Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina //

Negli anni ’70 e ’80, in Italia, ci fu molto fermento creativo e produttivo, grazie ad alcune etichette discografiche, che presto raggiunsero una certa rinomanza mondiale, in particolare la SOUL NOTE, che distillò una serie infinita di album di eccellete contenuto, assolutamente in grado di competere con i colossi americani senza complessi d’inferiorità. Molti di questi lavori hanno rischiato però di finire nel dimenticatoio, se non ci fosse stato per l’interessamento di alcuni appassionati. Ve ne segnaliamo alcuni, davvero di notevole fattura, sia sotto il profilo artistico che della qualità del suono.

Jeff Hittman & Yoshitaka Uematsu – “Mosaic”, 1988
Registrato il 14 November 1986 al The Studio di New York e pubblicato solo nel 1988 dall’Italiana Soul Note. “Mosaic”, di Jeff Hittman, sassofonista tenore e Yoshita Uematsu, batteriasta, è un tributo alla musica e alla storia di Art Bakley & The jazz Messengers. Le assonanze ed i punti di riferimento con la felice stagione dell’hard-bop degli anni Sessanta sono molteplici.

I sei brani presenti nell’album costituiscono un mosaico con tanti frammenti disposti a regola d’arte. Si tratta di una sessione molto ben congegnata e piacevole, con due personaggi Jeff Hittman e il co-leader Yoshitaka Uematsu, relativamente ignorati dalle cronache jazz, a cui si unirono il trombettista russo, naturalizzato americano, Valerie Ponomarev, già colalboratore di Art Bakley, il pianista Larry Willis e il bassista Dennis Irwin. Hittman suona il tenore a metà strada un tra il suo idolo Sonny Rollins, Hank Mobley ed primo John Coltrane, specialmente durante “On Luck”. Ponomarev si muove con agilità ed esperienza, quasi a ruota libera; Larry Willis, nella sua solita forma smagliante, aggiunge consistenza ai momenti più significati del set con una progressione pianistica ricca di soluzioni e spunti; dal canto loro Irwin e Uematsu offrono un sostegno perfetto dalla retroguardia. Ben organizzata la track-list, imperniata su due composizioni originali di Hittman, “Code E” e la già citata “On Luck” che non sfigurano accanto “New York Bossa” di Steve Grossman, “The Opener” di Hank Mobley, e due differenti versioni di “Cedar’s Blues” di Cedar Walton, sviluppati con un andamento mid-range.

“Mosaic”, racchiude la quintessenza del tipico suono newyorkese degli anni ’60, grazie ad un articolato quintetto che, con estrema destrezza e sapienza tecnica, riesce a sistemare e dispiegare a regola d’arte le note attorno a vari modelli bepop. come se fossero le tessere di un mosaico Un disco consigliatissimo, soprattutto a quanti non cercano nel jazz compiti difficili da sbrogliare. Ottima la qualità sonora del vinile.

Frank Gordon Sextet – “Clarion Echoes”, 1985
La tromba ha una gamma relativamente limitata di dinamiche, trame e inflessioni rispetto, per esempio, ad un sax. Ecco perché i dischi dei trombettisti dove è presente uno o più sassofoni, solitamente hanno lasciato un segno nella storia: molta della produzione di Miles Davis ne è una conferma, ma lo sapevano bene anche Kenny Dorham, Lee Morgan, Freddie Hubbard, ed altri illustri musicisti che hanno fatto la storia del jazz moderno, recentemente, perfino, Wynton Marsalis. Frank Gordon, trombettista per lo più sconosciuto alle cronache jazz, ma dalle ottime potenzialità, ne era ben consapevole quando decise di mettere insieme questo solido sestetto per “Clarion Echoes”, il suo album di debutto per l’etichetta italiana Soul Note.

Registrato al Classic Sound Studio di New York, il 5 ed il 10 giugno del 1985, il disco ha tutte le credenziali per inserirsi su una sorta di linea di continuum che dall’hard-bop degli anni ’50 si dipana fino ai decenni successivi, attraverso gli aspetti mutevoli e cangianti del cosiddetto post-bop. Oltre a Frank Gordon alla tromba, al set parteciparono Bobby Watson sax contralto, Ari Brown sax tenore, James Williams pianoforte, Rufus Reid contrabbasso, Carl Allen batteria. Pur mantenendosi nel solco della tradizione, l’album non disdegna taluni approcci legati alle avanguardie, almeno nell’impostazione stilistica e formale, soprattutto per il taglio esecutivo del band-leader, a volte irregolare ed imprevedibile, altre foriero, specie sulle ballate, di un tono crepuscolare ed autunnale, dove il patos dello strumento raggiunge vette elevatissime. A fargli da contraltare e ad espandere la gamma tonale delle sue creature sonore, il sax contralto di un gregario di lusso come Bobby Watson, supportato dal tenore di Ari Brown. Tutte le composizioni, sei su sette, sono firmate dal band-leader, ad eccezione della toccante versione di “I Remember Clifford Brown” di Benny Golson.

L’inizio con “Take Off” è subito convincente, tanto da indurre chiunque a proseguire l’ascolto. Lo start è fulminante hard-bop, fatto di linee irregolari e contrasti che stimolano la progressione e lo scambio fra i tre strumenti a fiato, mentre la sezione ritmica, lavora ai fianchi con passo sostenuto. Dopo l’omaggio a Brown in cui i principali anfitrioni sono la tromba di Gordon ed il piano di James Williams, “Libra” s’immola sull’altare del soul-jazz, con linee potenti, discontinue ed innervate di funk. “Illusion”, che chiude la prima facciata, è una breve digressione sotterranea.

La B-Side si apre con “Convulsion”, brano che segue un procedimento simile al precedente “Libra”, ma con un incedere meno irruento e più spaziato, dove la tromba del leader apre ai sidemen, i quali si susseguono a turno. Dopo un interlocutorio assolo di piano, il contralto di Bobby Wotson porta l’ensemble sul tetto del mondo, dal canto suo il bassista Rufus Reid prepara il terreno al tenore di Ari Brown, il quale chiude i giochi. La title-track, “Clarion Echoes” cala l’album in una dimensione onirica, riproducendo delle sonorità quasi arcane e sfuggenti. Sul finale, uno dei momenti più riusciti con “El Toro” che trasfonde qualche goccia di sangue ispanico, mente i fiati tagliano l’aria con riffs veloci e declamatori, quasi ad annunciare e poi descrivere una scena cinematografica modello “sangre y arena”.

“Clarion Echoes” del Frank Gordon Sextet è uno di quei dischi da rispolverare e suonare a tutto volume. Aggiungetelo pure alla vostra già ricca collezione, non vi deluderà!

Claudio Fasoli, Kenny Wheeler, J.F. Jenny Clark & Daniel Humair – “Welcome”, 1986
Registrato al Barigozzi Studio di milano il 26 marzo del 1986, “Welcome” si basa su otto composizioni originali di Claudio Fasoli, sassofonista veneziano venuto alla ribalta negli anni ’70 quando iniziò a far parte del Perigeo, assieme a Franco D’Andrea e Giovanni Tommaso. Oggi ottantenne, ma molto attivo, continua a mantenere viva la fiamma creativa in perfetto equilibrio tra classicità e modernità. Il disco in oggetto è una sorta di progetto inter pares, in cui Fasoli sposa la sua causa a quella del trombettista e flicornista Kenny Wheeler, del batterista Daniel Humair e del bassista Jean-Francois Jenny Clark.

Come scrive Nat Hentoff tra le note di copertina: “Quello che Fasoli e i suoi colleghi fanno in di questa sessione riporta alle loro radici radici. Un sorta di chi siamo e di che cosa abbiamo vissuto”. L’album affonda le radici in una sorta di post-bop a tinte soul dai movimenti trasversali ed imprevedibili, che in quegli anni era divenuto la lingua internazionale, sia per i musicisti che per gli appassionati. Sarebbe riduttivo parlare di free-jazz, poiché lascerebbe presupporre una sorta di delirio incontrollato; per contro le improvvisazioni, anche quelle più oblique sono caratterizzate da una perfetta ricercatezza lirica, da un ottima quadratura melodica e da un approccio compositivo che valorizza sia la concretezza che l’atonalità in una logica prettamente compositiva e legata alla partitura. Lo spirito beffardo di Albert Ayler sembra aleggiare nell’aria, soprattutto quando il sassofonista si spinge il registro del suo strumento verso altezze siderali, ma senza i caroselli circensi e claxonati; così il fantasma di Ornette Coleman e quello di Don Cherry sembrano fare da eco agli scambi fra la tromba di Kenny Wheeler e il sax di Claudio Fasoli.

Un ascolto più attento ed uno scandaglio più profondo mettono in rilievo le assonanze fra Fasoli ed il Wayne Shorter più sperimentale, in particolare in “Zen” ed “Empitiness” sicuramente le due tracce più riuscite dell’album, a cui fanno da contraltare le ornettiane “Oblivion” e “Invisible Sound”. “Welcome è un album ben suonato e di forte spessore creativo. Sarebbe un peccato non aggiungerlo alla vostra collezione. Si consiglia almeno un ascolto. Ottima la qualità sonora del vinile su etichetta Soul Note.

Michele Rosewoman Quartet – “The Source”, 1984
L’album “The Source” di Michele Rosewoman Quartet, pubblicato dall’etichetta italiana Soul Note, contiene solo composizioni originali scritte dalla pianista e registrate presso lo Studio Barigozzi di Milano, il 26 aprile 1983. Un donna al comando, Michele Rosewoman al piano, con la complicità di Baikida Carroll alla tromba o al flicorno, Roberto Miranda al basso e Pheeroan akLaff alla batteria.

Questo disco è un tesoro di driving, esecuzione e scrittura radiosa.”, così lo definiva, L.A.Weekly. Potremmo aggiungere che questo album sia una sorta di piccola opera mingusiana, dove l’ingegnosità delle composizioni, l’integrazione complessiva delle strutture e le variabili melodiche della Rosewoman inducono ad una resilienza che premia l’ascolto ripetuto. C’è qualcosa di sacrale e di onirico nella musica di Michele Rosewoman, una jazzista in grado di cogliere il potere trascendente del jazz. La ricerca spirituale, il senso del mistero e l’intensità rituale motivano le sue scelte compositive ed esecutive, che pur partendo da elementi di culture differenti riesce sempre a cogliere gli aspetti più globali e totalizzanti dal jazz. La sua musica è una concentrato di fluido sonoro dove s’incontrano Mingus, Coltrane, Ornette e Monk. disciolti in un sapiente post-bop, impresso su un tracciato irregolare, libero dai catenacci della tonalità ed ipermodale.

Originaria di Oakland in California, ma musicalmente newyorkese, Rosewoman, da sempre attratta dalle avanguardie, ha sviluppato un’indagine sonora radicata nella tradizione, ma sempre protesa alla ricerca di nuove idee.

La title-track, “The Source” della durata di oltre 16 minuti, è una sorta di cerchio magico che si evolve attraverso una spirale di ritmo e suoni che rendono omaggio al jazz afro-americano: è come vedersi passare davanti trent’anni di storia dell’hard-bop e del post-bop. La progressione pianistica della Rosewoman è da accademia del jazz, mentre la sua fuga in solitaria viene spesso diluita dalla tromba di Baikida Carroll. Altro punto focale dell’album è sicuramente “For Monk”, un omaggio spigoloso ad un eclettico e geniale pianista non catalogabile in uno schema. La Rosewoman energizza e velocizza quelle che erano le linee pianistiche monkiane, per intenderci, da l’idea di suonare come il Monaco, ma in maniera più veloce. Ottimi gli innesti della tromba, soprattutto a tre quarti del percorso, quando suona in solitaria, mentre la sezione ritmica risulta formalmente in stand-by. In quasi 9 minuti, c’è spazio anche per degli ottimi assoli di basso e batteria. Nella sua progressione obliqua e trasversale, il pezzo che descrive meglio le intenzioni della pianista è certamente “To Be Cont”, dove il piano elabora melodie dissonanti; dal canto suo Baikida Carroll le risucchia attraverso gli ottoni, per poi riversarle attraverso vampate taglienti; il trombettista talvolta squittisce inseguendo la progressione dissonate, quasi al limite della cacofonia, mentre il groove si sposta dal normale flusso dello swing verso una palude di ritmi afro-caraibici. L’abilità della pianista consiste proprio nel creare una decorazione sonora, stratificando melodie e ritmi con uguale forza e peso.

“The Source” di Michele Rosewoman Quartet è uno di quei dischi che tutti dovremmo avere, anche se la nostra supponenza ci potrebbe portare a credere che non sia necessario. Eccellente qualità sonora del microsolco, come, del resto, tutti i vinili della Soul Note.

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