Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Alla Festa del Cinema di Roma, nell’ambito nelle pre-aperture, sarà presentato il film documentario di Jonathan Sutak, dedicato all’Italo Disco.

Il Ventuno

IL DOVERE DI INFORMARE, IL DIRITTO AD ESSERE INFORMATI

/// MUSIC LINE by Francesco Cataldo Verrina ///

Alla Festa Del Cinema di Roma, esattamente nell’ambito delle pre-aperture, quest’anno si parla anche di ITALO DISCO. Potremmo aggiungere un liberatorio, finalmente! C’è voluto però un regista americano per riportare in auge un movimento musicale spesso sottovalutato in Italia, ma soprattutto dimenticato dal mondo dei media, della cultura e dell’informazione. Personalmente, penso di aver dato il mio contributo, quando circa quattro anni fa, nel 2014, diedi alle stampe la prima edizione italiana di ITALO DISCO STORY. Come ebbe modo di dirmi Roberto Zanetti, al secolo Savage, in un suo ringraziamento: «Caro Francesco, ti siamo tutti grati per ciò che hai fatto per noi, rendendo istituzionale e storicizzando un fenomeno che, nonostante i milioni di dischi venduti in tutto il mondo, molti avevano accantonato o addirittura fatto finta di non vedere». Con questo film-documentario forse si chiude il cerchio o si riapre un dibattito su un stile musicale che per oltre un decennio è stato dominante nell’ambito della dance mondiale. Ma procediamo per gradi.

Circa un anno e mezzo addietro fui contattato da un film-maker californiano, tale Jonathan Sutak, il quale m’informò che sarebbe venuto in Italia per farmi un’intervista. Suo padre era stato un vero cultore dell’Italo Disco, per cui il giovane regista aveva ritrovato in casa un collezione di vinili di questo genere, così come tutte le persone curiose e con uno spiccato senso artistico iniziò ad approfondire l’argomento. Lesse il mio libro e cominciò a contattare i vari protagonisti dell’epoca con l’intento di realizzare una sorta di film-documentario sull’argomento. Fatta l’intervista, Jonathan mi disse che, a lavoro ultimato, mi avrebbe informato sui futuri sviluppi. Ed ecco la bella notizia: qualche giorno fa, proprio mentre stavo ultimando ed aggiornando la terza edizione del mio libro, mi ha comunicato della presenza del suo lavoro alla Festa del Cinema di Roma, ringraziandomi per il contributo.

L’appuntamento per gli appassionati di Italo Disco è per 15 ottobre, ore 18,00 alla Casa del Cinema, nell’ambito delle pre-aperture della Festa del Cinema di Roma dove verranno proposte «quattro brillanti e originali progetti in anteprima» – così recita la nota dell’ufficio stampa – tra cui DONS OF DISCO di Jonathan Sutak, Stati Uniti, 2018. La civetta del sito web fa riferimento ad un argomento molto dibattuto, ma nel film ci sarà molto altro: «Negli anni ‘80, Den Harrow dominava le classifiche europee con canzoni di successo come «Future Brain», «Bad Boy» e «Don’t Break My Heart». A distanza di trent’anni arriva la rivelazione del fotografo americano Thomas Barbey (Tom Hooker): è lui la «voce segreta» di queste canzoni e l’italiano Stefano Zandri (Den Harrow) ha cantato in playback per decenni. Nel documentario Dons of Disco, un segreto durato trent’anni farà esplodere una rivalità mai sopita tra due protagonisti dell’epopea aurea dell’Italo Diosco. Cosa ha determinato il successo di Den Harrow: il volto o la voce?» Noi aggiungiamo, sicuramente la qualità delle produzioni musicali e delle canzoni in massima parte scritte da Tom Hooker e Miki Chieregato, nonché tutta la speciale macchina organizzativa della Baby Records e l’intraprendenza di Freddie Naggiar. La qualità della voce di madre lingua inglese, almeno a partire dalla terza produzione in poi, ha fatto il resto, garantendo al progetto un taglio ed un ampio respiro internazionale. La prima voce usata fu quella dell’americano Chuck Rolando front.man dei Passengers per i singoli “A Taste of Love” e “Too Meet Me” e poi quella di Silver Pozzoli per “Mad Desire” prima versione, successivamente  ristampato in una versione  cantata da Tom Hooker.

Ma cerchiamo di capire di che cosa stiamo parlando. Con il termine Italo Disco viene indicato universalmente non un genere musicale, ma un insieme di sottosistemi musicali, i quali costituiscono uno stile specifico, univoco ed inequivocabile di fare musica finalizzata al ballo. Diciamo «costituiscono» e non costituivano, poiché a tutt’oggi le produzioni nostrane destinate alle discoteche vengono etichettate come «italo dance», soprattutto nei paesi germanici e scandinavi. In verità, la paternità della definizione «italo disco» è attribuita proprio ad un tedesco, tale Bernhard Mikulski, o meglio un estroso polacco emigrato in Germania, dance producer e discografico che, quando era a capo della ZYX, decise di attribuire tale appellativo ai tanti prodotti che dall’Italia arrivavano nel suo enorme magazzino di distribuzione. Usualmente, quelle che Mikulski amava indicare con l’aggettivo «Italo» erano varie produzioni «disco music» provenienti dal nostro paese, senza però distinzioni di sorta tra gli stili, ma accomunate solo dalla medesima provenienza geografica. Il che ha inizialmente generato una lieve confusione. Nonostante la veniale superficialità del «Polacco», in tutto ciò non ci fu nulla di «dispregiativo», anzi il prematuramente scomparso Mikulski fu un agguerrito sostenitore, nonché divulgatore dell’italo-disco-pensiero, tanto da immettere sul mercato la prima compilation ufficiale con tale denominazione, «The Best Of Italo Disco», inoltre nel momento in cui il «mitico Severo Lombardoni» decise di smantellare baracca e burattini, il nostro Bernhard acquisì per una notevole cifra l’intero catalogo della Disco Magic. Se provassimo a chiedere che cosa sia l’italo-disco a un DJ olandese o tedesco, egli menzionerebbe subito una determinata tipologia di brani dance, capaci di coniugare una melodia facile, un cantato orecchiabile e ripetitivo, un suono futuristico, talvolta spaziale e arioso ed un ritmo regolare con forte propensione al ballabile, ricamato da semplici effetti creati con sintetizzatori, drum-machines e vocoder di prima generazione. Questa fu la vera intuizione degli artefici dell’italo disco, una svolta rispetto ai Tedeschi che si lambiccavano le meningi con il capo ed il cervello protesi verso l’iperspazio di una musica algida e pseudo-futurista. Così, mentre i Francesi si disperdevano nei mille rivoli di una noiosa avanguardia e di un ostentato sperimentalismo, gli Italiani distillavano dei veri dance-floor-filler, adattissimi alle nascenti tecniche di djing e mixing, nonché propedeutici al cambio indolore e millimetrato, nel tradizionale rispetto del «bel canto» e del romanticismo «piacione» e vagamente dandy. E’ fondamentale, se non propedeutico alla comprensione, nonché a dare anche una precisa collocazione spazio temporale al fenomeno, ma chiarendo subito che l’italo disco è stata merce, a volte pregiata, d’esportazione, ma realizzata su materiali d’importazione, almeno le matrici originali erano americane. Solo per dire che la tradizione «compositiva» del ballo in Italia era ancora legata al liscio o alle tarantelle, più alle fisarmoniche che non alle tastiere sintetiche, più ai tamburelli che non alle batterie elettroniche, più alle chitarre battenti che non al basso slap. Una volta Mauro Malvasi, nel tentativo di sminuire ciò che egli stesso aveva realizzato in quel periodo, disse: «Fare disco music in Italia, è stato come mettere i baffi alla Gioconda!». Tutta la musica giovanile di consumo rientra in un discorso di arte come produzione (seriale) e non di arte come espressione, ma gli Italiani, all’epoca dei fatti, riuscirono a fare anche barba e contropelo al mercato. Basti pensare che «I Like Chopin» di Gazebo, tra edizioni originali, partecipazioni a compilations e remix a vario titolo, ha venduto dodici milioni di copie in tutto il mondo civilizzato, a cui si aggiungano altrettanti download illegali non quantificabili. Roba da far tremare i polsi e intorbidire il sangue, mischiandolo con la bile, perfino a qualche «tycoon» delle multinazionali discografiche americane. In primis, va detto che non esiste uno spartiacque netto, ma è importante fare una distinzione tra «italo-disco-music» ed «italo-disco-dance». Tecnicamente significa poco o niente, ma può essere determinante per ordinare i vari elementi in un arco di tempo ben preciso, che va dalla seconda metà degli anni Settanta a quella degli anni Ottanta ed oltre, almeno fino al 1988, anno dell’esplosione planetaria dell’house-music, la quale spostò l’asse dell’interesse di DJs-producer e discografici verso differenti coordinate musicali. Ciò nonostante, gli Italiani si caratterizzarono, ben presto, attraverso uno stile compositivo molto particolare e facilmente individuabile che, in Inghilterra, definirono subito «Italian Piano House». Per comprendere, si pensi ai successi continentali di Black Box o di FPI Project.

L’ Italo Disco vanta grandi successi mondiali, ma anche una vasta produzione fatta di artisti minori e di meteore fugaci, così che, in Italia, una pletora di nomi anglofoni, frutto dell’immaginazione, caddero presto nell’oblio, calcificandosi solo nelle menti degli intenditori del genere. Forse in molti altri paesi europei, e non solo, esiste una memoria storica più profonda ed espansa intorno ai soggetti e agli oggetti relativi all’Italo Disco rispetto all’Italia dove, per lunghi anni, troppi artisti si sono quasi vergognati quasi di essere stati parte di questo movimento e di aver vissuto in quell’ambiente. Tuttavia alcuni punti di ancoraggio devono essere fissati. Potremmo dire che all’interno del fenomeno esistano almeno quattro modalità d’impiego ben definite. Ad esempio, lo stile di Turatti-Chieregato, seppur con originalità, si riferiva ad alcuni input provenienti dal new romantic inglese o tedesco: tracce di Yazoo o di Alphaville sono facilmente identificabili nella la loro vasta produzione, caratterizzata da arrangiamenti, ritmi e melodie immediatamente riconoscibili e progettate per trascinare l’ascoltatore in pista; e qui entrano in ballo soprattutto i dischi di Tom Hooker e Den Harrow. L’alchimia sonora di Pier Luigi Giombini e Paul Mazzolini (Gazebo) ha seguito varie traiettorie emotive, a volte più vicina alla new wave britannica, altre alla pop-song melodica, in particolare a causa del basso numero di BPM. I lavori di Farina e Crivellente sono probabilmente caratterizzati da una maggiore ricerca e sperimentazione sonora, ma i risvolti commerciali, in termini di vendita, non sempre sono stati soddisfacenti, anche se i due vantano ancora folte schiere di sostenitori in ogni parte del mondo. Il sodalizio Martinelli-Zanini diede immediatamente buoni risultati, attraverso la creazione di uno stile meno ortodosso, forse perché arricchito da un eccesso di sinfonismo e di reminiscenze classiche, allo stesso tempo, diluite in un numero di progetti, che non erano sempre musicalmente uniformi e coerenti. In ultima analisi, ad esempio, è molto difficile trovare un punto di omogeneità o convergenza tra le molte produzioni di Claudio Cecchetto. Sembra improbabile stabilire somiglianze tra Sandy Marton e Via Verdi, o tra Sabrina Salerno e Taffy. Nonostante la buona fattura, il catalogo «cecchettiano» costituisce indubbiamente un costrutto concettuale incoerente più connesso ad un bisogno di programmazione radiofonica che non ad un’offerta indirizzata alla ballo. Nessuna sovrapposizione è possibile tra gli artisti citati prima, se non il desiderio di modellare una richiesta di canzoni pop-dance prodotte in Italia, ma non dissimili da certe hit inglesi o americane.

Per lunghi anni l’Italo Disco è stato nascosto come la polvere sotto il tappeto, è forse giunto davvero il tempo di rendergli giustizia. Appuntamento a Roma, con il film-documentario di Jonathan Sutak, e per approfondire vi rimando al mio libro che troverete su Amazon in tutto il mondo.

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