Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

STORIE DI VECCHI LEONI DEL JAZZ

Harry “Sweets” Edison e Roy Eldridge due personaggi da riscoprire.

di Francesco Cataldo Verrina

Fu Elvin Jones a chiarire l’origine del nomignolo che gli aveva attribuito Lester Young: “Aveva tante amiche donne, era un uomo così bello. Aveva sempre tutte queste ragazze che gli giravano intorno, per questo lo chiamavano Sweets”.

Classe 1915, Harry “Sweets” Edison apparteneva alla vecchia scuola del jazz, vantando una lunga militanza come prima tromba nell’orchestra di Count Basie ed un’infinità di collaborazione con alcuni dei nomi più prestigiosi del jazz e della musica americana. Una lunga carriera iniziata negli anni 30 e segnata da circa una quarantina di album come leader o co-leader e centinaia di registrazioni come sideman.

Harry “Sweets” Edison- For My Pals

Quando diede alle stampe “For My Pals”, registrato al Group IV Recording di Hollywood, il 18 ed 19 aprile del 1988, Edison aveva 73 anni, i suoi assoli di tromba non erano quelli di una volta, ma il risultato finale fu quello di un album piacevole, soprattutto grazie al sostegno di una band impeccabile ed agguerrita, formata dal trombettista Buster Cooper, Curtis Peagler al tenore e contralto e da una sezione ritmica di esperienza con il pianista Art Hillery, il bassista Andy Simpkins e il batterista Albert “Tootie” Heath. Due le composizioni originali del vecchio trombonista: “On The Road With Jaws” e “Count Me Out”, un omaggio al suo mentore, un blues dal sapore retrò con accompagnamento di organo; per il resto sei standard tra cui una splendida versione di “Sophisticad Lady” di Duke Ellingnton e un’intrigante riproposizione di “Lover Man (Oh Where Can You Be) scritta da Miles Davis e lanciata da Charlie Parker; forse il momento più riuscito dell’album è l’indimenticabile interpretazione di “It’s A Wonderful World”. Harry “Sweets” Edison con fare da vecchio crooner si lancia anche in un brano cantato, “Good Night”, cercando di intenerire soprattutto l’audience femminile, a lui sempre molto legata.

Pubblicato nel 1988 dalla Pablo Records, il disco si caratterizza come una sorta di omaggio ad un’epoca pionieristica del jazz, ma con un gusto moderno ed un’eccellente qualità sonora; letteralmente “For My Pals” significa “per i miei amici”. Un album scorrevole ed immediato, consigliato ai neofiti ed a quanti non cercano compiti difficili da svolgere e formule sonore da decifrare

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Roy Eldridge – Montreaux ’77

Questo album può avere una duplice chiave di lettura: potrebbe essere considerato un disco dell’Oscar Peterson Trio con la partecipazione di Roy Eldridge come bonus aggiuntivo; diversamente, come l’ultimo ruggito di un vecchio leone della tromba combattivo ed indomito, quasi settantenne, supportato dalla migliore sezione ritmica allora in circolazione; probabilmente sia l’una e l’altra cosa. Per uno strano gioco del destino, Roy Eldridge non riuscì più a fare nessun altro disco come vero band-leader, il successivo, ed ultimo definitivamente, fu una comproprietà; da lì a poco sarebbe stato colto da una grave malattia, che gli avrebbe impedito di suonare la tromba per i restanti dieci anni della sua vita.

A parte le implicazioni storiche ed umane, questo è un ottimo album, peraltro di eccellente qualità sonora, pur essendo registrato dal vivo. Pubblicato su etichetta Pablo Live, venne definito dallo stesso Oscar Peterson come uno dei migliori live, tra i tanti da lui realizzati. L’elemento sorprendente e caratterizzante è sentire l’attempato Roy Eldridge, dopo quarant’anni di onorata carriera, esprimersi in maniera audace ed energica e con la grinta di un debuttante voglioso di dimostrare ancora qualcosa. Una condizione straordinaria e favorevole ad una ripresa dal vivo. Nel jazz, dove l’elemento primigenio ed istintivo sono determinanti, ogni sorta di appagamento fa scivolare gli artisti nella routine e nel manierismo, ma non fu questa la circostanza.

“Montreaux ’77” mostra Oscar Peterson al pianoforte, Niels Henning Orsted Pedersen al basso e Bobby Durham alla batteria in una condizione straordinaria: la loro intesa è perfetta; soprattutto si ha la percezione che “Little jazz”, questo il nomignolo affibbiato ad Eldridge, avesse il sentore che la registrazione del concerto sarebbe, forse, stata il suo canto del cigno. Sembra che il piccolo uomo avesse puntato i piedi per terra, cercando di innalzarsi verso il cielo attraverso il suono della sua tromba, che a volte corre veloce in senso di sfida come ai tempi delle bonarie competizioni tra i solisti dell’epopea d’oro del jazz classico e del bop. Roy Eldridge non mostra i segni del tempo e non appare per nulla un uomo al crepuscolo; lui che aveva già cominciato ad incidere dischi negli ’30, noto per l’uso di sofisticate armonie e l’attitudine alla sostituzione tritonale; lui che aveva vissuto l’era delle big band da protagonista, assorbito la lezione di Benny Carter e poi guadato indenne verso la nuova era bop del dopoguerra attraverso l’affiatato sodalizio con Coleman Hawkins. Anche in questa occasione Eldridge riesce ad essere l’anello di congiunzione fra due distinte epoche del jazz del Novecento, ponendosi a metà strada tra liricità di Louis Armstrong e il dinamismo di Dizzy Gillespie, in particolare rievocando a tratti le atmosfere dell’epopea di Duke Ellington e quella di Charlie Parker in un afflato di rara bellezza con la terna ritmica.

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Roy Eldridge

Il repertorio scelto si sostanzia in due composizioni firmate Eldridge; “Gofor”, dove il picchiettante e limpido pianoforte di Oscar Peterson innesca una gara di velocità con la tromba, tra applausi scroscianti, da manuale l’assolo del basso vibrante di Niels Henning Orsted Pedersen; mentre “Joy The Roy”, sicuramente il momento clou dell’album, ricrea con ironia un’atmosfera blues anni ’30 alla Satchmo; Pedersen annuncia il tema con passo flessuoso da “Pantera Rosa”, Eldridge lo riprende ed inizia la sua scalata in crescendo, mentre il basso lo accompagna per un tratto con la lucentezza di una chitarra, piano e batteria, dalle retrovie, procedono con piglio quasi divertito; sul finale ottimo scambio tra contrabbasso e pianoforte, un numero tipico dell’Oscar Peterson Trio. “Perdido” offre al pianoforte di Peterson di volteggiare creando un’atmosfera retrò quasi alla Earl Hines, fino a quando la tromba non squarcia l’aria riconquistando la scena, basso e batteria si concedono una fuga in simultanea nell’interludio, quindi un piacevole alternanza in velocità fra piano e tromba, sostenuti da rullanti tamburi di guerra. “Goodbye Blackbird”, dal titolo emblematico è un bop primordiale, dove a tratti sembra di udire l’eco della tromba di Gillespie. L’inziale “Between The Davil And Deep Blu Sea” non è da meno, il trio spinge il vecchio Roy verso un bop insanguato di soul; non manca neppure l’atmosfera soffusa della ballata, in “I Surrender Dear”, il lancinante pathos che la tromba di Eldrige sprigiona, viene magnificato dal tocco avvolgente del piano, dunque brividi garantiti per tutti gli animi gentili, fino a quando Osacr Peterson non si ritaglia il suo spazio da protagonista e porta il brano fuori dal sotterraneo notturno, quindi imbeccato dal dinamico basso dello svedese, Eldridge legge con attenzione il groove e cambia passo sino alla chiusura dei battenti. “Montreaux ’77” è un album che non dovrebbe mancare nella vostra collezione, senza se e senza ma.

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