Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Le molteplici genialità di Charles Mingus.

// SOLO VINILE By Francesco Cataldo Verrina //

Charlie Mingus – Blues & Roots, 1960

Dopo aver tentato soluzioni musicali più complesse e cervellotiche, giocando costantemente sul filo dello sperimentalismo e dell’imprevedibilità, nel 1960, Charles Mingus fece una sorta di passo indietro, ritornando alle più antiche fonti primarie di energia e di espressione musicale nera, come il blues, il gospel e il vecchio stile New Orleans.

“Blues and Roots”, pur non essendo un album giocato sul classico eclettismo mingusiano, si colloca tra i momenti più riusciti della sua variegata discografia. Partendo da forme semplici e più tradizionali, Mingus aumenta la complessità della musica, assemblando una band di nove elementi e organizzando più linee da suonare contemporaneamente, con una tecnica d’ingaggio non dissimile a quella dei vecchi ensemble di Dixieland, ma con una forza espressiva ed un sapore profondamente moderno.

Gli album di Mingus non avevano lasciano mai indifferenti i critici. Citando Umberto Eco, erano sempre divisi tra “apocalittici e integrati”; spesso, guardandosi in cagnesco, si erano posizionati su due sponde, gli uni contro gli altri armati. Da una parte i guardiani autoproclamati del jazz classico, i quali sovente accoglievano l’innovazione con disgusto reazionario; dall’altra coloro che gridavano al miracolo, dopo ogni pubblicazione dell’ombroso contrabassista. “Blues e Roots”, fu una sorta di compromesso, acquietando gli animi più riottosi e trovando un punto di equilibrio tra innovazione e tradizione, soprattutto facendo emergere le conoscenze di Mingus legate al passato. Si potrebbe definire “Blues & Roots” un disco meno di “testa”, ma fisico e corporale, come se Mingus cercasse un contatto carnale con la musica, ma sospinto da una forte componente spirituale. Ci sono momenti in cui la musica è esplicitamente basata sul Vangelo, come il classico rivoluzionario “Wednesday Night Prayer Meeting”; l’intero album viene eseguito con un fervore eccentrico che ammanta e disperde sia l’esuberante muscolatura swing che il languido e lento sangue blues.

Il titolo non è casuale: è proprio il blues a dare maggiore risalto al sentimento dell’album, a parte il già citato “Wednesday Night Prayer Meeting”, spicca il tributo a Jelly Roll Morton con “My Jelly Roll Soul”; “E’s Flat Ah’s Flat Too” e “Moanin” sono da manuale.

Le cronache narrano che Mingus concesse molto spazio ai solisti, creando una sorta di porto franco a livello creativo, e ciò contribuì effettivamente a dare alle esibizioni il giusto feeling, grazie alla libertà espressiva. La formazione comprende, a Parte Charles Mingus al contrabasso, John Handy e Jackie McLean al contralto, Booker Ervin al tenore, Pepper Adams al baritono, Jimmy Knepper e Willie Dennis ai tromboni, Horace Parlan o Mal Waldron al piano e Dannie Richmond alla batteria. “Blues and Roots”, grazie a questo manipolo di infuocati ed energici solisti, si candida ad essere l’album forse il più profondo e trascinante della discografia di Mingus.

Charles Mingus – “Let My Children Hear Music”, 1972

In genere vengono segnalati come più importanti gli album che Mingus ha registrato con delle combo di pochi elementi, rispetto a quando a cercato di espandere il messaggio sonoro, attraverso orchestrazioni più complesse e con più elementi. “Let My Children Hear Music” è considerato dai più informati ed esperti come un piccolo gioiello nella ricca e frastagliata discografia del contrabassista, tanto da elevarlo al rango di un Duke Ellingnton, soprattutto per via della complessità delle partiture, degli arrangiamenti e delle orchestrazioni contenute nel disco.

Che fosse convinto della validità di questo suo progetto, lo si intuisce dal ringraziamento fatto al produttore della Columbia Teo Macero “per i suoi instancabili sforzi nel produrre il miglior album che abbia io mai realizzato”, scrisse Mingus. Dal suo letto di morte in Messico, nel 1979, Mingus mandò anche un messaggio a Sy Johnson (che era stato responsabile di molti degli arrangiamenti dell’album), sostenendo che “Let My Children Hear Music” fosse il disco che gli piaceva di più, tra quelli realizzati durante tutto l’arco dalla sua carriera. In effetti, dopo un attenta analisi, ci si rende conto che questo disco si colloca di diritto ai vertici dell’opera mingusiana e si confronta positivamente e senza complessi con le più belle registrazioni jazz delle grandi orchestre. Già all’abbrivio si resta incantati, intanto dal titolo, “The Shoes of the Fisherman’s Wife Are Some Jiveass Slippers”, ossia “Le scarpe della moglie del pescatore sono uguali alle pantofole di Jiveass”, che alterna un piacevole ondeggiamento swing ad una bella melodia arricchita da numerosi strumenti. Registrato in più sessioni tra settembre e novembre del 1971 con varie formazioni orchestrali, l’album fu pubblicato nel 1972, ma l’idea nasceva da molto lontano. Mingus aveva composto i vari pezzi negli anni, uno addirittura nel 1939, qualcuno era stato abbozzato in maniera semplice durante i concerti, ma con un numero esiguo di musicisti, mentre questa fu la prima occasione per registrarli con una grande orchestra. Tuttavia, anche a causa del carattere di Mingus, che non accettava compromessi ci furono delle difficoltà, durante la registrazione i tempi si allungarono e questo generò problemi contrattuali, per cui l’opera si avvalse di arrangiatori e musicisti diversi per completare alcune parti, a cui si aggiunse un lavoro di post-produzione effettuato da Teo Macero, il quale si prese qualche libertà eccessiva, come era accaduto anche con taluni dischi di Miles Davis alla Columbia. Oggi il rimaneggiamento in studio appare quantomai normale e di routine, all’epoca veniva visto come una sorta di violazione della creatività dell’autore.

Per fortuna, da ascoltatore si dimenticano immediatamente tutti i cavilli, appena la puntina comincia a scivolare fra i solchi. Oltre alla già citata “The Shoes of the Fisherman’s Wife Are Some Jiveass Slippers”, si viene avviluppati dalle vorticose profondità di “The I of Hurricane Sue”. Ogni pezzo ha i suoi punti di forza, ma una menzione speciale la merita “Adagio Ma Non Troppo”, basato interamente su un’improvvisazione pianistica fatta da Mingus nel 1964 e pubblicata su “Mingus Plays Piano”. La sua struttura estremamente logica che contrasta con la natura giocosa e la bellezza cristallina degli arrangiamenti la rendono una composizione molto raffinata; il fatto che sia scaturita da un’improvvisazione rende il tutto quasi surreale. “Hobo Ho” di Holy Roller, grazie al focoso sax tenore di James Moody, raggiunge momenti di liricità altissimi. “Let My Children Hear Music” è un’opera imponente, soprattutto imperdibile per qualsiasi appassionato del jazz che si rispetti.

Charles Mingus – “Moves”, 1973

Tutti i dischi di Charles Mingus vanno considerati come i tanti capitoli di un libro, un racconto che abbraccia una lunga storia fatta di unicità. “Moves” del 1973 segnò il ritorno all’Atlantic del contrabassista seguito da un eccellente gruppo di gregari: il trombettista Ronald Hampton, il sassofonista George Adams, il pianista Don Pullen e l’inseparabile batterista Dannie Richmond, fedelissimo di lunga data. Mingus sapeva chiaramente di avere a bordo alcuni uomini di talento e invece di solcare il mare magnum di quei lunghi pezzi che aveva spesso esplorato nei suoi “laboratori jazz”, optò per sette brani di medio taglio: solo tre dei pezzi sono di Mingus, ma tutta lo sviluppo musicale è fortemente influenzata dal suo stile ricercato e imprevedibile; gli altri quattro brani furono scritti da George Adams, Don Pullen, Doug Hammond e Sy Johnson. Considerando che gli anni ’70 furono un periodo assai problematico per il jazz mainstream, l’integrità e l’intelligenza creativa che si possono evincere da questa session, non solo sottolineano la coerenza e la genialità di Mingus, ma l’ascoltatore si trova alle prese con un ennesimo capolavoro. Mentre molti grandi del jazz erano spariti, “Moves” si dimostra anche profetico. Il batterista Dannie Richmond, il tenore George Adams ed il pianista Don Pullen, in seguito dimostreranno di essere avanti rispetto ai loro tempi, si pensi alla forza incendiaria del gruppo Pullen-Adams, i cui semi piantati in questa session furono a lungo coltivati fino agli anni ’80.

Tra i punti salienti dell’album meritano una particolare menzione, “Wee”, un’escursione di nove minuti, dove Adams esplora il registro superiore del tenore con una forza lirica ed un vigoroso pathos. Al contrario, per quanto intenso possa risultare il suo lavoro sul sax tenore, il tocco sul flauto esprime delicatezza e bellezza, “Newcomer” scritta da Pullen ne è un esempio lampante. Ed è proprio il pianista Don Pullen con le sue note stropicciate a mettere il marchio di fabbrica sulle composizioni di Mingus, “Flowers For a Lady” e “Opus 3”. Superlativa la title-track con le voci di Honi Gordon e Doug Hammond, le quali creano un’atmosfera arcana ed avvolgente. “Moves” è un album da aggiunge alla vostra collezione, soprattutto per avere una visione sempre più completa dell’opera mingusiana.

Visite: 131
   Invia l\'articolo in formato PDF