Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Gianni Basso e Oscar Valdambrini, padri nobili del jazz italiano.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Un line-up omogeneo ed affiatato, con i due band-leaders perfettamente in armonia, quasi un incastro perfetto, un’escursione ritmica traboccante di swing, mai eccessiva, elegante nella forma e nella sostanza grazie all’apprezzabile l’apporto dei tre compagni di viaggio, tutti meritevoli di encomio e, in egual misura, necessari ed indispensabili all’economia dell’insieme. In quegli anni. in Italia. non c’erano tantissimi musicisti jazz di altissimo livello, e trovarne cinque, i migliori, tutti assieme in un medesimo disco, è davvero un lusso: Gianni Basso tenor sax, Oscar Valdambrini tromba, Renato Sellani piano, Giorgio Azzolini basso, Gianni Cazzola batteria.

Basso Valdambrini – “Basso Valdambrini”, 1959

Gianni Basso ed Oscar Valdambrini nel 1959 erano tra i massimi esponenti del jazz moderno italiano, con un solida carriera dietro le spalle, costruita con perseveranza sul filo di una coscienziosa preparazione. Entrambi piemontesi, ma molto determinanti per la scena jazzistica milanese. Come scriveva Arrigo Polillo sulle note di copertina: “Se non ci fossero Oscar Valdambrini e Gianni Basso, il jazz a Milano sarebbe molto diverso e certamente peggiore (…) anche per l’influenza esercitata sui colleghi, e per l’esempio che così hanno dato nei molti anni in cui sie è svolta la loro attività”.

Nell’album in oggetto risaltano immediatamente il feeling e l’intesa che intercorrevano tra due. La lunga consuetudine a suonare insieme determinava un comprendersi istintivo ed un completarsi a vicenda. Tutto ciò ha certamente un peso specifico notevole, soprattutto analizzando le varie fasi del set, dove tutte le tracce esprimono un elevato coefficiente di creatività e di tecnica esecutiva, a cominciare dai tre originali composti da Oscar Valdambrini: “Lo Struzzo Oscar”, “Lotar” e “Chet To Chet”. Classici italiani come “Parlami d’amore Mariù” e brani della tradizione americana, quali “Come Out Wathever You Are”e “Fan-Tan”, creano un’intrigante mistura di umori cangianti e di emozioni policrome, mostrando in maniera lapalissiana l’altissimo standard qualitativo raggiunto dal questo Quintetto, formazione stabile con cui Basso e Valdambrini si esibivano abitualmente.

Il Basso Vandambrini Quintet era un perfetto ensemble di musicisti di rango che avevano saputo trovare un dimensione internazionale, senza rifare il verso ai fenomeni o agli standard d’oltreoceano e senza annegare negli abissi del mare magnum del jazz moderno, che in quegli anni, nella nostra penisola, era visto ancora come un fenomeno legato al ballo e al divertimento, privo di implicazioni sociali e culturali.

Musicisti consapevoli delle loro possibilità, non comuni in Italia, Basso e Valdambrini erano in grado di coniugare una spiccata conoscenza della musica con un forte personalità, che gli consentiva di raccontare con chiarezza la loro visione del jazz, soprattutto con quella facilità e con quella chiarezza tipica di chi non ha dubbi o incertezze. La caratterizzazione del loro sound era tale da non aver il minimo bisogno di scimmiottare modelli preconfezionati provenienti dall’estero, anche se in quel loro soffiare, speso, levigato e disteso, erano presenti alcuni stilemi del West-Coast Jazz; per contro, in altri frangenti, una concitata e swingante pulsazione ritmica li avvicinava a taluni modelli bop tipicamente afro-americani.

Nei loro dischi si respirava la stessa atmosfera di molti album americani, filtrata attraverso un giusto molto europeo, tipicamente italico. L’album si srotola su un lussureggiante territorio di note lungo undici tracce di breve durata, attraverso riffs concisi, assoli contenuti ed armonicamente impeccabili, improvvisazioni a controllo numerico e melodie a presa rapida.

Questo è un disco da avere assolutamente nella propria collezione, poiché costituisce un documento di estrema importanza, un punto di riferimento del jazz italiano, che in quegli anni sapeva guardare negli occhi le star americane, con rispetto, ma senza complessi d’inferiorità e con un orecchio teso verso un modus operandi del tutto caratterizzato e personale.

Basso Valdambrini Quintet Plus Dino Piana – “Dejavù”, 1960

Uno splendido esempio di jazz italiano, “Dejavù” del Basso Valdambrini Quintet Plus Dino Piana fu registrato a Milano nel maggio del 1960. Dopo un’esaltante esibizione al quinto Festival del Jazz di Sanremo, Gianni Basso e Oscar Valdambrini, due dei maggiori esponenti del jazz europeo di quegli anni, entrarono in studio per realizzare il loro terzo album per la Jolly Records, aggiungendo il promettente trombonista Dino Piana alla formazione originale del quintetto presente nell’album del 1959, quest’ultimo considerato il migliore della loro discografia condivisa.

Entrambi i dischi, sia quello del 1959 che quello in oggetto, del 1960, aprirono ai due musicisti italiani le porte del mercato estero ed una successiva collaborazione con la Verve. In “Dejavù”, oltre a Oscar Valdambrini alla Tromba e Gianni basso al sax tenore, furono della partita – come già detto – anche Dino Piana al trombone, Renato Sellani al pianoforte, Giorgio Azzolini al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria.

Il jazz di Basso e Valdambrini aveva più addentellati nello stile californiano che non in quello Nord-Est-Americano, per quanto i tributi ispirativi che pagavano erano assai variegati. In ogni caso, riuscivano ed esprimere il classico mood italiano degli anni ’50 e ’60, attraverso una musica che fosse al contempo cibo per la mente, ma anche per le gambe, ossia intrattenimento e ballo. Non manca da parte dei piemontesi Valdambrini e Basso una dedica a Torino attraverso un motivo della tradizione popolare, “Ciao Turin”, in perfetto stile West-Coast. Questa traccia testimonia la bravura dei due band-leader con assoli da manuale e la riproposizione in chiave jazz di un’incantevole melodia italiana, quale tributo al Maestro Carlo Prato e alla città di piemontese. La cifra stilistica dell’accoppiata sax-tromba emerge particolarmente in “Lucy ed io”, composta da Gianni Basso.

Non mancano le folate di swing up-tempo in “Guess who” e “Crazy Rythm”, tanto da creare una scanzonata atmosfera da big band. Altra gemma dell’album è “Il grimmo” firmata da Oscar Valdambrini, dove un misto di devozione all’intrattenimento e voglia di vivere creano un’atmosfera di nostalgia, quasi come una colonna sonora che descrive piccoli fotogrammi di un Italia che si avvicinava al boom economico ed ai mutamenti sociali, ridisegnando un pezzo di sogno americano, ma dai tratti pittorici fortemente italici. Perfino la loro versione di “Autumn Leaves”, sembra un adattamento al clima italiano di quegli anni, soprattutto Basso e Valdambrini evitano accuratamente di scimmiottare Cannonball Adderley e Miles Davis; anzi, senza voler dissacrare l’ossario del jazz americano, la loro versione sembrerebbe più adatta ad un tema originariamente francese. Un disco da ricercare e da aggiungere alla vostra collezione, non sfigurerà di certo accanto ai colossi del jazz statunitense.

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