detroit dotato di un stile brillante e percussivo, era stato per lungo tempo in cima alla lista dei desideri di Golson. Fu proprio lui a portarlo alla Riverside.

L’album contiene una serie di composizioni eleganti, impeccabili nella struttura e negli arrangiamenti, linee sonore impetuose e spontanee ma al contempo calibrate e cerebrali: l’autentico stile Benny Golson, giocato su una doppia identità creativa, ossia estro e regolarità. Il fraseggio è variegato, ma le note sono dosate e misurate. Nonostante il fantasioso modo comporre e soffiare nel mantice del tenore, Golson resta saldamente ancorato al terreno della tradizione swing e bebop. Non a caso, il suono espresso nella ballata originale “Cry A Blue Tear” riflette la sua ammirazione per giganti del sax come Ben Webster. L’immaginifica suggestione di colori, spesso sognanti, che Golson crea con l’intrigante combinazione sax-tenore/trombone, determinano gran parte del godimento che scaturisce da questo album. Fuller tesse senza troppe difficoltà il tema di “Are You Real ?”, un altro classico istantaneo di Golson: da manuale l’assolo di batteria di Philly Joe Jones. Dal canto suo, Golson si mette in evidenza in “Strut Time”, attraverso una vivace esecuzione, distillando idee a raffica. Una ragnatela sonora avvolgente e contagiosa, in cui i sintomi si manifestano attraverso una melodia dal fascino maliardo, l’equivalente musicale di un potente raggio di sole che all’alba squarcia la fitta nebbia che sovrasta un lago. L’assolo di trombone di Curtis Fuller è quasi poetico, quindi Golson opta per un contrasto, accendendo il fuoco con veloci raffiche di note, ma senza eccessi o estremismi improvvisativi, soprattutto senza mai tradire concretamente il suo stile sofisticato e signorile di sassofonista tenore. “Jubilation” è uno standard dall’anima blues, giocato su un swing-swing intrigate, soprattutto nel solito contrasto fra il trombone dei Fuller ed il tenore di Golson, ottimo il lavoro su tasti da parte di Harris, mentre dalle retrovie la sezione ritmica fornisce il carburante necessario. A seguire la splendida “Symptoms”, composta da Curtis Fuller, dove il trombonista-autore da il meglio di sé con un fraseggio morbido e spaziato, giocato su una gamma tonale abbastanza alta, tanto da simulare una tromba, mentre l’irruzione del sax sulla scena, ci mostra un’inconsueta visione di Golson quanto mai ruggente, dal canto suo il piano spezza l’onda irruenta, proseguendo però con disinvoltura e decisione, per poi passare di nuovo la pratica al tenore per la firma sull’atto finale.

The Other Side Of Benny Golson” è nel complesso un album facile, alla portata anche dei neofiti, un disco piacevole, raffinato, senza distorsioni e sperimentalismi, un omaggio alla tradizione del jazz mainstream, ma ancora tremendamente attuale nei suoni e nel concept.

Visite: 355
   Invia l\'articolo in formato PDF