Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

ASIA/AFGHANISTAN – Padre Scalese: “Sì al cessate-il-fuoco, stop alla violenza sui civili”

Kabul – “La priorità è ridurre la violenza sui civili, per poi ottenere la fine della guerra con il dialogo politico”. Il sacerdote Barnabita Giovanni Scalese, responsabile della Missio sui iuris a Kabul, auspica che la guerra afghana possa essere risolta con il negoziato. “Il cessate-il fuoco è quanto chiede e ciò di cui ha bisogno la popolazione civile”, dice padre Scalese, “preghiamo affinché avvenga il prima possibile”.
La visita inaspettata di ieri del presidente Usa Donald Trump alle truppe statunitensi nella base afghana di Bagram potrebbe favorirne la ripresa. “I colloqui con i Talebani stanno per ricominciare”, ha dichiarato Trump di fronte ai soldati. “Noi ridurremo le truppe, i talebani sembrano pronti al cessate il fuoco”. È, questa, la richiesta avanzata ai Talebani alcune settimane fa dal consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Ashraf Ghani, Amdullah Mohib, come condizione al negoziato. “Parlare con chi è diverso da noi, con chi ha posizioni opposte, è la cosa più difficile, ma è indispensabile per risolvere i conflitti”, nota padre Scalese. Finora i Talebani hanno rigettato ogni ipotesi di colloquio diretto con il governo di Kabul, che considerano illegittimo, preferendo negoziare con Zalmay Khalilzad, l’inviato di Trump per l’Afghanistan. Per quasi un anno Khalilzad ha incontrato la delegazione degli “studenti coranici” a Doha, in Qatar, arrivando molto vicino alla firma di un accordo. L’intesa prevedeva il ritiro graduale delle truppe straniere, la garanzia dei Talebani che avrebbero sciolto ogni legame con i gruppi jihadisti a vocazione globale, infine un cessate il fuoco e la disponibilità a sedersi al tavolo negoziale con il governo di Kabul. Nel corso del confronto gli ultimi due punti sono però stati derubricati come “secondari”, e il presidente Ghani ha lamentato l’esclusione dalle trattative, interrotte poi improvvisamente da Trump il 7 settembre.
La visita del presidente statunitense in Afghanistan avviene a pochi giorni da un importante scambio di prigionieri: il 19 novembre tre autorevoli esponenti dei Talebani sono stati liberati in cambio del rilascio di due docenti sequestrati dalla rete Haqqani a Kabul nell’agosto 2016. Ma arriva anche nel mezzo di una grave politica post-elettorale: a due mesi dalle presidenziali del 28 settembre, i candidati favoriti, lo stesso Ashraf Ghani e il primo ministro Abdullah Abdullah, si accusano reciprocamente di brogli. Alcune migliaia di sostenitori di Abdullah oggi hanno manifestato a Kabul, criticando il nuovo conteggio avviato dalla Commissione elettorale e chiedendo di escluder, per presunte irregolarità, circa 300.000 dei due milioni di voti registrati. Ghani, invece, sta capitalizzando politicamente l’incontro bilaterale avuto ieri con Trump. Sia Trump sia Ghani si rivolgono ai Talebani: “Se siete onesti nel volere la pace, accettate il cessate il fuoco”.

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