Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Sassofoni innamorati del Funk, il fratello maleducato del Jazz!

/// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina ///

Gene Ammons – “Funky”, 1957: Premesso che nel jazz esistono migliaia di dischi che si equivalgono per qualità, ma forse solo un centinaio sono assurti agli onori della cronaca ad imperitura memoria; per contro altri si sono calcificati solo nella mente o nei ricordi dei veri cultori, studiosi ed appassionati, lavori che se fatti riemergere potrebbero arricchire non solo la collezione, ma anche la vita di chi sa muoversi seguendo qualche parametro di ricerca non consueto. Aggiungiamo un altro dettaglio non trascurabile: esistono centinaia di sessioni dove hanno suonato più o meno gli stessi musicisti, nell’ambito di una rosa costituita da una trentina di “giocatori” (di “players” volendo usare un dizione anglofona) sopraffini, eppure molti di quegli album, frutto di set eccellenti, sono finiti nel dimenticatoio.

I dischi che hanno superato l’usura del tempo ed i cambi di umore e di stagione non sono tutti capolavori, ed anche quando lo sono, si discostano da dischi misconosciuti solo per pochi dettagli. La cerchia dei capolavori assoluti è davvero ristretta, ed anche qui insorgono vari elementi, diciamo propiziatori: fortuna, tempismo, l’essere nel posto giuso al momento giusto, il favore della critica, una buona azione di marketing da parte della casa discografica, piuttosto che la longevità degli artisti coinvolti nel progetto. Paradossalmente, nei casi in cui certi musicisti di talento hanno avuto vista breve e troncata da tragici aventi, la loro sia pur esigua opera ne ha beneficiato, poiché il mito dell’artista “maudit” si amplifica per eccesso: il cosiddetto fascino della gioventù bruciata.

Uno dei capolavori nascosti che oggi facciamo riemergere è “Funky” di Gene Ammonds. L’album fu pubblicato dalla Prestige Records nel 1957, mentre tutti i brani vennero registrati in un’unica seduta l’11 gennaio 1957, al solito Van Gelder Studio, con la produzione di Bob Weinstock.

Come tutte le session all-star degli anni ’50 guidate da Gene Ammons anche questa ripropone una bella miscela di hard-bop, con un’intuizione geniale, almeno vent’anni prima di tanti musicisti indirizzati verso la fusion, ossia l’aver capito che il funk, quale fratello “maleducato” del jazz, è quello che gli regge meglio il gioco. Non che questo abbia minimamente il sentore di un disco fusion, mai il classico swingin’ spesso lascia il campo libero al funky-funky con atmosfere più secche e taglienti, meno oscillanti, mentre le progressioni sonori sembrano descrivere più le ambientazioni metropolitane che non le limacciose paludi del blues.

Il tenore di Ammons trova piena affinità elettiva in Art Farmer, trombettista dal soffio solful, mentre il giovane altoista Jackie McLean, non perde occasione per liberare assoli che si dipanano come schegge di fuoco, dal canto loro il chitarrista Kenny Burrell, il pianista Mal Waldron, il bassista Doug Watkins e il batterista Art Taylor incantano nelle lunghe versioni di “Stella By Starlight”, e “Pint Size”, piccolo gioiello a tiratura limitata imperniato su tagli molto sincopati e funkoidi; in particolare Burrell aggiungendo il suo ricamo blues insangua di melodia la splendida title-track “Funky”, ma il suo genio chitarristico emerge soprattutto nella narrazione del tema melodico della conclusiva “King Size”. Tutti, in particolare Burrell e Waldron ottengono un lasciapassare per lunghi assoli, mentre Ammons sembra davvero saper ispirare i suoi sideman con un equilibrio ed un gioco di squadra, che produce una collegialità d’intenti da manuale. Disco facile ed immediato, adatto anche ai neofiti, Capolavoro ritrovato, senza sé e senza ma!

Sonny Stitt – “Black Vibrations”, 1971: Sonny Stitt è stato uno dei jazzisti più prolifici, lasciando ai poster circa 200 album come band-leader. Parkeriano nello stile, non per imitazione o per influenza, ma per pura coincidenza: erano due coetanei che interpretavano il bepop alla stessa maniera. Stitt lasciò il contralto per un certo periodo, per evitare confusione e inopportuni riferimenti a Bird, passando al tenore. Per motivi di longevità ha spesso rimodulato il suo stile, oltrepassando le Colonne d’Ercole del bebop classico, adattandosi alle tendenze del momento.

Quando nel 1971, Sonny Stitt pubblicò “Black Vibrations”, era entrato già nel suo terzo decennio di attività, voltando ancora pagina sulla sua storia con estrema naturalezza. Con lui, Virgil Jones alla tromba, Don Patterson e Leon Spencer Jr, a turno sull’organo, Melvin Sparks alla chitarra e Idris Muhammad, genio dell’afro-funk, alla batteria. L’album ha un afflato ecumenico e racchiude tutti gli stilema della cultura nero-americana, il swing fa spazio ai fratelli minori soul e funk ed a soluzioni ritmiche afroidi; non è un disco jazz in purezza, ma non è neppure un disco fusion. Stitt si ferma proprio sul crinale, evitando di debordare. La presenza dell’organo e di una chitarra dal suono allungato, danno al disco qualche sprazzo di acidità suburbana che rimanda a Sly Stone, i ritmi in alcuni momenti diventano cadenzati e taglienti, mentre il mantice del sax soffia nel vento del funk, a volte i tamburi rotolano con accentazioni africane, la chitarra non ha i melliflui ghirigori di un Burrel o di un Montgomery, ma frusta l’aria con incedere sincopato. Il vecchio Stitt, gioca di fino e mette tutti d’accordo: è sempre bebop, presentato in una veste grafica ed editoria differente.

“Black Vibrations”, registrato al Van Gelder Studio il 29 luglio del 1971 per la Prestige, puo essere considerato il miglior album degli ’70, fra i tanti prodotti da Sonny Stitt. La copertina, per nulla volgare o con finalità attrattive, è emblematica e rappresenta il ventre della Grande Madre Africa proteso in avanti.

Johnny Griffin – “Bush Dance”, 1979: Siamo alla fine degli anni ’70, la fusion e le contaminazioni eretiche avevano devastato molti dei fertili terreni del jazz. Un disco così, coltivato e poi distillato in purezza fu una manna dal cielo. Un concentrato di hard-bop barricato nella tradizione e poi decantato attraverso l’atmosfera sonora di quegli anni.

Johnny Griffin a partire dalla metà degli anni ’50 si era sempre caratterizzato come un valido tenorsassofonista, ma per uno strano gioco del destino, fu costantemente sottovalutato o comunque non del tutto apprezzato per quelli che erano realmente i suoi talenti.

Questa tardiva sessione in studio del 1978 si rivelò come uno dei suoi grandi successi, anche in termini commerciali. in particolare per una lunghissima versione di “A Night in Tunisia” di Dizzy Gillespie, abilmente ricostruita in una progressiva suite afro-funkoide, con l’inserto, in alcuni punti, di un canto tribale, ma soprattutto dilatata sul tempo di 17 minuti. Semplicemente da brivido. Basterebbe solo questo a mettere il bollino di qualità sull’album. Ad onor del vero, Griffin eccelle anche nella sue composizione originali come la title-track , “Bush Dance” dove l’atmosfera solful sembra avere il sopravvento sul vecchio swing-swing, mentre con “The JAMFs are Coming” si ritorna al taglio bop di tipo classico, suonato con qualche piccola fuga improvvisativa; ottimo il lavoro della chitarra, che lo rende più moderno almeno nell’aspetto formale; dal canto suo Griffin si diverte a fare il Sonny Rollins della situazione. Da segnalare l’ottima interpretazione della classica ballata “Since I Fell for You”, restituita al mondo degli uomini con una afflato lirico e pungente. Griffin è affiancato dal chitarrista George Freeman, dal bassista Sam Jones, dal batterista Albert Heath e dal percussionista Kenneth Nash.

Bush Dance” registrato presso i Fantasy Studios di Berckey in California, il 18 e 19 ottobre del 1978 con la produzione di Orrin Keepnews, ma pubblicato l’anno successivo, trovò un Johnny Griffin non più giovanissimo, aveva già sessant’anni all’epoca, ma alquanto ispirato e abbastanza creativo, al punto da concepire questa piccola gemma.

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