Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Mingus Dynasty, ossia “Se Charlie Parker fosse un pistolero, ci sarebbero un sacco di imitatori morti”

// SOLO VINILE  By Francesco Cataldo Verrina //

La cifra stilistica di Charles Mingus fu talmente elevata, che risulta davvero difficile, se non impossibile, tentare il medesimo approccio critico e valutativo per tutti suoi album: nella sua musica esiste una sorta di perenne “mutatis mutandis”, o comunque un tentativo costante di non dare troppi punti di ancoraggio all’ascoltatore medio, ma neppure al più allenato dei critici.

L’intera opera mingusiana stupisce, desta meraviglia, a volte anche smarrimento, se non non si hanno gli enzimi adeguati a digerirne talune complessità sonore. Mingus non è omologabile e la sua grandezza si sostanzia proprio per essere stato una sorta di enclave sonora, un universo parallelo rispetto al naturale fluire degli eventi durante l’epopea aurea del jazz degli ’50 e ’60.

Per comprendere meglio questo album, bisogna fare un piccolo passo indietro. L’enorme successo di “Ah Um” con la sua struttura sonora vagamente angolare aveva collocato Charles Mingus in una dimensione semi-underground, rispetto a quella di leader da tempo universalmente accettato e acclamato nell’ambito del jazz moderno. I fervori di una certa critica e l’entusiasmo provocato da “Ah Um” adombrarono alcuni lavori successivi nei quali il contrabbassista era ritornato nel suo alveo più tradizionale ed a quello che era il suo regolare canone espressivo e metodo di lavoro, anche se appare difficile trovare elementi di regolarità o comunque similitudini marcate tra i predecessori ed i successori di ogni album di Mingus. Tutto ciò dimostra soprattutto la sua eccellenza, e forse anche la sua eccedenza, per cui un album del calibro di “Mingus Dynasty” sia stato in qualche misura trascurato, solo per essere stato una spanna inferiore al precedente “Ah Um”, ma probabilmente solo in termini commerciali e di diffusione.

Il ’59 fu uno degli anni più fecondi e seminali per il jazz, ed il contrabbassista di Nogales diede un contributo non indifferente, scandito dalla pubblicazione di alcuni capolavori registrati e pubblicati a cavallo tra il 1959 ed il 1960, quasi a sottolineare un intimo legame tra una visione costantemente innovativa della musica e la volontà di salvaguardare i valori costitutivi della tradizione afro-americana, soprattutto esercitando il ruolo dello sciamano in grado di filtrare le influenze più disparate, attraverso pozioni sonore complesse ed imprevedibili.

Mingus Dynasty” fu il secondo capitolo della discografia di Mingus per la Columbia, registrato il primo ed il 13 novembre del ’59 e pubblicato l’11 aprile del 1960, nasce da due sessioni realizzate con due line-up diversi, ma alquanto simili: durante il secondo set furono presenti due violoncellisti al posto di due ottoni. Insieme ai suoi collaboratori, quali Richmond (batteria), Knepper (trombone), Mingus arruolò i sassofonisti Handy ed Ervin e il pianista Roland Hanna. In pratica, in questo disco Mingus è il leader di due gruppi: uno composto da dieci elementi e l’altro da nove.

L’album contiene alcuni temi famosi come “Strollin”, noto anche come “Nostalgia In Times Square”, presente nella colonna sonora del film “Shadows” di John Cassavetes, un omaggio a Duke Ellingnton con “Mood Indigo”, che contiene un assolo di basso da accademia, ed al figlio Mercer con “Things Ain’t What They Used To Be”. In rilievo alcuni blues originali come “Slop”, intriso di gospel e composto per una produzione televisiva che aveva richiesto un pezzo simile a “Better Get It in Your Soul”, ma soprattutto “Gunslinging Bird” simile nella struttura, un emozionante brano up-tempo con i venti che trasportano una tempesta, il cui titolo completo è “If Charlie Parker Were a Gunslinger, There’d Be a Whole Lot of Dead Copycats”, ossia “Se Charlie Parker fosse un pistolero, ci sarebbero un sacco di imitatori morti”. Un paio di pezzi, “Far Wells, Mill Valley” e l’atonale, ma tenera e melodica “Diane”, con qualche accordo sinfonico alla Debussy, ricalcano approccio più strettamente orchestrato del lavoro fatto con “Pithecanthropus Erectus” del 1956.

Mingus Dynasty”, nonostante la sua natura schizofrenica ed irregolare dovuta alle due diverse sessioni, spicca sicuramente fra le tante produzioni del 1959, come già sottolineato, anno rivoluzionario per il jazz, dove il contributo di Mingus, anche con questo album, parla chiaro. La copertina che lo raffigura nelle dorate vesti di un imperatore cinese, a parte un pizzico di narcisismo, non usurpano alcun regno altrui, ma sottolineano la presenza, risaputa, di linee di sangue cinese nell’albero genealogico, appunto nella “Dinasty” di Mingus.

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