Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

DON BYAS, SEMPLICEMENTE UN GRANDE.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Nonostante il suo legame con il bebop, Byas rimase sempre profondamente radicato nei suoni dello swing classico, divenendo un anello di congiunzione fra la vecchia guardia legata alle big band e le combo leggere post-belliche. Iniziò ad emulare Coleman Hawkins, soprattutto le sue capacità trasformative e di adattamento alla nuova scena jazz; per contro fu molto amato dal più giovane Sonny Rollins, almeno nella sua prima fase costruttiva.

Byas ebbe come unico riferimento lo stile di Art Tatum, considerato la sua maggiore influenza: “Non ho uno stile, soffio come l’arte”, diceva. Abile sassofonista capace di esprimere un suo stile, un avanzato senso dell’armonia, possedeva una disinvolta sicurezza e scioltezza sullo strumento, a volte era avventuroso e sfrontato, altre drammatico con un profondo pathos, in ogni caso, inequivocabilmente ed immediatamente riconoscibile. Un forte senso lirico ed un romanticismo profondamente sentito, unito ad un brillante uso della dinamica e del timbro, consentivano al suo strumento di emanare sia un morbido calore che un pungente fraseggio ritmico tipico delle fulminee terzine del bop. Charlie Parker diceva di lui: “Byas era in grado di suonare, tutto ciò che c’era da suonare”.

A volte le sue note gocciolavano di sentimentalismo, soprattutto nelle ballate si attardava con un fare languido e sinuoso, ma un innato senso del swing rendeva le sue improvvisazioni uniche. Pur essendo stato uno più massimi sassofonisti tenori, la decisione di trasferirsi definitivamente in Europa nel 1946 lo portò a essere sottovalutato nei libri di storia del jazz. La sua conoscenza degli accordi, ma soprattutto l’impostazione sonora rivaleggiava con quella Coleman Hawkins: molte le similitudini nel timbro, nel tono e nel vibrato. Si potrebbe affermare che Don Byas stesse a Coleman Hawkins, come Sonny Sttt a Charlie Parker, non dei cloni, ma delle vere estensioni. Quando i musicisti americani erano in tournée in Europa chiedevano sempre a Byas di unirsi a loro: memorabili le esibizioni con Duke Ellington, Bud Powell, Kenny Clarke, Dizzy Gillespie, Coleman Hawkins, Stan Getz, Art Blakey ed una registrazione del 1968 con Ben Webster.

Nonostante Don Byas abbia registrato molti dischi negli anni ’50, anche in USA, in totale più di 20 albumcome band-leader, fu quasi dimenticato in patria, per quanto acclamato nel vecchio continente, soprattutto nei Paesi Scandinavi.

Ben Webter Meets Don Byas

Registrato il primo e il due febbraio del 1968 a Villingen / Foresta Nera, in Germania presso l’MPS Tonstudio, l’abum uscì solo nel 1973. Quando questo disco venne concepito, la “new thing” era in piena deflagrazione. Il jazz era stato travolto dal ciclone del cambiamento, la sua sintassi veniva stravolta da elementi contaminanti e da additivi sonori di diversa provenienza. Era appunto, l’anno di grazia 1968, quando tutto faceva rima con rivoluzione; eppure Ben Webster e Don Byas, alfieri della tradizione, pur nelle loro diversità timbriche e tonali, distillarono un l’album bebop in purezza, incuranti del fatto che il mondo, dovunque, stesse saltando in aria. Lontani da casa ed in esilio volontario, i due giganti del sax tenore, entrambi all’epoca residenti in Europa in maniera permanente, alimentarono un set incontro-scontro che consegnerà alla storia piccoli e memorabili momenti di jazz mainstream.

Gli stili di Ben Webster e Don Byas forniscono un ricca gamma di sfumature sonore, talvolta in netto contrasto, ma non sfuggono all’arte della perfetta mescolanza. Entrambi maestri di blues e swing, perfettamente consapevoli del gioco delle alternanze, dello scambio e del cambio, della fuga e dell’inseguimento, del botta e risposta, i due si misurano su un fertile terreno bop.

L’arte dell’improvvisazione regna sovrana già all’abbrivio con “Blues for Dottie Mae”, lo swing ridondante di Webster tende a dominare, anche se le linee taglienti di Byas sfrecciano alla velocità della luce, come lampi di genio da cogliere al volo; il pianoforte di Tete Montoliu, ricco di sangue blues, diventa il sostegno perfetto, come una terza gamba. I ruoli si riequilibrano e s’invertono in “Sunday”. Mentre la giostra cavalleresca a colpi di tenore riprende con “Perdido” e continua in “Caravan”. Il bassista Peter Trunk introduce “Lullaby to Dottie Mae” di Byas, una rielaborazione disinvolta del classico “Body and Soul”, con un assolo a combustione rapida, dove il vecchio Don dimostra di avere ancora riflessi pronti e nervi saldi. Webster segue a ruota, posizionandosi sotto la luce dei riflettori ed ottenendo il pieno possesso di “When Ash Meets Henry”, una flessuosa ballata in cui è accompagnato solo dalle riconoscibili linee di basso di Trunk. Perfetto il lavoro del batterista Albert “Tootie” Heath, un ottimo sostegno dalle retrovie.

Per un triste gioco del destino, questo LP divenne il canto del cigno per entrambi i sassofonisti tenori; Byas morì un anno prima che venisse pubblicato, ossia nel 1973; mentre Webster si spense l’anno seguente. Un album immediato, senza complicazioni cervellotiche o compiti da svolgere. Soprattutto i neofiti dovrebbe sguazzarci dentro come bimbi in un parco acquatico.

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