Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

UMBRIA JAZZ 2019, KAMASI WASHINGTON ALL’ARENA SANTA GIULIANA. IL JAZZ COME ELEMENTO AGGREGANTE.

Di Francesco Cataldo Verrina

Se volessimo usare un termine molto in voga soprattutto fra i giovani, potremmo dire che Kamasi Washington ha “steso” il pubblico dell’Arena Santa Giuliana. Fuor di metafora, nessuno era a terra, anzi, moltissimi erano spesso in piedi ad acclamare il corpulento sassofonista e la sua band; tanti ballavano e si dimenavano sotto le potenti incursioni ritmiche ed i taglienti riffs funkoidi. Non poteva essere diversamente, Kamasi Washington è riuscito trasformare un semplice concerto in una vera propria festa della musica, attraverso un suono meticcio ricavato da influenze molteplici, che usa il “jazz” come aggregante, un happening collettivo e contagioso, certamente uno dei momenti più significativi dell’edizione 2019 di Umbria Jazz. Kamasi Washington usa un linguaggio trasversale; i suoi sostenitori sono soprattutto giovani con lo smartphone in mano che continuano a scattare foto e girare piccoli filmati, nonostante il solito avvertimento dell’organizzazione di non fare riprese di alcun tipo, sia audio che video. Nella sua musica le categorie e i generi costituiscono un amalgama interconnessa e collettiva, una sovrapposizione di esperienze, una stratificazione di stili con una visione globale articolata ed inclusiva. Queste le sue parole: «Se dici che Jerry Roll Morton e John Coltrane sono jazz, come puoi dire che John Coltrane e James Brown non siano jazz? Se John Coltrane e James Brown sono jazz, anche James Brown e Snoop Dog sono jazz, quindi se lo è Snoop Dog, lo è anche Kendrick Lamar. Il termine jazz è così onnicomprensivo che lo potresti usare per molta della musica americana».

La serata al Santa Giuliana di Perugia si era aperta con gli ottimi Snarky Puppy, composita band formata da giovani musicisti, forieri di una fusion moderna, suonata con piglio virtuosistico ed estrema destrezza, i quali avevano già infiammato gli animi del pubblico pagante e degli addetti ai lavori, mentre la platea e le gradinate si erano riempite in ogni ordine di posto. La breve pausa non consente, soprattutto ai fans di kamasi di smaltire l’adrenalina; il suo arrivo sulla scena è salutato con grande entusiasmo. Poche parole d’introduzione e quella che il sassofonista chiama sovente “own sound” si libera nell’aria soggiogando il pubblico. In sintesi, la formula musicale inventata da Kamasi Washington mutua dal jazz la necessità di trovare un carattere personale, una maniera di inquadrare la vita stessa prima dell’elemento sonoro, un modulo espressivo che attinge al passato ma che vuole essere anche un passaporto per il futuro. Ha più volte dichiarato: “Tutto ciò che penso e che vorrei dire, lo faccio raccontare al mio sassofono”. Nel suo modus operandi ci sono molti elementi di spiritualità, che spesso lo accomunano a John Coltrane, anche in quel suo modo impetuoso di soffiare nel sax e divorare le note, al limite della sofferenza. Ovviamente di Trane c’è ne è stato uno solo e non è geneticamente replicabile, oltremodo. I punti che li dividono sono molti rispetto a quelli che li uniscono: Kamasi Washington è un animale da palcoscenico con un fisico imponente che riempie la scena ed un’aria ieratica da santone laico; il suo look è la summa di molte figure significative della balck music e la musica ne è un derivato.

All’Arena Santa Giuliana Kamasi Washington ha aperto subito il suo scrigno dei tesori, il triplo l’album epocale “The Epic”, già annoverato tra i Top 100 della musica jazz di tutti i tempi, un capolavoro per qualità e quantità. Il pubblico conosce i pezzi a menadito e li canta, soprattutto raccoglie l’invito a ripetere alcuni incisi cantati e lo fa con perfetta coralità ed ottima intonazione. Quando la band accenna a “Malcom’s Theme”, pezzo dedicato a Malcom-X, il pubblico va in solluchero. La versione proposta è più scarna e più dilatata di quella del disco, potente e da brivido la voce della corista Patrice Quinn. Kamasi è umano, offre molto spazio agli assoli di suoi musicisti, sa essere comunicativo, spontaneo, diretto, forse anche un po’ commosso per il calore ricevuto; parla con la platea, dice perfino :“Io sono uno di voi, ho un cuore come voi...”

Kamasi Washington – Umbria Jazz 2019 – Arena Santa Giuliana

Un’altra serata da incorniciare all’Arena Santa Giuliana di Perugia, dove, Kamasi Washington supportato dai fedelissimi, (il trombonista Ryan Porter e Miles Mosley al contrabbasso, due assoluti comprimari insieme alla cantante Patrice Quinn) è riuscito a creare una centrifuga ideale degli ultimi cinquanta anni di jazz, senza suonare un classico della tradizione, uno standard o approfittare del repertorio di altri. La sua ancor breve discografia contiene già perle di pregevole fattura.

Ascoltando la performance di Kamasi Washington si ha come l’impressione che il jazz sia veramente un collante fra i vari stilemi della black music, tutti quei figli del “popolo del blues” che si si ritrovano improvvisamente insieme sotto lo stesso vessillo, un frullatore di swing moderno a più scomparti in grado di fondere a freddo i moduli espressivi di Stevie Wonder, John Coltrane, Art Blakey, Sonny Rollins, James Brown, Wayne Shorter, Marvin Gaye, Pharoah Sanders, Funkedelic e Herbie Hancock con l’aggiunta di cori di cinematografica memoria, ma senza dare l’idea di essere il figlio di un’epoca musicalmente frammentaria e parcellizzata, dove il plagio o la citazione sonora vengono spesso scambiati per ispirazione (involontaria). Kamasi Washington è un ottimo trasformatore dei materiali provenienti dalla miniera ispirativa della musica afro-americana; lo fa attraverso un suono magniloquente ed ampolloso, anche se assai duttile, certamente inconfondibile, aggiungendo un forte tratto distintivo e personale e trasportando il jazz sul piano inclinato dell’innovazione, dove novità significa essenzialmente libertà espressiva e compositiva.

Visite: 185
   Invia l\'articolo in formato PDF