Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Finalmente, possiamo entrare nel “Blue World”, il nuovo inedito di John Coltrane.

// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina //

C’è davvero qualcosa di magnetico e di attraente in “Blue World” di John Coltrane, in questo “nuovo regalo” per il mondo del jazz, che contiene una sessione accantonata per anni e realizzata tra un impegno e l’altro, un favore fatto ad un amico che gli aveva presentato un regista d’avanguardia canadese, il quale voleva un commento sonoro per il suo film. Per Coltrane fu solo una pausa a sostegno di una pellicola a basso costo, rivisitando, obbligatoriamente su richiesta dello stesso regista Groulx, alcuni pezzi del periodo Atlantic non eseguiti neppure più dal vivo. Il sassofonista li ripropone come se quel giorno in studio aleggiasse uno spirito di generosità e di leggerezza.

Il quartetto di Coltrane è vibrante: “Blue World” contiene due splendide takes di Naima, un’intensa ballata del 1959, tre dell’accattivante “Village Blues”, una con dedica a Sonny Rollins, “Like Sonny”, un’esplorazione armonicamente audace della title-track eseguita in modale, e una coinvolgente performance d’insieme di “Traneing In”, per lo più improvvisata.

Soprattutto per i neofiti l’album potrebbe essere un attraente campionario di emozioni. Ai vecchi fans e agli esperti, consapevoli della potenza lirica e della profondità di “Crescent” che l’ha preceduto e dell’ipnotizzante e leggendario “A Love Supreme” venuto subito dopo, potrebbe appare come un interessante ibrido tra i precedenti metodi di Coltrane basati sui singoli brani dal taglio breve e il suo incandescente periodo di devozione mistica basato sulle lunghe suite. Infatti, in quello stesso anno, Trane aveva registrato due album tra i più importanti, ossia “Crescent” e “A Love Supreme”, dunque “Blue World” si colloca in una sorta di crocevia ideale, ma soprattutto beneficia del suono pulito e coesivo del cosiddetto “quartetto classico”, oramai proiettato verso un’ardente altrove.

Nel 1964, la fiamma creativa di John Coltrane bruciava al massimo della temperatura. Il sassofonista avrebbe abbandonato la fissazione per le armonie complesse e stratificate, e presto sarebbe stato il pioniere di un approccio più asciutto e votato all’improvvisazione di gruppo, allontanandosi quasi del tutto l’armonia occidentale e cambiando il corso della storia del jazz.

Nel 1964 tutto era cambiato, Trane usava meno note, e ognuna di esse occupava più spazio, ma con più attenzione non solo al dettaglio, alla singola esecuzione, ma a tutta l’armonia d’insieme. Forse “Blue World”, non è un vero full-album, senza le due takes alternative di “Village Blues” e una di “Naima”, ci sarebbero stati solo cinque brani, con un tempo di registrazione di circa 25 minuti, ma ciò non significa che il suono del gruppo sia meno intenso, rispetto a ciò che il quartetto aveva registrato poche settimane prima o che avrebbe registrato qualche settimana più tardi; al contrario contiene tutta la ricerca creativa di quegli anni. Anche qui Coltrane suona con un tono smagliante ed argenteo.

E’ vero, l’album contiene solo un pezzo inedito; la maggior parte sono versioni ri-registrate di materiale precedente; è molto più breve della maggior parte dei dischi di Coltrane, con un tempo di registrazione di soli 37 minuti. Eppure, anche questa volta il sassofonista dimostra che ogni motivo è valido per dissotterrare qualsiasi suo materiale perduto o accantonato e che, pubblicarlo, diventa sempre un’impresa degna di nota. Basterebbe solo il fatto che queste composizioni siano state eseguite in maniera differente, alcune per la prima volta, dal suo classico quartetto con McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso e Elvin Jones alla batteria.

“Blue World” rivela i progressi personali di Coltrane, così come la coerenza interattiva e i dettagli sonori che il quartetto aveva collettivamente raggiunto e stabilito nel 1964. Il gruppo aveva creato una sorta di brand dal tratto unico, sicuro e drammatico al contempo, più vivace e diverso dal tradizionale suono di Coltrane.

Come già spiegato, diventa significativo che questa sessione di registrazione, qualunque fosse stato l’elemento trainante o la motivazione, avvenne nel bel mezzo di due tra i lavori più espansivi e spiritualmente trascendenti di Coltrane, i quali avrebbero alimentato l’humus creativo di base per il resto della sua carriera musicale. Molto azzeccata anche la mossa di registrare nuove versioni di pezzi, stilisticamente per lui superati. Dal 1959 in poi tutto ciò che Trane aveva sviluppato in studio era completamente diverso.

Qualche merito va alla Impulse!, che non l’ha fatto di certo solo per amore dell’arte; del resto il precedente “Both Directions At Once” è stato un successo a copertura planetaria, avendo già venduto oltre 2,5 milioni di copie.

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