Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Sonny Rollins, protagonista anche negli anni ’70.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Sonny Rollins – “Horn Culture”, 1973: Un album poco conosciuto e sottovalutato di Sonny Rollins che, tra quelli degli anni ’70, esprime uno spirito diverso da qualsiasi altro, e questo motivo dovrebbe spingere chiunque almeno ad ascoltarlo. Registrato nel mesi di aprile, giugno, luglio e settembre del 1973 a New York “Horn Culture” è il secondo album di Sonny Rollins dopo l’ultima lunga assenza dalla scena Jazz. Tra la fine degli anni sessanta e all’inizio dei settanta, quello del Colosso fu una sorta di ritiro spirituale, che attraverso lo yoga e lo studio delle dottrine orientali, gli consentì di ritornare sulla scena in una forma splendida.

Già il precedente album del 1972, “Next” aveva riportato in auge un Rollins vibrante, corroborato e pronto a rimodulare le nuove istanze sonore; in “Horn Culture” oltre a suonare magnificamente, catapultando nel mantice l’energia di un ventenne, il sassofonista si spinge oltre, giocandosi le sue nuove carte attraverso un sorta di free-form controllata: era sempre molto difficile che Rollins potesse perdere il controllo e liberare nel nulla i confini ben chiari e definiti della melodia.

L’album, per quanto rivolga un certo interesse a quelle che erano le tendenze del momento, non va oltre alcune progressioni armoniche glissate e veloci, in onore all’ultimo Coltrane. Rollins era troppo esperto per avventurarsi su terreni impervi, mettendo a rischio la propria credibilità. In tale circostanza, dunque, suona con un fraseggio più moderno, un tono più aggressivo, ma il taglio melodico è quello del Colosso: unico ed insuperabile.

L’uso di un basso e di una chitarra elettrica e di una ritmica ridondante dai contorni afro lo pone quasi sul piano inclinato di una certa fusion appena accennata. In Verità, “Horn Culture” è un disco di hard-bop con qualche variazione strutturale, ecco perché potrebbe piacere sia a quanti galoppano sul filo dell’innovazione costante, sia ai vecchi templari dei dischi realizzati negli anni ’50 e ’60.

Va anche sottolineata la specchiata onestà di Rollins. Visto che la tecnologia era andata avanti, come un’etichetta che riporta gli ingredienti adoperati, la copertina dell’album menziona il fatto che fossero stati usati degli over-dub con il sax, ma in maniera molto calibrata e parsimoniosa.

Walter Davis Jr. al piano, Masuao, alla chitarra, Bob Cranshaw, al basso elettrico, David Lee, alla batteria e percussioni, i quali variano spesso l’uso degli strumenti, tra acustici ed elettrici, apportando ricchezza e varietà di stili, tramite una miscela di post bop e funk. “Sais” avrebbe potuto adattarsi bene ad un album jazz-fusion con l’uso del piano elettrico combinato a quello acustico e l’aggiunta della chitarra elettrica di Masuo. Ma la parte del leone la fa sempre Sonny Rollins, il suo sassofono è ancora l’anima, la forma e la sostanza di questo album, anche se apparentemente certe strutture sonore possano essere mutate, gli assoli e le melodie sono in diretta contiguità con la tradizione bop. “Pictures In Reflection Of A Golden Horn” è sicuramente una delle più belle composizioni del Colosso, al pari di quelle degli anni 60. Non spaventatevi, è Sonny Rollins, è magia!

Sonny Rollins – “The Cutting Edge”, 1974: Sonny Rollins, genio ancora vivente, ha avuto una carriera costellata di arrivi e partenze, periodi di meditazione, ritiro e ritorni trionfali. Non più ragazzino di primo pelo, si presentò nel 1974 al Montreux Jazz Festival e l’accoglienza fu alquanto calorosa, grazie al sostegno di una solita e nerboruta band (il pianista Stanley Cowell, il chitarrista Masuo, il bassista elettrico Bob Cranshaw, il batterista David Lee e il percussionista Mtume).

Rollins suona con impeto, come se avesse trovato una sorta di nuovo “sturm und drang” e soprattutto sciorina la sintassi jazz del periodo con un piglio molto avant-gard, trasformando del materiale di repertorio come “To a Wild Rose” e “A House Is Not Home”, in un volo musicale concentrico ad ali libere e spiegate, ben documentato all’interno di questo album live dal titolo emblematico “The Cutting Edge”. ossia il “Il Filo Conduttore”.

Una nota curiosa, nel disco è presente l’unico suonatore di cornamusa jazz del mondo (Rufus Harley) che spiffera il suo strano ed insolito strumento in “Swing Low, Sweet Chariot”.

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