Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Marion Brown, Pete La Roca e Pharoah Sanders: innovativi, trasversali ed imprevedibili.

/// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina ///

Marion Brown – “Why Not”, 1968 / L’albun “Why Not?” di Marion Brown ha una storia particolare a cominciare dalla copertina ed è legata all’arrivo del sassofonista in Europa alla fine del 1967. Il fotografo Guy Kopelowicz racconta: “La foto in copertina fu scattata a settembre poco dopo l’arrivato di Marion a Parigi. Il giorno del servizio fotografico, Daniel Berger con la sua Citroen 2CV, porto me e Marion in giro per la città; partimmo dal centro di Parigi diretti verso la Place de la Concorde, in fondo agli Champs-Elysees. Marion era molto felice di fare un tour di la città mentre si aggirava tra le fontane e la Torre Eiffel. Gli piaceva anche il gelato venduto all’angolo (…) Proprio all’angolo di Rue Washington, vicino all’Arco di Trionfo, c’era un enorme poster pubblicitario che mostrava in rosso e blu il copricapo dei partecipanti alla Rivoluzione Francese. Il poster con l’headline “Revolutionnaire” era il teaser di una campagna pubblicitaria. Berger pensò che valesse la pena provare a fare delle foto a Marion di fronte al poster colorato con un atteggiamento da rivoluzionario davanti a quella che sembrava una mini barricata”.

Quando la musica di Marion Brown cominciò a diffondersi, molti ebbero l’idea di un elemento rivoluzionario sia nella forma che nei contenuti. Di sicuro, la sua fu musica di rottura rispetto al passato e di apertura alle nuove istanze del jazz. La componente rivoluzionaria e non convenzionale è evidente come in tutti i sassofonisti dell’aera post-coltrane. Certamente Brown rappresenta il raccordo tra lo stile di Albert Ayler e quello di John Coltrane. Non si dimentichi che Brown era apparso in “Ascension” di Coltrane e “Fire Music” di Archie Shepp (entrambi Impulse, 1965) e il suo modo di suonare fu esaltato critico LeRoi Jones.

L’estroso sassofonista entrò in studio sotto contratto con la ESP insieme il gruppo di lavoro il 23 ottobre 1966, per iniziare le registrazioni di “Why Not ?”; con lui, Rashied Ali alla batteria, Norris “Sirone” Jones al basso e Stanley Cowell al piano. La cosa che colpisce subito di “Why Not?” è che, pur essendo un album innovativo nelle dinamiche sonore, si esalta melodicamente in un tangibile lirismo nostalgico e romantico e lo fa con ripetuta insistenza. Ci sono poche registrazioni di questa portata che riescano a bilanciare bene il sacro fuoco della libertà del jazz e l’attaccamento alla melodia tradizionale. Brown lo fa utilizzando una metodologia espansiva, simile a quella di Coltrane, attraverso un urlo acuto ed esuberante, dal canto suo Cowell al piano si arrampica costantemente su una scala modale in equilibrio instabile, mentre Sirone e Ali sembrerebbero seguire un percorso indipendente e alternativo, ma relazionale ad ogni loquace assolo di Brown tra note singhiozzanti e alti squitti armonici. Con il supporto di basso e batteria, le frasi di Brown diventano chiamate marziali alle armi che si innalzano in consapevoli strizzate d’orecchio alle melodie del Sonny Rollins più leggero, Alla medesima stregua di altri contraltisti, come Ornette Coleman, Prince Lasha e Eric Dolphy, la costruzione della frase avviene tramite un crescendo inarrestabile.

Ad esempio, l’imponente ballata “Fortunato”, è una carezza in un pugno, un lamento dolorante sospeso a mezz’aria con focose punteggiature e vortici di leggera dissonanza. Puri arpeggi e trilli incandescenti caratterizzano la title-track, così come il quartetto in “Homecoming” si lancia in un’immersione nasale ad un’architettura rampicante. A volte le melodie sembrano sconclusionate e circensi, e se ne coglie anche un lato ironico. Nella totalità, l’album non è difficile da fruire nonostante l’andamento molto “free”: quando l’orlo del precipizio sembra vicino, le acque si chetano e la melodia irrompe.

Pete La Roca – “Basra”, 1965  / Pete La Roca è stato un personaggio alquanto singolare nell’ambito della storia del jazz moderno. In primis la sua vita insegna quanto fosse difficile guardarsi un posto di tutto rispetto nei circuiti jazz di quegli anni e soprattutto quanto fosse difficile guadagnarsi da vivere suonando. Fu costretto ad abbandonare l’attività di musicista per frequentare facoltà di legge e diventare avvocato, specializzato in contratti artistici. La conoscenza della legge gli tornò certamente utile quando intentò causa per i diritti d’autore relativi al suo album “Turkish Women at The Bath” uscito per l’etichetta Douglas nel 1967. La Roca tornò ad esibirsi solo quando riuscì a bilanciare la propria stabilità finanziaria con le performance musicali, pur rimanendo una sorta di batterista storicamente sullo sfondo, nonostante fosse in possesso di una buona tecnica. A testimonianza, la sua partecipazione in veste di sideman a molti dischi di grandi leader della Blue Note, tra cui i Sonny Rollins, Jackie McLean e Joe Henderson, ma registrando a suo nome durante l’apogeo dell’etichetta, solo tre album in tutto come leader nell’arco in una carriera di oltre cinquant’anni. Il Blue Note, cui facciamo riferimento è proprio “Basra” del 1965, con Joe Henderson al sassofono tenore, il pianista Steve Kuhn e il bassista Steve Swallow. “Basra” è un album non convenzionale rispetto allo stile imperante in quel periodo in casa Lion, un disco oscuro, dall’aria misteriosa ed arcana, quasi sullo stile “Lazy Afternoon” di Henderson, ma solido nelle traiettorie e ben strutturato. L’album si apre con una flessuosa linea di basso e con un groove mediorientale, ripreso da Henderson che ne acutizza i sintomi attraverso una melodia ondeggiante. Per tutto il tempo, Kuhn rilascia in background degli accordi arpeggiati. La batteria di La Roca è strutturata, ordinata, ma maestosa, Kuhn infila costantemente i suoi assoli tra i tamburi. L’album è scattante, profondamente groove ed esotico, soprattutto segue un percorso quasi concept, terminando nel modo in cui era inizia, ossia con il basso che tenta di svettare. Tra le sei tracce il punto di riferimento è sicuramente la title-track, che eleva su tutte le altre. La Roca non è stato mai un nome familiare tra gli appassionati di mainstream, ma è stato un musicista con una visione molto personale del jazz, sicuramente da (ri) scoprire. Se in calce a questo album ci fosse stato un nome altisonante, “Basra” sarebbe passato alla storia come uno dei migliori set del perido aureo della Blue Note.

Pharoah Sanders – “Karma”, 1969 / Pubblicato nel febbraio del 1969 per la Impulse!, “Karma” è il terzo album come band-leader di Pharoah Sanders, uomo di punta nell’ultimo assalto alla diligenza di Coltrane. Dotato di una tecnica non convenzionale e di un fraseggio aggressivo e tagliente, Sanders fu definito, in quell’anno, da Ornette Coleman come il miglior sassofonista tenore in circolazione. L’album si basa essenzialmente su una lunga suite di oltre 32 minuti, di cui la prima parte di 19 minuti e 20 secondi copre l’intera prima facciata dell’album, “The Creator has A Master Plan”, dove una sorta di religiosità multietnica si mischia ad echi pagani di africanismo, tra inferno, paradiso e misticismo psichedelico. La lunga traccia paga un tributo ispirativo, in molti frangenti, ad “A Love Supreme”. In effetti condivide con il il capolavoro di Coltrane sia il forte senso di spiritualità, sia la ricerca di un essere supremo, attraverso cui l’uomo possa redimersi. Determinante la presenza del cantante e coautore, il percussionista Leon Thomas. il quale intona mistici canti africani, facendo ricorso ad una tecnica usata dai Pigmei simile allo yodel; dal canto suo Sanders s’invola attraverso multifonie, a volte malinconiche, altre acute e pungenti. mentre le spinte curvilinee del sax tenore irrompono in piena libertà, man mano che si procede. Nella seconda parte, che apre la B side per una durata di 13 minuti e 36 secondi, il clima della suite si accende e le sonorità diventano violente e strappanti come colpi di scudiscio sui timpani, accompagnate dal delirio tremens delle tastiere di Lonnie Smith e dal forsennato incalzare delle percussioni. Dopo l’impervia corsa ad ostacoli la quiete arriva quasi come dopo una tempesta e la voce di Thomas fa riaffiorare elementi di serenità ed armonia mistica. La stessa atmosfera pervade “Colors”, impostato come una canzone, dove l’estasi ed il contato con il sublime sembrerebbero raggiunti.”Karma” è un album seminale, immancabile nella collezione di chi ama il jazz a progressione asimmetrica e ricco di scosse telluriche.

Visite: 174
   Invia l\'articolo in formato PDF