Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Enrico Intra, la grande stagione del Jazz italiano

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Enrico Intra Trio – “Jazz In Studio”, 1962 

Per molti critici, cui mi associo, questo sarebbe l’album più riuscito della lunga carriera di Enrico Intra (ancora in attività, soprattutto come docente), di certo è una delle pietre miliari del grande jazz italiano degli anni Sessanta. Il disco fu il frutto di cinque mesi di duro lavoro in studio, ma anche di prove, riascolti e sacrifici, come raccontò lo stesso Enrico Intra, all’indomani della sua pubblicazione: “Non voglio considerarlo un obiettivo. Mi sento come uno che sta sta andando verso la direzione giusta e io spero che il mio prossimo lavoro sia un’ulteriore conferma dello sforzo, della serietà e della vera passione che ho messo nella mia musica”.

Nel 1962, Enrico Intra aveva 27 anni, il pianista milanese era ad una specie di bivio, avendo la necessità fissare dei punti di ancoraggio ben precisi nella sua brillante ma anche discontinua carriera. Gli organi d’informazione avevano cominciato ad occuparsi di lui circa sette prima, durante un evento jazz al Teatro Manzoni di Milano nel novembre ’55. In quell’occasione sia il pubblico che i critici erano completamente attratti dai grandi nomi in cartellone, ma improvvisamente iniziarono a mostrare un reale interesse per la musica di un quintetto sconosciuto che suonava dietro le tende tra uno spettacolo e l’altro. L’enigma fu presto risolto e il “X Quintet” (il nome dato a quella “banda fantasma”) giunse alla ribalta conquistando una meritevole ovazione. Si venne a sapere che fosse guidato da un giovane pianista che rispolverava una serie di vecchi standard, riproponendoli in maniera sorprendentemente fresca e vivace.

Considerando la precarietà della scena italiana di quel periodo, Intra fece immediatamente colpo sul pubblico, merito della sua elettrizzante abilità di “swingman” che arrivò come un fulmine a ciel sereno. Il giovane pianista aveva fatto capolino sulla scena jazz nei primissimi anni ’50, usando lo pseudonimo di L’Ester Freeman, che nasceva dalla fusione del nome del sassofonista Lester Young e del cognome del pianista Russ Freeman. Gia nel 1952 la la rivista francese Hot jazz, nell’annuale referendum, lo aveva segnalato tra i migliori nuovi talenti, però la rivelazione al grande pubblico avvenne nel 1957 in occasione della esibizione del Trio allo Storico Festival Jazz di Sanremo, organizzato da Arrigo Polillo e Pino Maffei. Infatti, durante la seconda edizione del festival Jazz di Sanremo, di fronte ad un pubblico ed a una critica internazionale, il trio fu accolto come la vera rivelazione. Sfortunatamente, quella sensazionale porformance non venne ripetuta durante la successiva edizione. Intra, che prestava servizio militare in Sardegna, usò una delle sue autorizzazioni per per poter suonare nella cosiddetta “città dei fiori”, ma non riuscì ad esprimere la stesse verve e la medesima abilità comunicativa mostrate l’anno precedente. Si era comunque aperto un varco nel mondo della musica di quegli anni, quindi presto venne accolto nel circolo ristretto dei più importanti pianisti jazz italiani, tanto che nel 1958 venne scelto per accompagnare al piano la mitica Billie Holiday, durante una serate alla “Taverna” di Milano.

Negli anni successivi Enrico non sembrò molto sicuro di quale strada intendesse seguire: “Probabilmente ero immerso nella disperazione che colpisce quei pochi artisti italiani che non vogliono soddisfare le richieste del business musicale, ma quest’anno ha acquisito forza e convinzione è sono ritornato sulla scena jazz, ho sentito che no potevo fare a meno di suonare questa musica.”

“Jazz In Studio” del 1962 fu il primo vero album prodotto da lui. Un passo decisivo verso la maturità artistica, soprattutto delle sue capacità messe in evidenza con i precedenti lavori. In questo album il temperamento emotivo e musicale raggiunge il climax, grazie alla forte complicità degli altri due componenti del trio: Pupo De Luca, abile batterista, suo vero partner sin dal ’57 e il ventitreenne Paolo Solonia, il quale ebbe un determinante ruolo strumentale durante le registrazioni. Sette su dieci pezzi recano in calce la firma di Intra, che compone e suona con ispirata consapevolezza. Tutte le registrazioni sono intervallate da una breve presentazione del pianista. Fra le tante spiccano “Pittura”, “John Lewis” e “Jazz classico”. Il primo è un tema geniale che Intra vaeva più volte presentato nelle sue esibizioni live con il titolo “Il classico in Jazz”, ma poi rielaborato sotto una sorta di influenza pittorica, dopo aver incontrato, nel suo club ad Arenzano, il pittore francese Jean Paul Larufie. “John Lewis” rende omaggio al leader del “Modern Jazz Quartet” che, insieme a Bill Evans e Miles Davis, costituiva un punto di riferimento per Intra. Nel brano suddetto alcuni dei canoni musicali adottati da Lewis vengono proposti, usando, però, il gusto personale ed un evidente tipicizzazione. “Classic Jazz”, che probabilmente è il pezzo più seduttivo dell’album, rivela l’anima romantica di Intra, la sua propensione verso quella dolcezza che costituisce da sempre il rovescio della medaglia di una personalità a volte più vivace e complessa.

“Jazz In Studio” è un album che non dovrebbe mancare nella short-list di ogni vero appassionato di jazz.

Enrico Intra & Gerry Mulligan – “Enrico Intra Meets Gerry Mulligan”, 1975 

Possiamo definirla un’ USA-ITALY Connection storica, uno dei tanti “meets” di Gerry Mulligan, ma per noi Italiani una punta d’orgoglio. Il baritonista americano per antonomasia, la vedette internazionale che incontra uno dei più geniali musicisti italiani, Enrico Intra, jazzista di vaglia, ma anche compositore ed arrangiatore eclettico, spesso per motivi di bancomat e di cassa. L’incontro avvenne su un piano paritetico senza sudditanza alcuna da pare di Intra e dei gregari che l’accompagnarono nell’impresa. I due titolari parlavano il comune linguaggio della musica, lo conoscevano nelle minime sfaccettature, condividevano la passione per gli arrangiamenti ricercati e per la composizione: non sono semplici esecutori, ma entrambi musicisti di rango a 360 gradi.

In quei giorni, scriveva Franco Fayenz, produttore del progetto: “Non succede spesso che un jazzista americano di fama mondiale come Gerry Mulligan, trovandosi a soggiornare In Italla, accetti d’interpretare le composizioni di un collega italiano, inserendosi nel suo complesso, e di registrare su un long playing. Diciamo anzi che i casi dl questo tipo si possono contare finora su una sola meno. E’ giusto comunque che l’incontro di Mulligan sia avvenuto con un planista-compositore (o meglio, forse, compositore-pianista) come Enrico Intra, perché aggiunge un vero riconoscimento ai meriti di uno del nostri artisti migliori. Ma c’è un’altra ragione per cui questo album è particolarmente importante. Il suo contenuto, oltre che da tre opere brevi, una delle quali, “Rio One”, firmata da Mulligan, è costituito dalla suite di Intra “Nuova Civiltà”, che da sette anni l’autore esegue col suo quintetto nei concerti, ma che non ha mai voluto fissare su un disco destinato al mercato internazionale”.

L’asse portante dell’album è proprio “Nuova Civiltà” una lunga suite di ben 21 minuti e 8 secondi, congegnata attraverso uno sviluppo multi-tematico e con un gergo sonoro che usa taluni sottosistemi linguistici del jazz, come il free e la fusion, ma con sequenze classicheggianti vagamente rock-progressive:. Lo stesso Enrico Intra commentava così la propria scelta: “L’abbiamo suonata moltissime volte dal vivo, come si dice, e forse sotto questo aspetto ne abbiamo. esaurito tutte le possibili implicazioni. Per cui mi sono infine convinto che era giunto il momento di fissarla in un’esecuzione definitiva, che a mio avviso e anche la più bella, e poi magari di non suonarla mai più. L’occasione dell’incontro con Gerry Mulligan, si capisce, era troppo allettante. Ma c’e poi il fatto che ho potuto portare in sala di registrazione dei collaboratori che mi davano la massima garanzia di ottima riuscita, e di essere all’altezza di un illustre ospite senza alcun timore reverenziale. Si pensi a un saxofonista-flautista come Giancarlo Barigozzi, affiatatissimo con me e dotato di un’esperienza con pochi termini di confronto fra i jazzisti Italiani; a Sergio Farina, chitarrista fantasioso, tecnicamente perfetto e in grado d’inserirsi in qualsiasi situazione espressiva; al bassista Pino Presti, preciso, potente nella cavata ma capace anche di sfumature e di raffinatezze non comuni; e infine a Tullio De Piscopo che oggi, senza sprecare troppi aggettivi, e considerato il leader dei percussionisti italiani. Non c’e dubbio che ben difficilmente avrei potuto cogliere un momento più favorevole”.

Tutto il disco pur nelle sua complessità e di una bellezza disarmante, ricco di armonie, ma con tocchi di melodia fiabeschi e di una fruibilità immediata, soprattutto l’apporto dei singoli esecutori è fondamentale, il senso di collegialità e di partecipazione è davvero non comune. Gerry Mulligan opera con leggerezza ed eleganza, soprattutto sposta il baricentro dell’opera verso una maggiore dolcezza, apportando un aristocratico tocco di classe. Intra opera sul pianoforte con la solita creatività, tanto da far sembrare i vari brani delle composizioni in tempo reale, nulla è mai prevedibile e scontato, a cominciare dalla già citata “Nuova Civilta” che copre l’intera prima facciata e che avrebbe dovuto esaurirsi sempre nel presente, nella singola esecuzione autobiografica, una sorta di attimo fuggente da cogliere al volo, in cui – come già detto – il tempo musicale coincide col tempo reale, ossia con attimi di vita realmente vissuti dall’artista creatore e esecutore al contempo. In tal modo si sarebbe evitata qualsiasi possibilità di mercificazione, di consumo e di assuefazione acustica e psicologica da parte dei fruitori.

La B-Side si apre con “Fertile Land”, con una languida sequenza di pianoforte che introduce il tema, mentre il baritono di Mulligan lo sviluppa con un fare melanconico e notturno, quindi di nuovo il piano ed grande sax in un’alternanza perfetta, sempre in vena di dispensare brividi ed emozioni; “Rio One”, unico brano a firma Mulligan, è più veloce, festoso e basato su un swing moderato dai colori latini, in puro stile West-Coast, con un lavoro di ricamo da pare della retroguardia ritmica, davvero da manuale, ottimo l’inserto di sassofono da parte di Giancarlo Berigozzi; “Champoluc” è un pezzo pacato ed evocativo in puro stile Intra, soprattutto di agevole leggibilità; la chitarra di Sergio Farina gli conferisce un taglio molto cinematografico, mentre il fraseggio di Mulligan aggiunge un sapore hollywoodiano. “Enrico Intra Meets Gerry Mulligan”, registrato il 16 e 17 ottobre 1975 presso gli studi Ricordi di Milano, è uno di quei dischi che conferma la multi-etnicità del jazz come linguaggio di comunicazioni fra simili, abbattendo ogni barriera razziale e culturale, un album di portata e d’importanza internazionale. Vi faccio una confessione: se non ce lo avessi già, sarebbe uno di quei dischi che vorrei tanto avere nella mia collezione. Fategli posto anche nella vostra!

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