Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Keith Jarrett, anima inquieta o genio proteiforme?

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Analizzando la vasta discografia di Keith Jarrett è difficile trovare degli elementi coerenza tra i vari album, se non per brevi periodi. Spesso ci siamo chiesti da che cosa nascesse questo suo perpetuo mutatis mutandis. Forse, la paura inconscia di ripetersi o di non voler replicare, a prescindere. La sua opera appare alquanto frastagliata e spesso poco catalogabile, in molti casi estranea a quelli che erano gli standard del jazz. Jarrett nel momento di massima espressività creativa ha tagliato trasversalmente uno dei momenti più complessi e caotici della musica moderna. Gli anni ’70 furono, tutto ed il contrario di tutto, anni difficili per qualunque genere musicale, poiché ogni elemento tendeva a sovrapporsi ed a mescolarsi, fondendosi in una specie di esperanto musicale, mai accettato dai puristi. Oltremodo parte di questo nuovo linguaggio risultò poco comprensibile alla moltitudine. Il breve periodo il cui Keith Jarrett si legò alla Impulse! rimane uno di quelli più aderenti alla sintassi del jazz, sia pure con molte deviazioni.

Keith Jarrett – “Fort Yawuh”, 1973

Questo album contiene le uniche registrazioni dal vivo del cosiddetto “quartetto americano” di Jarrett. a volte offuscato senza motivo o meno considerato rispetto al “quartetto europeo” con Garbarek e altri musicisti nordici. In “Fort Yawuh”, Keith Jarrett è affiancato da Dewey Redman (tenore sax), Charlie Haden (basso), Paul Motian (batteria) e Danny Johnson (percussioni), il set fu registrato dal vivo al leggendario Village Vanguard di New York in 24 febbraio 1973. A scanso di equivoci, diciamo che tra i lavori con i musicisti europei e quelli americani non ci sono sostanziali differenze qualitative, ma solo interpretative e formali, in fondo è sempre Jarrett a dettare le leggi, ma questo album realizzato con il quartetto americano ha una marcia in più, almeno sotto il profilo dell’improvvisazione e la capacità di stare meglio ad un gioco teso verso un’espressività di tipo free-style e meno camerale.

Rispetto ai dischi registrati con Garbarek per ECM questo album possiede un’anima più calda, tutti i musicisti sono eccellenti improvvisatori e non hanno paura di mostrarlo. In casa Impulse! si giocava con maggiore libertà di campo e soprattutto con l’attitudine a correre qualche rischio, “Fort Yawuh” è basato più sugli assoli che non su l’nterplay, soprattutto quattro lunghe composizioni dimostrano notevole energia e ispirazione. L’usuale amore di Jarrett per le melodie e le influenze classiche nelle sue tecniche pianistiche, qui non sono così marcate e non spingono l’atmosfera free jazz verso un concertino da camera, come è accaduto spesso in molte delle sue registrazioni. Allo stesso tempo, l’album è sempre molto Jarrett: con i suoi ghirigori e le idiosincrasie classicheggianti. Dal dal vivo, però, operando molto a livello d’improvvisazione il gruppo riesce a creare un valida alternativa al cliché jarrettiano, muovendosi lateralmente verso il jazz d’avanguardia. L’atmosfera libera di “Fort Yawuh” si contrappone alle composizioni di studio troppo strutturate, incorniciate, leccate, spesso eccessivamente formali e noiose, tanto da renderlo uno dei migliori album in assoluto della lunga discografia del pianista.

L’album si apre con “(If the) Mysfits (Wear It)”, una lunga progressione di oltre 13 minuti, dove nei primi due, Jarrett delizia l’ascoltatore con un assolo di pianoforte a base di colpi rapidi e affilati sulla tastiera muovendo in verticale fino a diradarsi lentamente e far posto al sax di Redman che dapprima accarezza e poi ruggisce come un leone ferito. E’ una lunga corsa, dove piano e sassofono si alternano al comando, passandosi la staffetta, fino a toccare vette altissime soprattutto sulla scala tonale. Nella title-track, “Fort Yawuh”, si ripete lo schema precedente, con un piccola variazione, la fase iniziale sembrerebbe dire che il pezzo avrebbe avuto un svolgimento più mite e contenuto, ma è solo un’illusione; al cambio di passo, la polveriera del forte esplode, stringendo l’ascoltatore in fuoco di fila tra piano e sassofono a colpi di accordi stratificati e veloci. A seguire “De Drums”, l’unica traccia oscillante, con il doppio basso a sostegno del brillante gioco di mani quasi saltellante del pianista. Il tutto è focalizzato su un ritmo costante e consistente stabilito da una linea di basso a cinque note accentata dal pianoforte e dagli shaker, ma è l’arrivo del sassofono che porta la melodia a livelli da manuale, in un crescendo wagneriano libero da legacci e schemi imprigionanti, senza però perdere mai la quadratura. L’essenza melodica ripresa subito dal lungo assolo di Jarrett è facile ed accattivante. “De Drums” è il pezzo più riuscito descrivibile come un momento fresco ed accattivante, corroborato da un’energia palpabile, forse a causa della costruzione della linea di basso. le cui pause danno un senso di piacevole suspense. Dopo cinque minuti, c’è uno spostamento tematico che accelera il tempo, rendendo ancora più vivido il sax di Redman e tagliente la batteria di Motian. Giunti agli otto minuti si ritorna al punto di partenza e all’andamento originario, fino rotolare verso un finale “lazy bop”, quasi pigro d ironico, tanto da fare di “De Drums” la traccia di spicco nell’album. In conclusione, “Still Life, Still Life” che risulta più simile ad una ballata, l’andamento è lento, ma la libertà strutturale viene intenzionalmente salvaguardata.

I sostenitori del liberalismo d’avanguardia, qualora non lo conoscessero, troveranno in questo album di Jarrett molti elementi della sua contraddittoria genialità. Consigliatissimo!!!

Keith Jarrett -“Treasure Island”, 1974

Treasure Island”, immesso sul mercato all’inizio del 1974, fu il secondo album che il Jarrett registrò per la Impulse Records dopo “Fort Yawuh” pubblicato l’anno prima. Sul set del Generation Sound Studios di New York salirono Jarrett al piano e al sassofono soprano, Dewey Redman al tenore, il bassista Charlie Haden e il batterista Paul Motian. Di sicuro il miglior line-up di base sotto l’egida di Jarrett, anche se lo stesso pianista, forse, non condividerebbe questa affermazione, poiché nonostante le positive esperienze (a cui va aggiunto anche l’album “Death And The Flower”, pubblicato lo stesso anno), in seguito preferì altre soluzioni sonore e differenti collaboratori. Oltre al quartetto di base, il chitarrista Sam Brown contribuì alla buona riuscita di un paio di tagli, così come le percussioni aggiuntive di Guilherme Franco e Danny Johnson.

Il set prende il via con “The Rich (And the Poor)”, una melodia dal sapore etnico e ricca di sfumature africane, frutto delle tipiche sonorità che Jarrett stava esplorando all’ECM in quel periodo. “Blue Streak”, al contrario, si basa su un impianto melodico più occidentale, sviluppato dall’interazione tra Redman e Motian. L’improvvisazione di gruppo su “Fullsuvollivus” diventa più speculativa e dettagliata, viaggiando al di fuori dei soliti schemi. La title-track, con Sam Jones alla chitarra elettrica al posto di Redman, è una ballata leggera, elegante e midtempo che mette in mostra l’eccellente lavoro melodico di Jarrett, supportato da un ritmo arioso e spaziato. La band mostra i denti, operando in durezza, in “Le Mistral”, uno dei pezzi più incisivi del set con una splendida interazione tra Haden e Motian ed alcuni inserti solisti di Redman. “Angles (Without Edges)” mostra una costruzione assai coinvolgente derivata dall’antagonismo tra Redman e Jarrett, anche se la sezione ritmica cerca di spingerli entrambi all’interno dello stesso solco, Redman esce a volte dall’inquadratura e procede per vie traverse, apportando elementi di autentica unicità al pezzo. “Sister Fortune” è una traccia con sfumature quasi rock. Jarrett, condizionato probabilmente da alcuni successi del momento, scelse un formato che incorporasse un groove e un ritmo ripetitivo e circolare ed una struttura a canzone con un’improvvisazione minima.

Treasure Island” (l’isola del tesoro, titolo emblematico) segnò il passaggio a un periodo molto fertile e creativo della carriera di Jarrett, quindi si ritorna alla domanda iniziale: cosa avrebbe potuto accadere se questa band fosse stata in grado di esplorare insieme i territori del “nuovo jazz” per poco più di un paio di album, essendo dotata di suono unico e non comune?

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