Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

ADORABILI OUTSIDERS DA RISCOPRIRE

// SOLO VINILE By Francesco Cataldo Verrina //

UN ALTRO SONNY, ARMATO DI SASSOFONO. / Sonny Criss, pur avendo all’attivo circa trenta album come band-leader e svariate collaborazioni, è pressoché ignorato dalle cronache ufficiali e sconosciuto alla moltitudine. Sassofonista dallo stile fluido e levigato aveva una capacità innata di comunicare ed un’abilità unica nel saper trasformare una ballata standard, un possente funky o un vecchio blues in un elemento credibile nel contesto jazz: rapido nell’articolazione, fulmineo nei cambi, estroverso nei tempi veloci.

Alfiere del bop classico, Criss fu inizialmente influenzato da Charlie Parker, ma suonando sempre con impareggiabile autorità ed esprimendo attraverso lo strumento una personalità tutta sua. Avendo trascorso gran parte della carriera nella West Coast, con una breve permanenza a Parigi negli anni ’70, per questo ed altri motivi, non ottenne mai quei riconoscimenti che avrebbe meritato al pari delle controparti della East Coast, come Sonny Stitt, Cannonball Adderley ed altri.

Morto a soli cinquant’anni, Criss fu essenzialmente noto, soprattutto ai cultori ed ai media locali, come leader di un piccolo gruppo, mantenendo questo ruolo per tutta la sua carriera, sebbene produsse numerosi album pubblicati dalla Prestige; mentre gradualmente si era fatto una discreta reputazione come specialista nei dintorni di Los Angeles, non ebbe mai l’opportunità di lavorare lontano dall’ambito californiano, se non per qualche breve transito in Europa.

Il suo stile, al netto delle influenze e dei riferimenti, fu subito maturo e caratterizzato, facilmente individuabile da chi lo amava, lo conosceva e lo seguiva, foriero di un tono caldo, ricco di sfumature e con un vibrato molto accentuato. Era capace di interpretare esecuzioni di ogni genere, dal pop ai vecchi classici melodici, con grazia e disinvoltura, senza mai ostentare sicurezza.

Talvolta la sua vena ironica e la scelta di un certo repertorio improbabile per molti, dava l’idea che si volesse burlare della seriosità della sintassi del jazz e dei sui principali fautori. Al contrario, conosceva benissimo la materia essendo un eccellente musicista, a cui la storia ha riservato un ruolo marginale, ma ingiustamente. La ricca discografia dell’altoista californiano smentisce ogni incauto detrattore o qualsiasi distratto appassionato di bebop. Ascoltare per credere!

J.R. MONTEROSE, GENIO O MILLANTATORE? / J.R. Monterose, il cui vero nome era Frank Anthony Peter Vincent Monterose Jr., ha sempre inseguito un sogno, riuscire ad essere originale ed avere un suono ed un marchio distintivo. Fu proprio questa insostenibile insistenza a percorrere la sua strada, sia musicalmente che geograficamente, che portò lo storico del jazz David Brent Johnson a definire Monterose come “Il miglior tenore che non hai mai sentito, ma che forse dovresti sentire”.

Ciononostante, Monterose non negò mai di essere stato influenzato da Stan Getz, Sonny Rollins e John Coltrane, ma rifiutava con fermezza di essere incasellato in uno stile particolare. Questo il suo eterno cruccio: “Ho provato per tutta la vita a evitare di copiare. Se non posso essere me stesso, non ha senso fare del jazz”.

Dal canto suo, riteneva di essere un artista underground, ma il lavoro di questo singolare sassofonista, sia come musicista che come compositore, viene considerato da molti colleghi, critici e appassionati indissolubilmente legato al jazz classico. Aveva iniziato a studiare clarinetto a tredici anni, ma era in massima parte autodidatta con il sassofono tenore, che decise di suonare a quindici anni dopo aver ascoltato il solista della band di Glenn Miller, Tex Beneke, ma come ebbe modo di dichiarare al critico Leonard Feather: “Ho trovato l’ispirazione armonica nei pianisti come Bud Powell”. Armonicamente, Monterose citò Bud Powell, che, a suo dire, gli avrebbe dato un’affinità passeggera con il sassofonista contralto Jackie McLean): i suoi assoli sono vortici dai contorni dispari ed enfatici che sembrano direttamente collegati a fluttuazioni pianistiche; non mancano gli echi di Chu Berry e Coleman Hawkins nel suo tono massiccio o in certe cadenze riferibili anche a Sonny Rollins. Eppure la sua influenza risiede maggiormente nei pianisti.

Dopo un periodo di formazione, capì che era inutile copiare i suoi illustri contemporanei. Di conseguenza, gli assoli di Monterose erano sempre suoi o comunque assai personalizzati. E lui dice: “Perché non suonare la tua musica se sei un jazzista? Il jazz dovrebbe essere auto-espressione. Devi avere la necessità di dire qualcosa con il tuo strumento, per farla uscire allo scoperto. Se non puoi essere te stesso, non ha senso”.

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