Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

NEL JAZZ, LA PRIMA É SEMPRE LA MIGLIORE

– Freddie Hubbard e Johnny Griffin un esordio irripetibile –

// Solo Vinile by Francesco Cataldo Verrina //

Apriti sesamo” è una formula magica. Con “Open Sesame” per Freddie Hubbard si spalancarono le porte del jazz. Il trombettista aveva solo 22 anni e la Blue Note gli concesse di guidare il suo primo set come band-leader. Siamo in una sorta di enclave spazio-temporale, a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, quando il jazz scandiva il ritmo delle metropoli, rappresentando una specie di catarsi, di atto liberatorio fisico e spirituale per il popolo nero, un sogno da materializzare, per poi approdare al ricco banchetto dell’american-dream, soprattutto un salvacondotto verso la libertà espressiva e l’emancipazione sociale.

In quel lasso di tempo furono realizzati una manciata di album epocali e seminali. Sembrava che una sorta di aura divina avvolgesse e favorisse tutta una generazioni di musicisti. Prima di questo debutto a suo nome Hubbard aveva già registrato con Trane, Eric Dolphy, Wes Montgomery, Paul Chambers e molti altri personaggi di rilievo. Il 16 giugno del 1960 il trombettista entrò in studio alla testa di un quintetto con il sassofonista tenore Tina Brooks, il pianista McCoy Tyner, il bassista Sam Jones e il batterista Clifford Jarvis. Il giovane Freddie aveva già ottime credenziali, ma in questa fase iniziale espresse un notevole potenziale creativo ed espressivo che lo guiderà presto sulla rotta dei grandi eventi del jazz mondiale. La sua tromba è sfavillante, gli assoli sono imprevedibili ed energici; il suo modo di agire sullo strumento appare come una summa, una fusione a caldo degli stili di Clifford Brown, Lee Morgan e Dizzy Gillespie; non è un semplice derivato, ma una perfetta evoluzione proiettata verso il futuro. Infatti, da lì a poco, Hubbard sarà coinvolto da Ornette Coleman nell’ambizioso progetto “Free Jazz”.

“Open Sesame” dimostra senza tema di smentita che Hubbard possedeva in nuce le caratteristiche per entrare nell’Olimpo dei grandi del jazz. L’album è la risultante di tutte quelle essenze e di quelle nuances creative che l’hard-bop emanava e dipingeva in quel momento: dal swing alle tinte latine, dal soul-funk all’improvvisazione esasperata sull’orlo del free. Tina Brooks, sfortunato sassofonista tenore di talento, prematuramente morto a soli 42 anni, solista meticoloso e lirico, nel contesto di questo set, diventa un complemento ad incastro, quasi perfetto per Hubbard, sia come autore-compositore dell’iniziale title-track, “Open Sesame”, in cui sfodera un fraseggio potente e generoso che spinge Hubbard a livelli espressivi da manuale, in una sorta di altalenante gioco agro-dolce. Gli animi si acquietano con la seconda traccia, “But Beautiful”, in cui il giovane trombettista sfoggia un’inattesa maturità ed un’innata tempra da crooner musicale alle prese con una pastosa ballata, arricchita di melassa da parte del sax di Brooks, molto in odor di Dexter Gordon, mentre il dondolante fraseggio pianistico di Tyner ne fa uno dei momenti più romantici, lirici ed intensi dell’album. La prima facciata si chiude con “Gipsy Blue”, dove Hubbard e Brooks sembrano davvero essere fatti l’uno per l’altro, sax e tromba si scambiano suggerimenti, si avviluppano e si allontanano, risucchiando l’ascoltatore nel vortice di un ‘esotica melodia a presa rapida.

La B-Side si apre con “All Or Nothing At All”, che dopo una suadente introduzione del tema da parte di McCoy Tyner al pianoforte, l’atmosfera muta come in un improvviso temporale sotto una pioggia di note scroscianti, mentre dalle retrovie la batteria di Clifford Jarvis a percussione dinamica e i colpi taglienti del contrabbasso di Sam Jones spintonano la tromba di Hubbard verso un fraseggio rapido e festoso, giocato sul filo dell’improvvisazione. “One Mint Julipet” è bop mid-range a tinte soul, dove ancora una volta tromba e sassofono si scambiano promesse per l’eternità, supportati dalla retroguardia; in particolare il tocco oscillante di Tyner crea un’avvolgente atmosfera di sospensione. “Hub’s Nub” suggella l’album, sottolineando anche la tempra compositiva del giovane Hubbard alle prese con un hard-bop di pregevole fattura sia nella struttura armonico-melodica che in quella ritmica. “Open Sesame”, oltre ad essere un degli album più riusciti dell’intera storia della Blue Note, è una vetrina importante per inquadrare il fenomeno Freddie Hubbard nel suo divenire. Un disco che non dovrebbe mancare nella vostra collezione, se non altro per comprendere meglio alcune evoluzioni del jazz moderno.

Molti si attardano a descrivere spesso la velocità di Johnny Griffin, quale elemento distintivo, dimenticando tutto il resto. In fondo il jazz non è un gesto atletico, almeno non è solo un’attività fisica; nella modalità di esecuzione di uno strumentista intervengono fattori molteplici, di cui la rapidità costituisce solo un aspetto, ma di certo non quello più importante. Senza considerare che la velocità è stata una delle peculiarità dell’hard-bop e del post-bop, comune a tanti artisti di rango; spesso il fiato era più potente delle idee e la mani più rapide del cervello.

Di Johnny Griffin si può dire, che nonostante sia stato sottostimato da una certa critica ed oscurato dai nomi eccellenti del sax tenore, quali John Coltrane e Sonny Rollins, possedeva il talento per potersi misurarsi alla pari con la stragrande maggioranza dei suoi coevi: fulmineo e potente, ma dallo stile raffinato e preciso, imprendibile in corsa, ma incantatore di anime solitarie nelle ballate. E siccome il buon giorno si vede dal mattino, “Introducing Jimmy Griffin” rivelò subito la genialità e la bravura del “piccolo” sassofonista tenore, anche come compositore. Al momento della registrazione di questa session Johnny Griffin, detto “the little giant” per via della sua bassa statura, aveva ventotto anni. Partito giovanissimo alla ricerca di un ingaggio sicuro, per circa dodici anni era stato membro della big band di Lionel Hampton, come un tranquillo, onesto ed anonimo lavoratore che timbra il cartellino ogni giorno, fino a quando, nel 1956, la Blue Note non organizzò il suo debutto come band-leader.

Con questo suo primo album Griffin inizia una traiettoria verso l’alto che lo porterà all’attenzione internazionale. I sodali sono in forma smagliante: Wynton Kelly al pianoforte, Curly Russell al basso e soprattutto Max Roach alla batteria che sostiene i lunghi assoli di Johnny Griffin offrendogli una perfetta linea guida, attraverso un tappeto ritmico che si srotola velocemente sotto l’ardente progressione del sax. La session di “Introducing” venne registrata pochi mesi dopo la tragica morte di Clifford Brown; forse Max Roach cercava qualcuno che, in qualche modo, potesse offrirgli una sponda sicura alla medesima stregua del defunto giovane trombettista, e Griffin non lo deluse. Roach dà il via all’originale “Mil Dew” a firma Griffin con un insolito tempo fuori misura, basato su “I Got Rhythm”, mentre il sassofonista leader riporta citazioni tratte dal celebre “Surrey with a Fringe On Top”, sprizzando nell’aria scintille funk e blues che sembrerebbero dire: “Potrei suonare due volte più velocemente“; dal canto suo pianista Wynton Kelly diventa una lamina su cui tutto scivola perfettamente, mentre il basso di Curley Russell non perde una battuta immergendosi nella bolgia del ritmo sviluppato da Roach. Non c’è solo velocità e prestanza fisica; il fraseggio di Griffin operato sulla melodia di “These Foolish Things” diventa un master class, una lezione su come arricchire ed espandere una semplice sequenza di note. L’assolo di piano di Kelly crea la sensazione di un piacevole andamento al trotto, leggero e costante, quasi a compensare il lancinante lamento sonoro del sax, mentre dalle retrovie un orda di tamburi in crescendo annuncia l’ingresso sulla scena del sassofonista. I tre originali di Johnny Griffin mostrano l’ampiezza e la vastità inventiva del suo modo di comporre e suonare. Si va dal bop energico e tirato di “Mil Dew”, passando attraverso l’up-tempo rilassato di “Chicago Calling”, fino alle basse profondità a base di riffs blueseggianti di “Nice and Easy”. Il momento clou dell’album e certamente la superba interpretazione di “Lover Man”, la classica ballata firmata Ramirez / Sherman / Davis, che sarebbe diventata un pezzo immancabile nel repertorio di Johnny Griffin negli anni a venire.

“Introducing Johnny Griffin” rappresentò un album fortemente innovativo per il 1956, di certo l’idea era di travalicare quelle che erano certe calcificate e stantie abitudini del bop primigenio. Siamo ancora lontani dai grandi sconvolgimenti a cui il popolo del jazz assisterà a partire dal 1959. Un disco sottovalutato dalla critica americana, ma amato dal pubblico, come quasi tutta la produzione di Johnny Griffin, il quale stanco dell’irriconoscente madrepatria, preferì vivere gli ultimi ventiquattro anni della propria vita in un confortevole esilio francese. Gli Europei gli hanno sempre tributato onori, successo e fama.

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