Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

SASSOFONI IN LIBERA USCITA…

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Stanley Turrentine – “Z.T.’s Blues”, 1961/1985: “Z.T.’s Blues” è un “misterioso” album di Stanley Turrentine, registrato il 13 settembre del 1961 al “Rudy Van Gelder Studio” di Englewood Cliffs nel New Jersey, ma dopo una pubblicazione a tiratura limitata, sparì subito dalla circolazione. Stanley Turrentine, al sassofono tenore, si avvale della collaborazione di una band all-star con Grant Green alla chitarra, Tommy Flanagan al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso ed Arthur Taylor alla batteria.

Green e Turrentine realizzarono pochi album insieme, ma la combinazione far i due fu quasi naturale, entrambi maestri di jazz a tinte soul. Per gran parte degli anni ’50. Green era stato in attività, nella sua città natale, St. Louis, con Jimmy Forrest, un sassofonista con cui Turrentine aveva molto in comune. Paradossalmente, negli anni ’70, Turrentine collaborò con George Benson, chitarrista profondamente influenzato da Green. Ma a parte i due album per la Blue Note, le opportunità di suonare insieme furono poche e lontane nel tempo. Il fatto che questa sessione compaia per la prima volta ufficialmente più di ventitré anni dopo la sua registrazione, ha anche a che fare con certe situazioni lavorative e con la confusione che regnava fra le varie etichette in quegli anni, che cercavano di accaparrarsi i vari talenti disponibili sulla piazza, ma spesso la convivenza diventava difficile per motivi di esclusiva contrattuale.

Non va tralasciato per esempio il fatto che Stanley Turrentine presto spostò i suoi interessi verso una specie di jazz-pop-funk, molto smooth, soprattutto nel periodo delle registrazioni per la Fantasy e la Elektra. Grant Green, dal canto suo, ebbe un buon successo all’inizio degli anni ’70 interpretando un repertorio più in sintonia con il R & B. Eppure vantava ottime credenziali jazz. Se Green non avesse mai registrato come leader, il suo contributo come sideman Blue Note negli anni ’60 sarebbe stato sufficiente a renderlo uno dei più grandi chitarristi della storia del jazz. Così come il lavoro Turrentine ed il suo tocco particolarissimo lo iscrivono di diritto all’albo d’oro dei grandi tenori del jazz. Ma in molte circostanze furono proprio le varie etichette discografiche a non saper valorizzare appieno artisti di questo calibro.

“Z.I. Blues” è un concentrato di jazz swingante distillato da cinque eccellenti musicisti senza una traccia di finzione o artificio. Il pianista Tommy Flanagan non era un frequentatore delle session Blue Note, ma il suo swing scolpito su tutti i solchi del disco sembra perfettamente in linea con ciò che il progetto richiedeva. Negli ultimi dieci anni, Flanagan si concentrò molto nella costruzione della propria carriera come solista, ma sarà sempre ricordato come uno dei più celebrati pianisti gregari della storia. Paul Chambers è stato sicuramente il miglior bassista della sua generazione. La sua apparizione in qualsiasi sezione ritmica era l’equivalente del “Buono sigillo di qualità della casa”. Chambers, la cui attiva carriera musicale durò solo una quindicina d’anni, sarà probabilmente ricordato per i suoi assoli brillanti (specialmente per il suo arco), soprattutto la capacità di portare tempo come pochi e la sua perfetta intonazione ispireranno generazioni di giovani solisti. Art Taylor ha trascorso più di venti anni in Europa, ma durante gli anni ’50 e ’60 fu il freelance più attivo a New York e dintorni. Taylor era così impegnato a lavorare per la Blue Note e la Prestige, che aveva una sua batteria personale fissa nello studio di Rudy Van Gelder. In questa sessione la sua estensione ritmica conferisce all’album potenza e dinamismo.

Tra i pezzi più caratterizzati dell’album si segnala “The Way You Look Tonight”, un tipico hard-bop lanciato ad alta velocità, ma mai fuori controllo. Il suono emesso dal mantice di Stanley è potente ed evidenzia un costante fluire di idee e un lavoro assai creativo sulla componente melodica. Quel flusso d’improvvisazione a lungo termine che Lester Young chiamerebbe “raccontando una storia”, e Stanley è davvero molto eloquente in questa circostanza; “More Than You Know” è l’unica ballata del set, ma vale da sola il prezzo della corsa. Turrentine supera se stesso, elegante e disteso nel tono, quasi lirico, si caratterizza anche come abile maestro di pietanze cotte a fuoco lento. Una spanna inferiori, ma molto piacevoli e distintive per perfezione esecutiva, “For Heaven’s Sake” e “I Wish I Knew” brillanti quanto basta e senza eccessivi trattamenti estetici sulla melodia. “Z.I. Blues”, nel complesso è un album godibilissimo dal primo all’ultimo microsolco, immediato e fruibile, senza eccessi e fughe dalla realtà. E’ stato un bene che qualcuno lo abbia riportato in auge nel 1985. Oggi potrebbe essere un valore aggiunto per la vostra collezione jazz.

Sonny Red Quartet, Quintet & Sextet – “Breezing / A Story Tale / The Mode / Images”,1961:“Breezing” di Sonny Red, pubblicato dalla Jazzland Records nell’aprile del 1961, fu registrato il 3 novembre 1960 al Plaza Sound Studio di New York City. Sicuramente uno di quegli album da rispolverare e mettere sul giradischi. Sonny Red valido altoista si avvale della collaborazione di Blue Mitchell alla tromba (brani: A1, A3, B1 e B2), Yusef Lateef al sassofono tenore (brani: A1, A3, B1 e B2); Barry Harris al pianoforte, Bob Cranshaw al contrabbasso ed Albert Heath alla batteria. Il disco propone otto tagli medi, di cui quattro sono composizioni originali, giocando su un regolarissimo hard-bop molto soulful.

In apertura “Brother B”, un bop metropolitano con linee funkoidi imperniato sull’ottimo scambio tra i sue sassofoni e la tromba che fa da pungolo; a seguire “All I Do Is Dream of You”, uno standard dal sapore retrò, dove il sax di Red ricorda vagamente Lester Young, con il pianoforte di Barry Harris che condivide la scena, facendo da contraltare; “The New Blues” è un hard-bop dal ritmo sostenuto, dove il sassofono di Red, incalzato dalla tromba di Blue Mitchell, spazia molto sul registro più alto, sostenuto dalla retroguardia ritmica che non perde un colpo; “Ditty”, chiude la prima facciata facendo ancora un passo indietro, ricreando un’atmosfera quasi proto-bop, con il sax del protagonista che ricama moltissime variazioni melodiche, riprese puntualmente dal piano, che rilancia offrendo nuovi stimoli e suggestioni.

La B Side si apre con “Teef” dall’incedere funkoide, dove contralto, tenore e tromba si alternano quasi un una sorta di svagata competizione; “Breezing”, la title -track è un furente hard-bop, dove i tre fiati di prima linea esplodono all’unisono, per poi distanziarsi ed offrire ai sodali spunti per variazioni sulla melodia, tutto l’ensemble preme sul tempo in n crescendo senza tregua; “A Handful of Stars” è una morbida ballata dal sangue blues, dove riaffiora nuovamente il fantasma di Lester Young, mentre il piano intesse le lodi di una struggente melodia. “Breezing” di Sonny Red, un album piacevole, facile ed immediato, consigliato soprattutto ai neoifiti. Un’occasione per conoscere un altro Sonny del jazz!

Eddie Harris – “Smokin”, 1970: Uscito nel 1970 per la Janus Records, “Smokin” di Eddie Harris è uno di quei dischi sorprendenti, uno dei tanti lavori dispersi nel mare magnum dell’iperproduzione jazz di quegli anni; non a caso esistono poche informazioni e dettagli in proposito. Per contenuto e sonorità, tutto lascia intendere che la session di registrazione sia stata realizzata qualche anno prima, approssimativamente intorno alla fine degli anni ’60.

Eddie Harris, chi è costui? Carneade! Potrebbe dire qualcuno. Sassofonista tenore di talento con oltre 50 album all’attivo come band-leader, ma sconosciuto alla massa. Harris suonava con disinvoltura anche il piano elettrico e l’organo. Le sue composizioni più famose sono “Freedom Jazz Dance”, registrato e reso popolare da Miles Davis nel 1966, e “Listen Here.” In riferimento a “Smokin” parliamo di un ottimo hard-bop, già in fase di decomposizione post-bop, con qualche contaminazione esotica e piccoli accenni fusion, dove il sax del protagonista condivide spesso la scena con i gregari e non è mai dominante, anzi spesso è soggiogato da un efficace vibrafono che gioca da protagonista e da una sezione ritmica che non smette mai di pulsare e di offrire sostegno dalle retrovie.

L’album si sviluppa su otto tagli medi, di cui cinque sono a firma del titolare dell’impresa. In merito alla durata dei singoli brani, si fa eccezione per “Sounds At The Archway” che si srotola per oltre 10 minuti, caratterizzandosi come il punto cardine dell’album; la traccia è configurata come un’interminabile suite, dove percussioni e vibrafono effettuano una lunga maratona introduttiva con un gusto “viaggevole” ed esplorativo, quasi documentaristico, prima di liberare il sassofono dalle catene; il momento più trascinante dell’album è senza dubbio “Indonesia”, con ritmiche, essenze sonore ed armonici profumi d’oriente. L’intrigante e scanzonata versione di “The Golden Striker” e la conclusiva “Ed’s Blues” valgono davvero il prezzo della corsa. Consigliatissimo!

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