Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Buddy Tate featuring Milt Buckner…il buono, il brutto e il cattivo.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Nella sconfinata galassia del jazz sono molti i dischi scomparsi dai radar, ma il fenomeno non sempre è legato al contenuto artistico o al valore degli artisti. In un determinato periodo della storia si restringeva volentieri il campo ai soliti noti, spesso semplicemente più fortunati, o agli sperimentatori d’avanguardia; ciò offriva un senso di sicurezza e maggiore terreno di discussione, soprattutto a chi i dischi doveva venderli, oggi si parlerebbe di marketing, ma anche a chi quegli album doveva descriverli, cercando di essere il più accattivante ed interessante possibile, al fine di incrementare le tirature dei giornali e delle riviste. Così, molto materiale rimaneva inevaso o comunque tendeva ad essere occultato per mancanza di divulgazione o diffusione, in Italia specialmente. Enrico Cogno nel suo saggio, “Jazz Inchiesta”, si domanda: “Chi è il critico italiano di jazz? Un giornalista reduce dal Cantagiro? Un musicista fallito? Un esaltatore di avanguardie per credo politico o un conservatore per inadeguatezza culturale?”

Esiste anche una musica più d’intrattenimento, non necessariamente un jazz barricadero e da trincea, ma suonato a regola d’arte. Noi oggi, non possiamo che constatare quanto accaduto 50 o 60 anni fa e non siamo condizionati dal fatto che un artista fosse più impegnato di un altro, questo è un retaggio culturale che riguarda più il provincialismo politico-italico post-sessantottino o l’etnocentrismo bianco del rock che non il jazz, dove gli elementi di rottura hanno portato spesso allo sfaldamento della tradizione e all’alterazione della vera sintassi della musica afro-americana. E’ probabile che nel jazz debbano ancora essere scoperti i veri fenomeni, o meglio inquadrati, e i dischi più interessanti, o meglio catalogati. Ciò che si legge in genere è molto ad usum delphini, poiché più facile far vendere e caldeggiare artisti celebri e dischi famosi e già acquisiti agli atti, che non tentare vie d’indagine differenti

Il 7 dicembre 1967, Buddy Tate, Milt Buckner e Wallace Bishop, registrarono a Parigi per l’etichetta “Black and Blue”, completando così ai massimi livelli una collaborazione nata durante un tour europeo. L’album è una gioiosa, sia pur breve Odissea, dove imprevisto ed improvvisazione in studio, resero la performance dei tre musicisti ancora più avvincente. Non è un disco rivoluzionario, tutt’altro, è l’esaltazione dal mainstream, un viaggio nel jazz tradizionale ricco di emozioni, pieno di citazioni e di buon umore, eseguito con maestria da musicisti dal temperamento generoso, soprattutto l’abbondante ispirazione sembra mantenere misteriose corrispondenze con chiunque dal bop non si aspetta compiti difficili da sbrogliare e vie impervie da battere.

Milt Buckner, musicista ed arrangiatore geniale, aveva per lungo tempo studiato e suonato il pianoforte, quindi spesso colpiva i tasti dell’organo con decisione e intensità, tanto da conferire all’organo un suono del tutto personale. Soprattutto, Milt Buckner fu il creatore della tecnica “block chords” (o “locked hand”) ripresa in seguito da molti altri pianisti come Oscar Peterson. Questa tecnica produceva riff molto decisi e travolgenti, aggiungendo dinamismo e ritmo al tema sviluppato. Si narra che Milt Buckner si fosse prodigato a sviluppare un diverso modo di suonare, poiché avrebbe avuto (ma è forse una leggenda) le mani troppo piccole, per cui si sarebbe trovato in difficoltà ad eseguire il brano per intervalli di decima sulla tastiera. Gli “accordi di blocco” mettevano in luce la melodia e il ritmo a detrimento dei virtuosismi inutili, collegando istantaneamente il musicista al pubblico, soprattutto a livello emotivo, facendolo sognare o ballare.

Dal 1941, per lungo tempo, Milt aveva fatto parte, come pianista, della Lionel Hampton Big Band, scrivendo la maggior parte degli arrangiamenti dei pezzi più conosciuti di Lionel Hampton come “Hamp di Boogie Woogie” e “Million Dollar Smile”. Era solito dire, con ironia: “Hamp prendeva i soldi, io gli applausi”.

George Holmes “Buddy” Tate, dapprima altoista poi sassofonista tenore, ma non disdegnava neppure il clarinetto, aveva a lungo militato nella big band di Count Basie, il suo stile legato alla tradizione, distillava un sound morbido, elegante e levigato, ma senza cedimenti strutturali, soprattutto decisione e potenza erano la caratteristica del suo soffio magico.

Wallace Bishop, classe 1906, era fra coloro che avevano vissuto due epoche molto differenti del jazz, a cavallo tra il prima ed il dopo bebop. Vecchio marpione della batteria aveva suonato, in epoche differenti con personaggi del calibro di Earl Hines e Coleman Hakwins, Bishop era soprattutto uomo di esperienza e comprimario per statuto naturale, un signore della batteria, capace di stare dietro le quinte con garbo e professionalità.

In un momento in cui il cultore dilettante del jazz ed il neofita rischiava di rimanere intrappolato nei labirinti della “Nuova Cosa” e gli spasmi della fusion, l’equilibrio, la potenza e la bellezza di questo disco, conferiscono già una medaglia sul campo a Tate, Buckner e Bishop, i quali dimostrarono come il jazz potesse ancora espandere il suo pubblico mantenendo una connotazione di musica da ballo, legata al puro divertimento ed al tempo libero, o comunque disimpegnata, nel senso di arte popolare.

Il trio, sassofono, organo e batteria esprime un piacevolissimo jazz a tinte soul, dove l’elemento melodico stabilizzato supera le fughe improvvisative e ghirigori virtuosistici. Caratterizzante e vitale nel disco risulta il vocalizzo di Milt Buckner, particolarmente evidente in alcuni punti, che aggiunge una buona dose di swing ai brani, in particolare “Mack The knife”, “Stompin’ At Savoy” e “Too Heavy Blues”, tutti sulla facciata B dell’album; la prima facciata ha un andamento più felpato e si srotola su tre ballate, “When I’m Blue”, “You’ve Changed” e “Day By Day”, dove il suono dell’organo crea quasi un’atmosfera claustrale e arcana, tagliata dal vibrante sassofono di Buddy Tate, che ricama arazzi melodici come Lester Young, ma con la potenza di Coleman Hawkins.

Copertina prima edizione, 1967

Nonostante questo album, come tanti, si sia poi smarrito nel mare magnum dell’iperpoduzione di quegli anni, la positiva reazione del pubblico superò ogni rosea previsione, soprattutto perché nato per gioco da un progetto partito da zero, con un piccolo ensemble che dimostrò forte unità e perfetta collegialità d’intenti.

Assai lontane e poco conciliabili in apparenza le personalità dei due solisti, il cui contrasto generò valore aggiunto partendo dal modus operandi brillante e loquace di Milt Buckner all’organo, quasi in antitesi con il tranquillo e profondo lirismo Buddy Tate al sax. Wallace Bishop, alla batteria, fu sotto tutti gli aspetti il “terzo uomo” ideale, soprattutto sensibile, capace di ascoltare ma anche di svanire al momento opportuno, per non intaccare o oscurare troppo la naturale autorità dei due titolari dell’impresa.

La sessione di registrazione si svolse con le modalità di un concerto: tutto in un pomeriggio con la scelta dei temi diversi da quelli suonati durante il tour, quindi non provati e quasi arrangiati in presa diretta, mantenendo tutto il calore, l’ardore, ma anche tutto il raccoglimento e l’interpretazione di un live. Dopo un ripetuto ascolto non ci si può che arrendere piacevolmente di fronte a tanta ispirazione. Se trovate una copia di questo disco, consideratevi dei privilegiati. La splendida versione di “Mack The Kinife”, da sola, vale il prezzo della corsa.

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