Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Movin’ Along” di Wes Montgomery, l’uomo che accarezzava le corde della chitarra.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Nel mondo del jazz molteplici furono i tentativi di sostituire la chitarra al pianoforte, ma non sempre i risultati prodotti alimentarono gli entusiasmi del pubblico e della critica. Molti chitarristi hanno trovato maggiore espressività, fisionomia estetica e terreno fertile nel periodo della fusion, altri sono diventati abili intrattenitori attraverso lo smooth jazz. Ciò non significa che il jazz non abbia avuto degni rappresentanti in ambito chitarristico, (facciamo dei nomi a caso) da Djanngo Rainhardt a Pat Martino, da George Benson a Franco Cerri, ma se scandagliamo in profondità il numero è alquanto esiguo; soprattutto nel periodo di massimo splendore del jazz moderno, ossia dal bop al free, la chitarra, tranne qualche punta di eccellenza, Kenny Burrell, Grant Green e Jim Hall, riveste un ruolo assai marginale.

Secondo una sorta di assioma largamente condiviso a vari livelli nell’universo del jazz, il pianoforte da solo costituirebbe un’orchestra, a fronte di alcuni evidenti limiti della chitarra. Certi artisti, attraverso una tecnica sopraffina, seppero colmare talune carenze, nello specifico Wes Montgomery, il quale applicava alla chitarra le sequenze armoniche del piano. Esiste perfino una chitarra associata al suo nome, la Gibson L-5 CES, al punto che l’azienda produttrice finirà per creare tre chitarre di questo tipo, in particolare per lui, con delle modifiche ai pickup, uno solo invece di due e posizionato al rovescio.

Montgomery fu una sorta di “sdoganatore” della chitarra negli anni del bebop, caratterizzandosi come l’esecutore più innovativo, tanto da dare vita ad una folta schiera di epigoni, alla medesima stregua del suo maestro ideale, Charlie Christian. I suoi dischi possiedono sempre quel tocco morbido ed elegante, dove una mano sapiente accarezza le corde con le dita, senza l’uso del plettro; in particolare Montgomery riuscì ad elevarsi al di sopra della media dei coevi, operando nell’atto creativo una specie di sincretismo, ovvero di conciliazione e di sintesi fra stili e linguaggi artistici differenti. Del resto la chitarra incarnava da sempre la tradizione popolare, il folk, l’intrattenimento leggero, ma soprattutto fu strumento determinante per lo sviluppo del blues moderno. Come ebbe modo di dire Joe Pass: “Ci sono stati solo tre veri innovatori riguardo la chitarra jazz, Wes Montgomery, Charlie Christian e Django Reinhardt”. Il noto musicolgo Gunther Schuller aveva per Montgomery una vera adorazione, tanto da indurre il proprietario della Riverside, dopo essere corso a sentirlo in locale dove si esibiva regolarmente, a metterlo sotto contratto.

“Movin’ Along”, registrato il 12 ottobre del 1960 al United Recording Studio di Los Angeles con la produzione di Orrin Keepnews, mentre dalla costa Est giungevano le prime avvisaglie della “new thing”, è uno degli album che meglio descrive la cifra stilistica, assai “conciliante” di Wes Montgomery, dove il chitarrista riesce a condividere generosamente la scena insieme ad altri strumenti di prima linea, quali il flauto ed il sassofono, retrocedendo a tratti nella sezione ritmica, meccanismo da intendersi non come un abdicare a vantaggio di altri, ma come una larghezza di vedute ed una forte capacità collaborativa, elementi che incarnano il vero spirito del jazz, ossia il cambio, il suggerimento, lo scambio, la compensazione, l’intercambio e la sana competizione.

In questa session Wes Mongomery suona la chitarra ed anche il basso elettrico (lato 1, tracce 2 e 4, lato 2, traccia 1), accompagnato da James Clay al flauto e sax tenore, Victor Feldman al piano, Sam Jones al contrabbasso, Louis Hayes alla batteria. L’album scorre piacevole in tutta la sua interezza, con un modus operandi molto westcoastiano, a tratti rilassato, semifreddo, vagamente cool. Due chicche all’inizio delle due facciate dell’album: la title-track, “Movin’Along” composta da Monomery, dove il flauto riga dritto e levigato, senza tentare l’incantesimo o l’incanto dei serpenti, mentre la chitarra armonizza con una progressione da manuale: “Body And Soul”, con un struttura completamente riformata ed adattata nell’arrangiamento al flauto e alla chitarra, procede con uno sviluppo in crescendo ed assoli da accademia del jazz. “So Do It”, altra composizione a firma Montgomery, è un’ottima vetrina per il sax di James Clay, un bop con venature funk, che a tratti sembra sconfinare in un swing dal sapore retrò. “Turn Up” di Miles Davis offre un ottimo call-and-response fra chitarra e flauto, mentre “Says You” di Sam Jones e “Sandu” di Clifford Brown sono due esempi di hard-bop addolcito, nel primo a fare da contraltare alla chitarra è il basso, nel secondo il solito flauto. ”Gosth Of Change” è una ballata di derivazione popolare, riconfezionata con con un raffinata carta regalo soul-blues. “Movin’Along”, pubblicato per la prima volta nel 1960 dalla Riverside, è certamente un album da aggiungere alla vostra short-list.

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