Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

McCOY TYNER, L’UOMO CHE SVECCHIO’ IL MODO DI SUONARE IL PIANOFORTE NEL JAZZ

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrna //

Nella storia del jazz moderno ci sono molti dischi sfuggiti al controllo dei radar, altri sottovalutati da una certa critica di maniera, più interessata all’effetto commerciale, al numero di copie da vendere o ad esercitare una sorta di captatio benevolentiae sui lettori o sui fruitori a vario titolo, che non al reale valore musicale di un album. “Expansions” di McCoy Tyner fu senz’altro vittima di questa insana consuetudine che tagliava trasversalmente il mondo dei media e degli addetti ai lavori.

Venerdì 23 agosto 1968, McCoy Tyner eveva solo 29 anni quando, per conto della Blue Note Records, varcò la soglia del Van Gelder Studio per registrare “Expansions”. Nonostante l’ancora giovane età, il pianista di Philadelphia era già un musicista esperto e di notevole esperienza, soprattutto aveva già preso parte ad alcuni dischi epocali. L’attività di Tyner nel mondo della musica era partita intorno ai 15 anni, suonando in vari gruppi locali di R&B. Fortuna volle che un suo vicino di casa fosse proprio il pioniere, l’antesignano e l’innovatore per antonomasia del “pianismo” nel jazz moderno, tale Bud Powell, il quale intuì subito le grosse potenzialità del giovane Tyner instradandolo verso il bop.

Il debutto di Tyner avvenne in grande stile, nel 1959 fu assoldato come sideman nei The Jazztet, la band sperimentale di Benny Golson e Art Farmer; un anno dopo, appena ventunenne, fu reclutato da John Coltrane, divenendo parte integrante dello storico quartetto del sassofonista, insieme al quale, per i cinque anni successivi, avrebbe contribuito a plasmare il corso della storia del jazz attraverso album come “My Favorite Things”, “Live At The Village Vanguard” “Impressions”, “A Love Supreme” ed altri; contestualmente, aveva avviato la sua carriera come band-leader. Nel periodo 1962 / 1964, Tyner pubblicò sei album per l’etichetta Impulse! Dopo il divorzio da Coltrane, avvenuto nel 1965, per circa due anni rimase senza contratto, barcamenandosi in situazioni varie ed adattandosi a fare perfino il tassista. Finalmente, nel 1967, arrivò il contratto con la Blue Note.

Anche se spesso sottovalutato e trascurato, “Expansions” ha avuto la sola colpa di essere stato pubblicato troppo presto, dopo l’acclamato debutto in casa Blue Note avvenuto con il fortunato “The Real McCoy” nel 1967. Per il resto, “Expansions” è l’album che, più di ogni altro, ha allargato gli orizzonti musicali del pianista di Philadelphia, mettendone in evidenza le doti di compositore e arrangiatore; soprattutto il disco evidenzia la naturale crescita di Tyner, finalmente fuori dall’ombra e dall’influenza di Coltrane ed in grado di esprimersi in maniera personale con uno stile chiaro e disitintivo.

“Expansions”, fu quarto LP pubblicato per Blue Note, ma sin dal il titolo si intuisce che si trattava di un progetto ambizioso per Tyner, il quale mise insieme un ensemble più “espanso” della norma composto da sette musicisti, una formazione eccellente: al sassofono c’era Wayne Shorter, ancora membro del Miles Davis Quintet; mentre Ron Carter sempre “preso in prestito” da quel gruppo, suonò il violoncello al posto del solito basso; alla tromba uno dei talenti emergenti di Philadelphia in quel periodo, Woody Shaw, il quale si era distinto insieme all’organista Larry Young nell’abum “Unity” del 1966; al sax contralto (e flauto) un valido musicista di Baltimora, Gary Bartz, che, più tardi negli anni ’70, sarebbe stato assoldato da Miles Davis; la ciurma si completava con il bassista Herbie Lewis ed il batterista Freddie Waits.

L’album si apre con “Vision”, passando da un impulso dal passo deciso a una sorta astrazione sonora. Dilatato sul tempo di dodici minuti e guidato dagli accordi percussivi e fortemente ritmici del pianoforte di Tyner, è un tipico esempio di jazz modale anni ’60 dal taglio propulsivo. Il brano appare assai sfarzoso e declamatorio, mentre gli strumenti a fiato armonizzano una serie di motivi simili ad un squillo, prima di creare una specie di ponte oscillante sostenuto dal basso di Herbie Lewis in marcia forzata. Tyner sviluppa il primo assolo, giustapponendo esplosivi accordi ed esplorando tutta la tastiera del piano da sinistra a destra e viceversa. Mentre l’incedere della musica cala lentamente, Ron Carter conquista il proscenio con un intrigante assolo di violoncello ad arco che crea un ammaliante effetto di sospensione; rapidi passaggi improvvisativi da parte di Wayne Shorter, Gary Bartz e Woody Shaw, quindi al batterista Freddie Waits l’ultima parola, con un breve assolo prima di una ripresa del tema principale. L’influenza di Coltrane è evidente, ma anche il ruolo giocato da Tyner nel definire il suono nei migliori dischi di Trane, qui, appare confermato. L’enfasi è posta su brevi schizzi che creano assoli estesi e ripetitive vampate modali. Dopo la frenetica apertura, le acque di placano con la scintillante e afro-centrica “Song Of Happiness” che sviluppa un clima di rilassante serenità dal sapore orientale, attraverso l’uso di scale pentatoniche. Un anno prima Tyner aveva visitato l’Africa e l’estremo Oriente ed era rimasto affascinato da talune sonorità. “Smitty’s Place” inizia con un breve cenno ad Art Tatum prima di trasformarsi nel pezzo più feroce ed energico della sessione, caratterizzato da una serie di bonari duelli da parte dei membri del settetto. Il primo trova Wayne Shorter in giostra con Tyner; seguono Shaw e Bartz, i cui strumenti si intrecciano, s’incontrano e si scontrano, per poi dileguarsi sotto i colpi decisi della batteria; Ron Carter e Herb Lewis creano un dialogo tra violoncello e basso, mentre Freddie Waits rientra per avviare una piacevole conversazione sonora con Tyner. Costruito su un groove di basso midtempo simile a quello di “Song For My Father” di Horace Silver, “Peresina” di ispirazione latina, dimostra come Tyner fosse in grado di suonare con delicatezza, potenza e precisione al contempo. Le partiture degli strumenti a fiato, elegantemente miscelati da Shorter, Bartz e Shaw contribuiscono a produrre assoli da manuale. Il microsolco si chiude con una ballata agrodolce, “I Thought I’d Let You Know”, firmata Cal Massey, è il momento più tradizionale dell’album, unico brano non originale contenuto nel disco.

“Expansions” è un album innovativo e geniale, forse una risposta all’inquieta ricerca sonora di Coltrane dopo “A Love Supreme”. Gli agili assoli di Tyner e l’accompagnamento turbolento, il modo di concepire l’arrangiamento e la struttura delle tracce hanno determinato, negli anni successivi, un’influenza innegabile su molti musicisti, pianisti in particolare. In quel lontano 1968, però, McCoy Tyner appariva unico ed inimitabile, nessuno era in grado di suonare come lui.

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