Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

GEORGE BENSON A UMBRIA JAZZ 2019. UN MELTING-POT DALLE RICCHE ARMONIE SONORE.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

George Benson ama suonare in Italia, soprattutto la sua presenza ad Umbria Jazz, anche quest’anno, sarà uno degli eventi clou della manifestazione. Il chitarrista di Pittsburgh fa parte di una rara categoria di artisti, per i quali una sola definizione potrebbe non essere esaustiva a delineare il carattere proteiforme e vulcanico del personaggio. I cultori della “disco” più raffinata amano ricordare soprattutto “Give Me The Night”. Per i templari del jazz in purezza rimane soltanto un uno dei tanti che per mero fine di lucro, in certo momento della carriera, hanno abbandonato il meno redditizio mondo delle “note blu”, per fare una puntatina nello sfavillante, consumistico ed opulento mondo della pop-dance. Egli, in realtà, ha saputo spaziare dal jazz al funk, dal pop al soul, dalla disco-music alla fusion con disinvoltura estrema, quasi con una sorta di senso innato per la “mutevolezza” e la “caducità” dei vari generi musicali, dove tutto viene inteso e percepito come un costante “mutatis mutandis”. Ascoltando George Benson, attraverso i vari aspetti della sua proteiforme ecletticità, si ha comunque l’idea di percepire sempre la stessa “cosa”, ossia un perfetta sintesi di eleganza, tatto e sopraffina intuizione musicale al di fuori delle rigide regole di un genere o di uno stile. In sintesi, pezzi ballabili come “Give me The Night”, “Turn Your Love Around”, “20/20”, “Teaser” “Let’s Do It Again” ed altri, se eseguiti nel corso di una jam-session, finiscono per diventare canzoni jazz a tutti gli effetti, poiché basati su strutture ed armonie jazz. A pensarci bene, per fare un parallelismo, bisogna risalire a Nat King Cole, (a cui Benson ha dedicato il suo ultimo album ufficiale ”Tribute To Nat King Cole”), il quale, nato come abile e raffinato pianista jazz (aveva accompagnato perfino Lester Young), divenne in seguito un popolarissimo esecutore di songs jazzate ma anche e, forse ancor più, un interprete di “canzonette” leggere e di facile ascolto. La voce ed il piano per il grande crooner erano l’una il prolungamento e la compensazione dell’altro. Parlando della chitarra, lo stesso si potrebbe affermare di George Benson, il quale nella prima parte della carriera, dopo aver appreso a mena dito la lezione ideale di Wes Montgomery, si impose come strumentista jazz, e in un secondo momento come vocalist raffinato e intrigante, nonché come autore ed interprete di brani pop-funk-dance. Otto Grammy ed una “laurea honoris causa” della Berklee University corroborarono questa duplice identità, rappresentando le due facce di una stessa medaglia fuse a caldo in una sintesi coerente e di alto profilo artistico.

Il Benson jazz-man cominciò con le jam sessions nei locali della città natale, Pittsburgh. Lo stesso Wes Montgomery, principale ispirazione di tutti i chitarristi di quel periodo, lo incoraggiò ad andare avanti, mentre l’organista Jack mcDuff gli insegnò i rudimenti del mestiere. Il suo “organ-combo”, quella esplosiva miscela di organo Hammond e chitarra elettrica, fu una formidabile scuola di swing e funk-soul. La svolta avvenne quando del giovane George si accorse il leggendario impresario e talent scout John Hammond, il quale lo scritturò per la Columbia. Le parole del chitarrista sono abbastanza eloquenti: “Quando ho messo insieme il mio primo gruppo avevo 22 anni. L’uomo poi chiamato Dr Lonnie Smith, era uno sconosciuto organista di Buffalo. Sono andato a prenderlo insieme all’organo, con un rimorchio agganciato al retro della mia macchina e siamo andati a New York City. Avevamo un manager che ci aveva promesso un lavoro e lo fece, quindi la nostra carriera è iniziata lì”. Le recenti ristampe della Sony dei primi dischi a suo nome, come “The George Benson Cookbook”, danno la stilistica cifra di un musicista brillante ed estroverso. Seguì la chiamata di Miles Davis, che lo volle in “Miles in the Sky”. Racconta Benson: “Dopo che Miles Davis mi chiamò al telefono per partecipare al suo disco, sono venuto finalmente fuori e molti di quelli che non mi avevano mai considerato, m’invitarono a registrare con loro. Sono stati giorni molto belli per me e hanno davvero aggiunto molte conoscenze, dando una spinta a quella che poi si è rivelata la mia carriera”. Subito dopo l’approdo all’etichetta CTI di Creed Taylor, che lo vide a fianco di Freddie Hubbard, Stanley Turrentine e Ron Carter. “Creed Taylor era un uomo che sapeva come collegare i suoi artisti al pubblico” – sono le parole del chitarrista – “Aveva avuto molto successo con la bossa nova con Stan Getz e aveva registrato i primi album mondiali di Carlos Jobim. Prese anche un organista da strada e da nightclub del circuito chitlin, il suo nome era Jimmy Smith, trasformandolo in personaggio popolare anche per le casalinghe con l’album “Walk On The Wild Side”; il suo nome era legato al lancio ed al successo di Wes Montgomery, Creed Taylor aveva fatto cose degne di nota, quindi fu un onore per me collaborare con la sua nuova casa discografica”.

A questo punte comincia la seconda parte della carriera, legata alla geniale intuizione di Tommy Li-Puma. “OK”, – gli disse il produttore – “andiamo con qualche pezzo vocale e vediamo che succede”. Il risultato fu il pluripremiato “Breezin’” del 1976, il primo disco ad impostazione jazz che si colorò di platino con un successo di vendite mai registrato prima. La felice fusione di assoli jazz e vocalità vellutata e suadente dimostrarono di funzionare, con buona pace dei puristi ligi all’ortodossia, dando vita ad un genere più facile ed immediato, denominato “smooth jazz”, ossia “jazz levigato”, dove la parte melodica, riduceva al minimo la fase improvvisativa tipica del bop.

La collaborazione con Li-Puma e la Warner Bros prosegui’ per molti anni con immutato successo. Gli elementi erano sempre gli stessi, trattati con una formula semplice, ma quasi magica. In realtà nessuno meglio di George Benson portò a sintesi quei generi individualmente indicati come soul, pop, jazz e funk, ma che tutti insieme davano maggiore credibilità alla rappresentazione estetica della Black Music degli anni ’80, diventata in quel periodo storico più ecumenica e condivisa dal pubblico bianco. L’opera di George Benson si trascinò dietro tutta una serie di emuli, che dal jazz, dal soul e dal blues cercarono di seguire il suo esempio, distillando prodotti vocali e strumentali raffinatissimi. In quegli anni spiccano le produzioni di Quincy Jones (e sono altri Grammy) e la collaborazione con Aretha Franklin per la spendida “Love All The Hurt Away”, indimenticabile il duetto con Chaka Khan in “We Got The Love”. Come non citare la sua struggente versione di “Greatest Love of All”, ripresa in seguito da Whitney Houston. Non meno importante la sua partecipazione all’ultimo album di un attempato Frank Sinatra, “L.A. Is My Lady”

In tempi più recenti, Benson ha seguito Li-Puma nel suo passaggio alla GRP, e la premiata ditta ha continuato a lavorare insieme a dischi di pregevole fattura come “Absolute Benson” del 2000. George Benson non si è mai fermato, dividendosi tra jam session, collaborazioni di lusso ed esibizioni live in tutto il mondo, fino a giungere all’ultima pubblicazione risalente al 2013 e dedicata, come già detto, a Nat King Cole. Appuntamento, dunque, a Perugia il 15 luglio all’Arena Santa Giuliana per riscoprire il suono della sua meravigliosa chitarra Ibanez: “Questa chitarra l’ho fatta realizzare prima di tutto per avere uno strumento solido da portare in tour con me e poi non va sottovalutata la sua duttilità esecutiva. La mia chitarra mi permette di decidere che suono esprimere a seconda dello stile senza che io sia troppo prigioniero dei suoi vincoli acustici e ritmici. La mia educazione compositiva deve molto a Nat King Cole ma altrettanto a Charlie Parker. Quando ho sentito le sue sperimentazioni ai fiati ho compreso che dovevo osare di più nelle mie esecuzioni. E forse per questo facevo difficoltà a trovare band che volessero suonare con me. Ero un po’ troppo fuori dalle regole…”

George Benson
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