Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

NEL JAZZ, IL RITORNO ALLE ORIGINI È QUASI COME UN NUOVO DEBUTTO.

– Donald Byrd e Frank Morgan, il ritorno dei giganti –

// SOLO VINILE by FRANCESCO CATALDO VERRINA //

Donald Byrd – “Harlem Blues”: Nel 1988, quando Donald Byrd diede alle stampe questo disco per la Landmark Records aveva 66 anni e sin dal 1972 aveva abbandonato il jazz mainstream, dedicandosi all’insegnamento ed a promuovere l’attività della sua nuova band, i Blackbyrds, gruppo dedito ad una mistura sonora a metà strada tra rhythm’n’blues classico e la più moderna funk-fusion.

Erano passati cinque anni dalla sua ultima incisione discografica, inoltre, a conti fatti, ne erano passati quindici dal momento in cui aveva abbandonato i ripidi sentieri dell’hard-bop; soprattutto aveva trascurato il suono della sua tromba, unico ed inconfondibile, elemento caratterizzante di moltissimi set nell’epopea d’oro del jazz anni ’50 e ’60. Volendo cercare il pelo nell’uovo, il periodo di lontananza dal strumento risulta evidente in vari punti dell’album, dove Byrd appare più come una sorta di demiurgo, di organizzatore della session e non più quell’animale da palcoscenico, dal temperamento irruento, dal sangue caldo irrorato di soul e blues. L’insegnamento e la gestione di un gruppo in pianta stabile avevano fatto maturare in lui altre convinzioni. Dando per scontato che a 66 anni non si possegga più l’impeto di un giovinetto, soprattutto quando si è appagati da una posizione istituzionale.

In tutta franchezza credo che il vecchio leone della tromba abbia voluto deliberatamente dare spazio ai suo quattro eccellenti sidemen: l’altoista Kenny Garrett, il pianista Mulgrew Miller, il bassista Rufus Reid e il batterista Marvin “Smitty” Smith. Nonostante il nuovo assetto produttivo, il figliol prodigo, Donald Byrd, tentò un ritorno alle origini con un album nell’insieme di alto valore qualitativo, soprattutto tenendo conto del periodo in cui venne immesso sul mercato. In quegli anni trovare album jazz di questa fattura, distillati in purezza, era assai raro.

Registrato il 22 ed 24 settembre 1987 al Van Gelder Studio con la produzione di Orrin Keepnews, “Harlem Blues” si basa tre composizioni originali che fanno da contorno ad un riuscitissimo omaggio a Thelonius Monk, attraverso una lunga versione di “Blue Monk”, che da sola vale il prezzo della corsa ed una splendida interpretazione di “Harlem Blues” di WC Handy, sicuramente il pezzo più riuscito dell’album; interessante risulta anche la scelta del terzo standard, “Alter Ego” di James Williams. Due brani sono firmati da Byrd, “Fly Little Bird” e “Sir Master Kool Guy”, mentre “Voyage à Deux (Journey for Two)” fu scritta per l’occasione dal sassofonista Kenny Garret. Questo album fu l’inizio di una nuova partenza e non ci volle molto, perché il vecchio Donald Byrd si scrollasse un po’ di polvere di dosso.

Frank Morgan Quartet – “Yardbird Suite”, 1985: L’esperienza c’insegna che il ritorno nell’agone jazz negli anni 80 di molti vecchi leoni del bebop, è stato sempre pari, per intensità e coinvolgimento, al loro debutto giovanile sulla scena. Per molti artisti di vaglia del calibro di Frank Morgan si è trattato dell’inizio di una nuova giovinezza, ma con un marcia in più, ossia il supporto dell’esperienza. Nel 1988, Frank Morgan ritornò alle origini con un album che può essere considerato il migliore dei suoi lavori dopo il rientro e non solo. Registrato al fantasy Studio, in california, il 10 e 11 febbraio del 1988, “Yardbird Suite” segnò un gradito ritorno “a casa” legato al musicista che lo aveva maggiormente influenzato, Charlie Parker, ed il titolo è emblematico. L’altoista esplora le radici del bebop in un set contagioso e coinvolgente, suonando sei standard dell’era parkeriana (quattro sono un tributo al suo idolo) con il supporto del pianista Mulgrew Miller, del bassista Ron Carter e del batterista Al Foster. Morgan rende omaggio a Bird, ma non lo riproduce, facendone una fotocopia, per quanto in alcuni frangenti il suo modo di suonare, a tratti, non è dissimile a quello di Parker. Il sassofonista di Minneapolis ed i suo sodali riescono a rivitalizzare sei classici dell’era bop in maniera spontanea. disinvolta, impeccabile e con rinnovato entusiasmo. Se amate il bop, “Yardbird Suite” è sicuramente uno dei migliori album degli anni ’80 da aggiungere alla vostra collezione.

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