Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

I primi decisivi passi di Jackie McLean, un talento da (ri)scoprire.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Jackie McLean – “Capuchin Swing”, 1960: Sicuramente Jackie McLean è uno degli artisti da rivalutare a tutto tondo, altoista di talento, nell’arco della sua carriera si è distinto spesso in veste di comprimario di lusso, lasciando spesso un’orma tangibile in molte registrazioni della Blue Note ed altro.

In merito ai suoi tanti album come band leader, alcuni hanno raggiunto il minimo del consenso tra critici ed appassionati, altri sono stati spesso accantonati e sottovalutati, non tanto per una presa di posizione pre-concetta, ma come abbiamo più volte sottolineato, per via di un affollamento eccessivo, soprattutto a cavallo tra la fine degli anni ’50 e la prima metà degli anni ’60, quando bop e hard-bop ebbero una stagione assai felice, sia in termini quantitativi che qualitativi.

Oggi non condizionati dall’impellenza del momento e dalla cosiddetta aria che tira (o che tirava allora), magari alla luce di quanto è accaduto negli anni successivi, possiamo tentare anche una riabilitazione di “Capuchin Swing”, se non altro, sul piano estetico e nominale, per un ipotetico riferimento alla rinomata bevanda italica.

Jackie McLean in “Capuchin Swing” miscela inseme, come si farebbe con il latte ed il caffé, un misto di cover e di composizioni originali, senza disdegnare il fascino delle innovazioni free-form che Ornette Coleman aveva già messo in campo con “The Shape Of Jazz To Come”. Il futurismo avanguardistico di Ornette può essere percepito in alcuni assoli disegnati per vie oblique, ma senza eccessi, anche se la maggior parte dell’album pulsa sangue blues e swing attraverso la tipica vena hard bop del periodo.

A differenza di alcuni contemporanei come Hank Mobley, Sonny Clark e Lee Morgan, McLean non si limita, però, a sfornare ricche pietanze da jam session o da set per virtuosi, ma traccia anche grafici più complessi e assoli coerenti con una linea votata all’innovazione, evitando accuratamente le ballate ruffianotte e standard, soprattutto concentrandosi su strutture blues mid-range e swinganti progressioni up-tempo.

La sua verve tende a spiccare soprattutto in “Francisco” e “Condition Blue”, mentre le reintepretazioni di “Just for Now” e “Do not Blame Me” riacqistano vigore, immediatezza ed attualità. Tra i soldati di ventura arruolati da McLean si distinguono il trombettista Blue Mitchell, il pianista Walter Bishop, Jr., il bassista Paul Chambers e il batterista Art Taylor. In particolare, la tromba di Mitchell si accoppia in altura con il sax, seguendo i voli ispirati di McLean ed il suo modo di suonare flessibile e progressivo. Insieme ad altri titoli Blue Note come “Jackie’s Bag”, “Bluesnik” e “Swing, Swang, Swingin”, “Capuchin Swing” potrebbe essere il grimaldello giusto per aprire la scatola magica della folta discografia di Jackie McLean.

Jackie McLean – “Swing, Swang, Swingin”, 1960: Questa è una della prime uscite di Jackie McLean per la Blue Note, “Swing, Swang, Swingin” si sostanzia principalmente in una manciata di standard: solo uno dei sette brani è un originale composto dal sassofonista.

L’approccio al materiale accuratamente selezionato, come in tutte le sessioni Blue Note, è molto professionale. L’innata capacità di McLean di rinvigorire i suoni, restituisce al mondo questi vecchi classici in una veste editoriale completamente nuova, catapultando ogni melodia in avanti, verso il futuro, attraverso una serie di appassionate improvvisazioni. Ovviamente i canoni dell’hard-bop non vengono stravolti, ma il modo in cui McLean interpreta il materiale crea intorno ai vari pezzi un’atmosfera del tutto inedita, facendo il modo che suo sax resti sempre il punto focale per l’intera durata dell’album. Ottimo il supporto del pianista Walter Bishop, del bassista Jimmy Garrison e del batterista Art Taylor.

Il tono fortemente caratterizzato e tagliente di McLean conferisce una particolare luce alle melodie, il tratteggio improvvisativo e l’estensione delle note si evidenziano in una versione intensa e flessuosa di “I Love You” di Cole Porter, aggiungendo ancora più esuberanza a “Let’s Face The Music And Dance” di Irving Berlin. Bishop e Taylor offrono un supporto attivo e propedeutico alla spinta propulsiva di McLean.

Swing, Swang, Swingin” non è un album rivoluzionario, ma facile diretto ed immediato, almeno rispetto alla futura progressione modernista di McLean, ma è il frutto di una sessione ben congegnata da un giovane artista in piena evoluzione ed ancora tutto da scoprire.

Visite: 178
   Invia l\'articolo in formato PDF