Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Typical Ted” di Ted Curson, un piccolo gioiello di hot-bop a flusso libero.

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Abbiamo spesso sottolineato come il jazz degli anni ’70 si trascinasse dietro un’orda di suoni, frutto del passato recente e sotto l’influsso delle ultime tendenze. Anche quando taluni musicisti, sia pure non più tanto giovani, cercavano di distillare del jazz in purezza, applicando il metodo classico, finivano per essere inevitabilmente condizionati da tutto il vissuto precedente e da quanto si andava consumando in quei giorni. Con “Typical Ted” di Ted Curson siamo nel 1973, un momento in cui sembrava che del jazz mainstream non fosse rimasto o non dovesse rimanere più nulla, stritolato com’era nella morsa dello sperimentalismo e della contaminazione di quegli anni. E’ ovvio che dopo la parentesi ascensionale dettata da John Coltrane ed il delirio free innescato da Ornette Coleman, al post-bop non restavano che altre vie di fuga: per alcuni l’apparentamento con generi limitrofi o differenti stili fu una soluzione o un’alternativa; per altri musicisti la sopravvivenza si sostanziò con il proseguimento dell’opera dei padri fondatori, soprattutto attraverso una sorta di sovrapposizione e commistione di quanto di meglio il classico bebop avesse prodotto nei decenni precedenti.

Typical Ted” di Ted Curson, registrato al Bilboquet di Parigi e masterizzato al Sound Waves Studio di New York, è un album di notevole consistenza sonora, una sintesi perfetta di bebop, hard bop e post-bop a schema libero, sicuramente uno dei dischi più riusciti dell’esuberante e variegata carriera di questo corpulento musicista con oltre venti album come solista e band-leader all’attivo e decine di incisioni come side-man al fianco di molti jazzisti di primo piano come Pepper Adams, Archie Shepp, Cecil Taylor, ma soprattutto Charles Mingus, che fu come una specie di faro e punto di riferimento per tutta la sua vita artistica. Nei dischi di Theodore Curson, c’è il concetto di collegialità e comprimarietà, ma nel rispetto dell’individualità e dell’indipendenza del singolo musicista. Nello specifico in “Typical Ted”, Curson divide i compiti, quasi a metà, con uno straordinario Chris Woods, un strumentista presente in tantissime registrazioni del periodo aureo del jazz moderno, forse sottovalutato e sconosciuto, ma dotato di ottime conoscenze e capace di rimodellare la sintassi sonora storicamente espressa dal Ghota del sassofonisti dell’era bop e post bop. Come nei lavori di Mingus, dove ogni cosa, a volte, sembra giocata su estro ed oscillazione, nulla è lasciato a caso; anche nei momenti di libera uscita creativa, tutto è razionale e costruito con linearità, come un muro di mattoni tenuti insieme da una cementificata professionalità.

Il solco d’inizio è “Flatteth 5th”, un infuocato hard bop a flusso libero, dove la tromba lancia strali di fuoco, contrappuntata dal sax di Chris Woods, otto minuti e ventitré secondi, dove l’ensemble crea l’effetto big band, con una ricchezza di suoni ed un energia impensabile per un quintetto. Ma qui si capisce come Ted Curson avesse appreso a menadito la lezione di Charles Mingus, con cui aveva realizzato ben quattro album. La partenza è quella di un tipico bop spintonato da un incisivo swing-swing, dove sax e tromba se la giocano con riff funkoidi ed incursioni brevi, quasi a voler delimitare il territorio di un brano che presto mostrerà invece uno sviluppo molto più complesso. Infatti, a metà del viaggio, la ciurma cambia rotta: il primo a partire è il sax di Chris Woods, il quale convoglia nel mantice una potenza inaudita, dilatando il tema melodico, arricchendolo di piacevoli variazioni con un accatastamento di accordi spalmati su tutta la gamma tonale, tanto da riportare alla mente il miglior Coltrane; la tromba di Ted Curson gli fa da eco, creando dei vortici sonori che avviluppano i sensi dell’ascoltatore. Dal canto suo, anche il pianoforte reclama una fetta di gloria, così le note di George Arvanitas zampillano alte fino a dissolversi nell’aria come bolle di sapone, mentre le sue dita picchiettano i tasti con una tale intensità da ricordare il vecchio Earl Hines. Impeccabile la sezione ritmica: Charles Saudrais alla batteria e Jacky Samson al basso, i quali dalle retrovie forniscono un substrato sonoro a temperatura costante. “Marjo”, è una morbida ballata dall’andamento regolare, che prende in prestito le atmosfere di “Sophisticated Lady”, dove Chris Woods suona il flauto in un piacevole gioco contrappuntistico con la tromba di Ted Curson: in progressione l’aria diventa quasi rarefatta e classicheggiante. “Airi’s Tune” è un potente hot bop con un andamento caraibico in levare, ma con il tempo tirato e sempre in crescendo, instancabile il lavoro della sezione ritmica che garantisce sostegno e foraggio ai tre cavalli in corsa, prima la tromba, poi il sax, quindi il piano, galoppano spediti senza soluzione di continuità, con un fraseggio sostenuto e ricco di sfumature ed inserti improvvisativi, mentre un lungo assolo di batteria rimette in gioco i fiati sino ad esaurimento scorte.

La B Side si apre con “Searchin’ the Blues” che sembrerebbe uscito direttamente dal cilindro magico di Mingus, una sorta di frusta e carota a base di riff acceleratori, spontanei ed eccentrici e rilassati rallentamenti, ma è solo calma apparente, dato che in alcuni momenti il fantasma di Coltrane sembra invasare il sassofono, che si lancia in lunghi assoli in verticale, mentre la tromba riscopre l’anima di Lee Morgan in tutta la sua potenza, al contrario il piano, in odor di Monk, distende gli animi riappropriandosi del sangue blues originario del brano. In chiusura la seconda traccia più lunga, quella che che da il titolo all’album, “Typical Ted”, oltre nove minuti, giocati davvero in libertà, anche se lo schema e la discesa in campo degli attori risulta alquanto studiata. Sembrerebbe un tributo a Trane e Ornette, ed il sassofonista di turno ce la mette tutta, mentre la tromba di Curson sembra trovare ispirazione in quella di Freddie Hubbard.

Typical Ted” è una lunga citazione che si srotola fra agguerriti assoli ed invenzioni melodiche, lo sforzo è notevole, tanto da essere considerato uno degli album più riusciti di Ted Curson, foriero di un jazz moderno, ancora vitale e fresco. Il disco potrebbe non essere immediatamente di facile comprensione per tutti, almeno richiede qualche ascolto attento, ma se si hanno conoscenze ed enzimi adatti alla digestione, potrebbe essere servito subito sul piatto

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