Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

GIGI GRYCE, UN TALENTO DIMENTICATO.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Gigi Gryce, altoista di talento, ma del tutto sconosciuto alla moltitudine; spesso apprezzato come comprimario di lusso e prolifico autore di vaglia, tra cui alcuni standard come “Minority”. Ha avuto una carriera breve, ma intensa, interrotta anzitempo per dedicarsi all’insegnamento. Il suo momento di massimo splendore è concentrato nel periodo che va dal 1954 e il 1961, durante il quale ha realizzato una quindicina di album come band-leader o co-leader, collaborando con i più importanti jazzisti dell’era bop.

A torto considerato una controfigura, Gigi Gryce, nomignolo più familiare ed immediato, derivato dal suo nome di battesimo General Geoge Grice Jr., oltre al “demone” compositivo, possedeva spiccate dosi di arrangiatore e direttore, grazie a studi regolari. La sua padronanza del sax alto e la capacita espressiva, sia in velocità che sui toni più misurati, rimandava in primis a Charlie Parker, di cui aveva subito una notevole influenza, ma a differenza dei molti emuli di Bird operava sullo strumento con una tecnica più controllata e precisa, frutto di ricerche e sperimentazioni.

La sue scelte melodico-armoniche, non sempre prevedibili, erano già molto avanti rispetto a quelle di molti coevi che si limitavano ad interpretare il bop in maniera brillante, ma spesso virtuosistica ed a fini intrattenitivi. Tra le sue più importanti collaborazioni sono da sottolineare quelle con Max Roach, Tadd Dameron, Clifford Brown, Thelonius Monk, Oscar Pettiford, Art Farmer, Lionel Hampton. Dal 1955 al 1958 ha diretto il Jazz Lab Quintet insieme a Donald Byrd. Molte le etichette discografiche per cui ha inciso: Vogue, Prestige, Savoy, Metrojazz, New Jazz e Mercury.

The Gigi Gryce-Donald Byrd Jazz Laboratory / The Cecil Taylor Quartet – “At Newport”, 1958 

In genere si dice: il connubio stride, ma la combinazione tra un set di Cecil Taylor ed uno del Gigi Gryce-Donald Byrd Jazz Laboratory finisce per funzionare piuttosto bene. Queste registrazioni dal vivo, provenienti dal Newport Jazz Festival del 1957 e pubblicate nel 1958 dalla Verve, pur abbinate ad usum delphini e per esigenze di catalogo, hanno superato la prova del tempo e l’ascolto dell’album, diviso in due parti distinte e separate, risulta omogeneo e piacevole. Per intenderci il connubio su disco è tutt’altro che stridente.

Le tracce della prima facciata sono ad appannaggio del Cecil Taylor Quartet, cosi composto: Cecil Taylor pianoforte; Steve Lacy sassofono soprano; Buell Neidlinger contrabbasso; Dennis Charles batteria. Lo stile pianistico di Taylor non appare dissimile da quello di Thelonious Monk in “Johnny Come Lately” di Billy Strayhorn, anche se il suo approccio risulta più dissonante, ombroso ed angolare, soprattutto impegnato a cercare qualche percorso non convenzionale. Il sax soprano di Steve Lacy, dai toni aspri e nasali, unitamente al tagliente supporto ritmico fornito dal basso di Neidlinger e dalla batteria di Charles alimentano l’infuocata interpretazione di Taylor. “Nona’s Blues” e “Tune 2” di Taylor vengono eseguite in maniera piuttosto regolare, senza via di fughe verso l’universo surreale dei suoni, risultando abbastanza accessibili e fruibili rispetto ai certi lavori nel decennio successivo.

Dal canto suo, il Gigi Gryce-Donald Byrd Jazz Laboratory, con il supporto del pianista Hank Jones, Wendell Marshall al basso e Osie Johnson alla batteria, snocciola una sintassi hard-bop a giri veloci con fare deciso, mai prevedibile e banale. Gryce e Byrd non interpretano pezzi da loro composti, ma giocano su alcuni standard in maniera estremamente personale come “Splittin” di Ray Bryant, un up-tempo dalla progressione funk-soul, “Batland” una rigogliosa e dilatata melodia blues ed una convincente interpretazione di “Love for Sale”, rarefatta, sofisticata e dall’umore evocativo. Entrambi i line-up offrono uno spaccato ed una fresca rappresentazione del jazz di fine anni ’50, come un bassorilievo scolpito nella roccia, manifestando una palpabile inquietudine creativa che in qualche maniera anticipa la cosiddetta “forma del jazz che verrà”. Questo è uno di quegli album che non dovrebbe mancare in nessuna short-list che si rispetti, soprattutto in questa spettacolare edizione in vinile della Audiphile Clear Vinyl.

Art Farmer & Gigi Gryce – “Art Farmer Quintet Featuring Gigi Gryce”, 1963

“Art Farmer Quintet Featuring Gigi Gryce” nasce dal riuscitissimo sodalizio fra Art Farmer e Gigi Gryce, pubblicato in prima battuta dalla Prestige Records nel 1956. Il disco fu registrato il 21 ottobre 1955 al Rudy Van Gelder Studio e venne ripubblicato una seconda volta nel 1963 con la denominazione di “Evening in Casablanca” (dal titolo della seconda traccia presente sulla prima facciata del microsolco). A parte l’iniziale “Forecast” a firma Louis Jordan (pianista in questo set), tutte le altre tracce nascevano dalla fluida mente compositiva di Gigi Gryce, altoista ricco di intuito e foriero di una tecnica compositiva non convenzionale.

Ottimo il line-up: Art Farmer alla tromba, Gigi Gryce al sassofono alto, Duke Jordan al pianoforte, Addison Farmer al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria. L’album restituisce all’ascolto, ancora oggi, un suono attualissimo e non troppo irreggimentato rispetto all’hard-bop del periodo; le progressioni armoniche sono originalissime, il blues ed il swing classico sono ridisegnati attraverso le dinamiche del soul-jazz a tinte funky, dove i due strumenti a fiati impartiscono il tempo e le regole, spesso con riff veloci e taglienti; il classico flusso bop viene deviato su un percorso meno canonico e spostato su un terreno più avventuroso: c’è voglia di sperimentare e di scardinare la classica forma di una composizione a 32 bar.

“Art Farmer Quintet Featuring Gigi Gryce” è un album privo di standard facili ed ammiccanti, riproposti per puro piacere virtuosistico o intrattenitivo, ma si sostanzia come un vero lavoro autorale di ricerca che punta su sei splendide composizioni originali, animate dal demone della creatività. Ad esempio, l’opener, “Forecast” è un hard-bop tagliente, intriso di linee funkoidi, veloci e sfuggenti, la cui progressione genera un happening coinvolgente a tutti i livelli, sia fisici che mentali. “Evening in Casablanca” poggia su una melodia accattivante, dilatata nella struttura e dal vago sapore cinematografico: durante l’ascolto la suggestione rimanda al celebre film. “Nica’s Tempo”, scioglie molto zucchero nell’alcool, ma con un procedimento insolito rispetto alla costruzione di una ballata mid-range tipica degli ambienti bop, soprattutto il pianoforte di Jordan riesce a stabilire e dettare nuove regole d’ingaggio.

La B-Side si apre con “Satellite” che tenta di riprendere il tema ed il mood dell’iniziale “Forecast”. La seconda traccia della facciata, “Sans Souci” è la vera chicca dell’album, il facile gioco melodico, sia pur non banale, rendono il brano accattivante ed immediato con Gigi Gryce che ricorda il miglior Charlie Parker, ma con una più affinata quadratura armonica e Art Farmer che nella seconda parte si produce in un assolo con sordina da manuale. L’album si conclude con “Shabozz”, un ottimo esempio di hard-bob latineggiante, a tratti swinger, bagnato nel sudore del funk ed asciugato dal fuoco del soul. La sezione ritmica per tutto l’album non perde un colpo. “Art Farmer Quintet Featuring Gigi Gryce” è davvero un must have, che cosa aspettate a cercarlo!

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