Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“BACK TO THE TRACKS” DI TINA BROOKS, IL GENIO NASCOSTO

// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina //

La storia e le cronache del jazz hanno celebrato ed esaltato personaggi meno dotati e capaci. Tina Brooks è stato un magnifico talento, morto prematuramente a soli 42 anni per insufficienza epatica, dovuta al massiccio uso di stupefacenti. Dal 1961 in poi la dipendenza dall’eroina lo aveva reso quasi incapace di esibirsi e di registrare.

Eppure, era stato un improvvisatore straordinario, dotato di un tempismo unico, ma al contempo sensibile ed in grado di intessere con il suo sax arazzi sonori intricati e complessi. Il suo lirismo, la concretezze delle idee e la carica interiore erano sbalorditive. Lo stile lungimirante di Tina Brooks, insieme ai suoi eccezionali doni compositivi, lo resero una forza potente, ma solo per pochi anni. La sua luminosa stella bruciò intensamente per un breve periodo, prima di spegnersi nello stesso tragico modo di quella di molti altri giovani promesse di quel periodo.

“Back To The Tracks” contrassegna in maniera appropriata le modalità operative di Tina Brooks durante le sessioni Blue Note del 1960; ne fotografa perfettamente lo stile e gli intenti. Le registrazioni, purtroppo, rimasero inedite fino a quando la Mosaic non lo mise in commercio nel 1985. Una di quelle vicende così tristi ed assurde, molto comuni nella storia della Blue Note, ossia l’aver tenuto nascosti e occultati per anni tanti piccoli capolavori.

L’album fu pubblicato per la prima volta in Giappone, facendo capolino negli Stati Uniti solo alcuni anni più tardi in versione stereofonica. Il sax tenore di Tina trovò un efficace sponda nel sax contralto di Jackie McLean, nella tromba di Blue Mitchell, nel pianoforte di Kenny Drew, nel basso di Paul Chambers e nella batteria di Art Taylor, alle prese con brani come “Back to the Tracks”, “Street Singer” e “The Blues and I”, tutte composizioni originali di Brooks, insieme ad altre partiture standard che completano la tracklist. Il disco viaggia sui classici binari hard-bop. Tre dei cinque brani seguono uno schema ben preciso: tema, assolo di sax, assolo di tromba, piano solo, ripresa del tema. Anche se la ballata “For Heaven’s Sake” si apre con il pianoforte di Kenny Drew, è sempre Brooks a gestire l’impianto melodico.

Per un paradosso, il fatto che molti di questi musicisti, a rotazione, fossero troppo presenti nei vari set della Blue Note, potrebbe aver contribuito alla decisione di accantonare il progetto per non inflazionare il mercato. Un’interessante opera “persa” (e ritrovata) di un musicista che ha registrato e vissuto per un periodo troppo breve (nato nel 1932, Brooks morì nel 1974). La decisione di accantonarlo potrebbe essere stata dettata anche dal fatto che l’album si basava su passaggi semplici e ripetitivi rispetto a quelli più complessi e strutturati che Brooks aveva sviluppato in “True Blue”, album di debutto con Blue Note nel 1960.

Nella maggior parte dei pezzi di “Back To The Tracks” Brooks esprime un suono leggero e giocoso, il tono è rotondo e lineare nel percorso circonvolutivo, evitando picchi molto affilati e angoli troppo taglienti. Qui le asprezze di marca R&B, tipiche di “True Blue”, cedono il passo a climi più rilassati e pieni di sentimento, specialmente in “Street Singer” e “For Heaven’s Sake”, Brooks svela un profondo timbro da crooner del sax. Il trombettista Blue Mitchell, segue in gran parte la linea guida di Brooks, modellando fraseggi luminosi, che riecheggiano gli stati d’animo del sassofonista. L’affidabile Drew al piano esercita un tocco leggero ma sicuro nel buttare fuori assoli veloci e zampillanti. Il suo assolo in “For Heaven’s Sake” utilizza sovrapposizioni classicheggianti, producendo un effetto struggente di fronte al basso di Paul Chambers. All’eccellente Chambers è concesso un posto al sole vicino alla chiusura di “Street Singer”, un motivo che trasforma con linee piacevoli e avvolgenti. Il batterista Art Taylor non emerge mai dalle retrovie, ma il suo apporto percussivo è solido ed arriva con un attacco deciso, quasi esotico, in “The Ruby And The Pearl”. La dinamica di gruppo e la collegialità risultano solide per tutta la durata dell’album. E’ quasi possibile sentire l’odore del fumo che evapora da una sigaretta abbandonata in un posacenere al Van Gelder Studio. Correva l’anno di grazia 1960 e questa era la musica di un giovane sassofonista di grande talento e di belle speranza che soffiava baldanzoso con tutte le premesse per un futuro radioso, ma il destino decise diversamente per lui, scrivendo una storia penosa ed inattesa.

Tina Brooks ha realizzato solo 4 album come band-leader, uno in comproprietà con Jackie Mclean, di cui tre sono usciti postumi, ma ce n’è abbastanza per capire, che se la fortuna non gli avesse voltato le spalle, sarebbe diventato uno dei personaggi più rappresentativi del jazz moderno. Come sideman regsitrò per la Blue Note con Kenny Burrell, Freddie Hubbard, Jackie McLean, Freddie Redd e Jimmy Smith. Trascorse l’ultimo decennio della sua vita cercando di trovare la via del ritorno, ma invano. Brooks resta comunque uno dei più brillanti, ma al contempo sottovalutati, sassofonisti della storia del jazz acustico.

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