Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Clifford Brown, sulle tracce di un genio…

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Clifford Brown & J.J. Johnson – Get Happy, 1953
Resta sempre il rammarico per ciò che il genio inespresso, o parzialmente emerso, di Clifford Brown avrebbe potuto regalare al mondo dell’arte invisibile (così Duke Ellingnton definiva il jazz), se la sua breve vita non fosse stata stroncata anzitempo dalla malasorte. In questo album il giovane Clifford non è da solo, ma condivide il proscenio non con uno qualunque, ma con J.J. Johnson, forse il miglior trombonista della storia. Per verità storica bisogna aggiungere che al set non partecipò alcun “la-qualunque”. Brown e Johnson furono supportati al piano da John Lewis, amico di Miles Davis, il quale aveva suonato il piano in “The Birth Of Cool”, Jimmy Heath sax baritono e tenore, Percy Heat al basso e Kenny Clarke alla batteria. Registrato il 22 giugno del 1953 al WOR Studio di New York, le takes originali furono pubblicate per la prima volta dalla Blue Note su vinile da 10 pollici.

Questa nuova edizione gatefold della Jazz Images, contenete dieci tracce dall’ottima resa sonora e con una superba copertina curata nei dettagli, non avara di contenuti, ricca di particolari e con immagini di alta qualità, costituisce certamente una delle migliori testimonianze della breve, ma intensa carriera di Clifford Brown. L’album venne inizialmente attribuito a J.J.Johnson, infatti Brown, nella prima edizione, compare solo fra i sidemen. In un’edizione in CD, lo stesso materiale è contenuto in un raccolta chiamata “The Eminent J.J.Johnson”. Questa nuova pubblicazione rispetto all’LP originale contiene anche le alternate takes di “Isle Of Capri” e “Tumpike”.

Ascoltando attentamente, pur essendo Johnson all’epoca dei fatti più noto e caratterizzato come musicista, Clifford Brown gli ruba la scena: la sua tromba ha un’intensità da brivido, specie quando la band entra in modalità ballata. Il giovane Brown, con il suo modo carezzevole, flessuoso e spaziato, ma molto più ricco di note e sfumature, anticipava di anni, molte di quelle istanze sonore che lo stesso Miles Davis metterà in atto, mentre nelle partiture più concitate velocità, ritmo e quadratura della voce strumentale sono da accademia del jazz. La sua morte prematura, alimentandone il mito, ha fatto il resto.

Quello che oggi viene chiamato “Get Happy”, attribuito a Clifford Bown in comproprietà con J.J.Johnson, rimane uno dei documenti sonori più interessanti della storia del jazz post-bellico. Immancabile in qualunque short-list che si rispetti.

“Clifford Brown / Max Roach” – “Clifford Brown & Max Roach”, 1955
“Clifford Brown e Max Roach” nasce dalla prima session di un quintetto che ha cambiato le coordinate del jazz moderno. L’ensemble, purtroppo, ebbe vita breve. Clifford Brown ed il pianista Richie Powell, fratello di Bud, morirono insieme in un incidente stradale meno di due anni dopo l’uscita dell’album. Brown alla tromba e Roach alla batteria sono accompagnati da Harold Land al sassofono tenore, Richie Powell al pianoforte e George Morrow al basso.

La musica si sviluppa in contesto tipicamente bop ma ne supera immediatamente gli schemi, divenendo uno dei primi documentati esempi di hard-bop. Clifford Brown appare assai sicuro e padrone dello strumento, tracciando linee melodiche chiare e precise con la consumata autorità ed il savoir faire di un vecchio esecutore e non quella di un giovane di appena 24 anni. Gli assoli del trombettista, su “Jordu” di Duke Jordan o sui tre originali da lui firmati, diventati nel tempo degli standard, “Daahoud”, “The Blues Walk” e “Joy Spring”, sono sempre calibrati ma espressivi, controllati ma coinvolgenti. Harold Land, si approccia costantemente al sassofono con fare fluido e sinuoso in piena e sinergica condivisione del percorso sonoro con Clifford Brown, soprattutto nei molti passaggi all’unisono, prima di lanciarsi verso inventivi ed innovativi assoli. Richie Powell al pianoforte e George Morrow al basso si adeguano al moderno ed aperto l’approccio ritmico, ispirato dal raffinato drumming di Max Roach.

Prima di formare il quintetto con Clifford Brown, il batterista aveva già conquistato un posto di rilievo nell’ambito del jazz moderno, suonando la batteria con Coleman Hawkins e Dizzy Gillespie, prima di apparire in quasi tutte le più importanti registrazioni di Charlie Parker, nonché in “Birth of the Cool” di Miles Davis. Roach aveva ristrutturato il drumming jazz, sperimentando uno stile aperto con un’enfasi lontana dall’uso pesante della grancassa, operando uno sviluppo più sottile e leggero con un incrocio di ritmi in corsa sui piatti, crash alto e rullante.

La sua innovativa procedura aveva definito un standard d’intervento ed una moderna tecnica per la batteria jazz. “What Am I Here For?”, composizione di Duke Ellington, ne è una dimostrazione lampante, soprattutto rivela lo stretto sodalizio e la perfetta sintonia della band. In “These Foolish Things”, un alassico degli anni ’30 di Jack Strachey e Harold Link, il basso di George Morrow viene utilizzato come strumento principale, offrendo un forte contributo al carattere innovativo dell’album. “Parisian Thoroughfare”, scritta Bud Powell, offre una suggestione particolare ed è forse il momento clou dell’intero set. Il pezzo inizia e finisce con l’imitazione estemporanea dei suoni del traffico parigino, per aprirsi ad una rappresentazione più equilibrata e rilassata della sicurezza e dell’ottimismo tipico della metà degli anni Cinquanta in America.

Nei due anni di sodalizio con Max Roach e della durata della band, Clifford Brown emerse come un indiscusso precursore di quel jazz in costante evoluzione, mentre il quintetto stabilì delle linee programmatiche nell’ambito dell’improvvisazione, raramente superate, ma spesso punto di riferimento molti altri artisti venuti dopo. Registrato in vari momenti , tra il 1954 ed 1955, a Los Angeles e New York, pubblicato in varie edizioni (ben confezionata e di buon livello sonoro questa della Jazz Images), l’album “Clifford Brown e Max Roach” viene annoverato fra i 100 dischi jazz più rappresentativi di ogni epoca.

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