Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

FRANK ROSOLINO, UN TALENTO DA RISCOPRIRE.

di Francesco Cataldo Verrina

Nella vita di Frank Rosolino ci fu una tragedia, una brutta storia, simile a quelle che si consumano nella nostra epoca. Il suicidio della seconda moglie aveva lasciato in lui dei segni profondi e delle ferire inguaribili, tanto che nel 1978 a Van Nuys, California, si tolse la vita anche lui, dopo avere sparato ad entrambi i figli, Justin di 9 anni e Jason di 7. Questo insano gesto, determinato da un momento di assurda follia, non solo stroncò a 52 la sua brillante carriera, ma ne offusco in parte la memoria ed i meriti conquistati sul campo. Molti preferirono non ricordare; parlare di Frank Rosolino, inevitabilmente, avrebbe riportato a galla una tragedia umana ed una brutta pagina di cronaca.

Ponendo su due piani differenti la vicenda umana e quella professionale, senza condizionamenti, l’International Trombone Association istituì un riconoscimento per trombonisti jazz, intitolato alla memoria di Frank Rosolino, considerato all’unanimità come uno dei migliori trombonisti di tutti i tempi.

La tragedia personale e familiare – come dicevamo – non ha aiutato molto a perpetuare negli anni il suo ricordo, ma per lungo tempo Frank Rosolino, strumentista irrequieto e molto audace nelle sue scelte tecniche, ebbe il rispetto e l’ammirazione dei colleghi e degli addetti ai lavori per via di uno stile personale, facilmente riconoscibile ed affinato grazie alla lunga militanza nelle big band a partire dagli anni quaranta, periodo al quale deve la maggior parte dei riconoscimenti soprattutto negli anni ’50, in particolare fra il 1952 e il 1954, durante la permanenza nell’orchestra di Stan Kenton.

Per quanti ignorano la discografia di Frank Rosolino, spesso ospite nei momenti d’oro dell’Orchestra RAI insieme a Conte Candoli, questo album potrebbe costituire una prima tappa, un punto di partenza per esplorarne gradualmente l’intera opera.

In “I Play Trombone” del 1956. pubblicato dalla Bethlehem Records, Rosolino dirige un splendido quartetto, formato a lui molto congeniale, con Sonny Clark al pianoforte, Wilfred Middlebrooks al basso e Stan Levey alla batteria. La presenza di Sonny Clark conferisce all’album un sapore più bop, molto vivace e meno vincolato alle atmosfere cool, tipicamente californiane. Di sicuro, “I Play Trombone” rimane uno dei momenti più felici della carriera del trombonista, contribuendo a consolidarne fama e notorietà, soprattutto ne allargò il consenso presso un pubblico più variegato ed esigente. È un album profondamente radicato nella musica del suo tempo e legato alle nuove istanze che andavano rivelandosi in quel periodo, non dissimile ad alcune cose che lo stesso Miles Davis stava sviluppando in quel momento; soprattutto un forte senso di liricità trabocca da ogni microsolco; tutti i passaggi sono ben ponderati ed il feeling fra i musicisti crea un collante perfetto per tutto l’insieme; il costrutto sonoro risulta omogeneo e ben delineato.

L’album si apre con “I May Be Wrong ( But I Think You’re Wonderful)”, dove Rosolino sprigiona tutta la sua componente swing in rapida scioltezza, usando un fraseggio assai accattivante, mentre Sonny Clark delimita il suo territorio con piglio da solista e non da gregario; ottimi gli scambi del trombonista leader con il bassista Middlebrooks e il batterista Levey. Con “The Things We Did Last Summer”, Rosolino sfodera la sordina, creando un’intrigante atmosfera cool, con un movimento flessuoso e spaziato. Nel pezzo di Sonny Rollins “Doxy” e in “Flamingo”, il trombonista si mostra davvero in grande spolvero, emettendo arpeggi alla velocità della luce, glissando al momento opportuno e dimostrando di avere l’assoluto comando sullo strumento con una padronanza ed una scioltezza non comune. Da encomio solenne il contributo di Sonny Clark, la cui creatività e l’innato talento aggiungono lucentezza all’intera sessione.

Due sono i brani originali composti da Frank Rosolino, ossia “Frieda” e “My Delux”. Nel primo il Nostro si muove sospinto da un’allegria contagiosa, mentre l’impeccabile Clark corre in lungo e largo sul piano, ampliando gli sforzi del band-leader; nel secondo spetta al bassista Middlebrooks annunciare la melodia con una linea di basso potente, seguita da un convincente assolo di Clark, quindi Rosolino raccoglie l’invito liberandosi in un gioco melodico inventivo ed avvolgente.

“I Play Trombone” è un album facilmente fruibile ed accattivante, realizzato con intelligenza compositiva ed organizzativa. Almeno metà dei meriti vanno attribuiti a Sonny Clark, co-leader del set, almeno in pectore, ma tutto il quartetto si esprime con equilibrio e precisione, sia nella gestione degli standard che degli inediti proposti.

Nel 1956, all’indomani della pubblicazione di “I Play Trombone”, Frank Rosolino era all’apice della carriera e della notorietà; prima che il suo genio si offuscasse e gli eventi precipitassero diede alle stampe molti altri dischi assai interessanti, che potrebbero dare l’esatta misura di un personaggio, a volte sottovalutato, ma più spesso dimenticato, per cause molteplici, ed assolutamente da riscoprire.

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