Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

CHARLES LLOYD AL TEATRO MORLACCHI DI PERUGIA PER UMBRIA JAZZ. UNA MORBIDA CAVALCATA SONORA ATTRAVERSO GLI IMPERVI SENTIERI DEL MID-WEST.

di Francesco Cataldo Verrina

Charles Lloyd ha 81 anni e rimane uno dei pochi testimoni viventi della grande epopea del jazz anni ’50 e ’60. Il suo percorso artistico è stato però frastagliato ed incostante, con alcuni rapidi cambi di stile e molteplici interruzioni. Classe 1938, nasce a Memphis, Tennessee, iniziando a suonare il sax a 9 anni; presto sarà a fianco di personaggi come Newborn Sr, BB King, Howlin Wolf, Johnnie Ace e altri. Dopo il trasferimento in California, nel 1956, per completare gli studi, suona nella big band di Gerald Wilson e forma il primo ensemble con Billy Higgins, Don Cherry, Bobby Hutcherson e Terry Trotter.

Charles Lloyd si porta dietro tutta l’aspra polvere del rock-blues della sua terra natia, una terra di confine abitata da anime musicali meticce e contaminate, dove i fenomeni di inculturazione sono storicamente favoriti. Tutto ciò si riflette da sempre nella sua produzione artistica a partire dal 1960, quando entra a far parte della band di Chico Hamilton allora orientata verso un “jazz da camera”. Designato direttore artistico del progetto dallo stesso Hamilton, Lloyd sposta subito l’asse della musica verso un post-bop ad elevato tasso di blues sudista. Nel 1964 lascia la band di Hamilton ed entra in quella di Cannonball Adderley, registrando contemporaneamente due album come leader insieme agli allora giovanissimi Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams. Nel 1965, e sino al 1969, da vita ad un quartetto con il pianista Keith Jarrett, il bassista Cecil McBee (più tardi, Ron McClure) e il batterista, Jack DeJohnette. Anche nell’ambito di questa esperienza la pietanza sonora proposta dal quartetto segue il principio dei vasi comunicanti, attraverso una pregevole fusione fra straight-ahead, post-bop, free jazz e world music, catturando subito l’attenzione degli appassionati di jazz e dei critici, ma al contempo ottiene un discreto successo fra i giovani fan del rock. Il successo non è tale da consentirli di mantenere un gruppo in pianta stabile. Così, nel 1970, dopo lo scioglimento del quartetto, Lloyd sparisce nel nulla, barcamenandosi come turnista. E’ possibile scorgere il suo sax in alcuni dischi dei Doors, dei Canned Heat, e dei Beach Boys.

Charles Lloyd – Umbria Jazz – 17 Giugno 2019 – Teatro Morlacchi

Nel 1981, grazie all’interessamento di Michel Petrucciani, riprende a suonare per due anni, quindi sparisce ancora dai radar, rientrando di nuovo in scena dopo alcune registrazioni realizzate per la ECM. Da allora non si è più fermato ed ha continuato a registrare ed esibirsi nelle manifestazioni più importanti del mondo come Umbria jazz, sostenuto da band molto valide, ma spesso formate da musicisti provenienti dalle esperienze musicali più disparate. Con lui hanno suonato Brad Mehldau, John Abercrombie, Larry Grenadier e Billy Higgins e, dopo la scomparsa di quest’ultimo, il batterista Eric Harland che, con Jason Moran al piano e Reuben Rogers al contrabbasso, diedero vita al “new quartet” nel quale Charles Lloyd ha successivamente scritturato Gerald Clayton e Joe Sanders al posto di Moran e Rogers.

Il nuovo progetto di Charles Lloyd, quello presentato ieri pomeriggio al Teatro Morlacchi e denominato “Kindered Spirits”, con l’aggiunta di Marvin Sewell e Julian Lage non è nulla (o meglio, è solo una parte) di quanto abbiamo citato. Il risultato nell’insieme, per quanto a tratti soporifero, risulta suggestivo e seducente, ma la presenza di due chitarre, spesso distorte e giocate su un eccesso di virtuosismo solipsista, l’assenza di un piano e l’uso del basso elettrico snaturano il gusto estetico, la sostanza musicale ed senso di collegialità tipico del jazz. Ma il jazz non c’era, forse lasciato a casa o in albergo. Tutto lo scibile sonoro sfoderato è stato a vantaggio di un rock-blues elettrificato, languido e calante, a volte dal passo pesante, con tempi eccessivamente dilatati e assoli inutili, solo a tratti mitigati dagli inserti di sassofono del “vecchio” protagonista, il quale sembrava però disegnare dei quadretti a sé stanti, tranne in qualche rara occasione. Forse a Charles Lloyd, avendo fatto tutto, si può e si deve davvero perdonare tutto? Complessivamente sì! Del resto sullo stage del Teatro Morlacchi di Perugia, ieri, c’era un pezzettino di storia del jazz, anche se la polvere del vecchio blues del Tennessee si è depositata oltremodo sulle poltroncine della platea, sui palchetti e sul loggione.

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