Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Piccole gemme di casa Red Records, la storica etichetta jazz italiana

di Francesco Cataldo Verrina

Edward Simon – “La Bikina”, 1998
“La Bikina”, piccolo gioiello di jazz contemporaneo, fu dato alle stampe originariamente dall’etichetta Mythology. Un encomio solenne va subito a Sergio Veschi per aver ripubblicato questo album su Red Records. Il pianista utilizza molti elementi, non ultimi quelli ereditati dalla cultura musicale venezuelana; nel suo background si possono rivenire tracce di jazz tradizionale e moderno. Le composizioni spaziano dai canti yorubani al miminalismo sonoro, dal neo-bop con l’aggiunta di lunghe linee di sassofono, al tracciamento di paesaggi sonori classicheggianti, fino ai derivati della Santeria afro-cuban, muovendosi dal bop all’avant-guard con estrema disinvoltura.

Originario del Venezuela, Simon fece capolino sulla scena jazz nordamericana con la band del sassofonista Bobby Watson sul calare degli anni ’80; seguirono tournée e registrazioni in veste sideman con il trombonista Robin Eubanks, il sassofonista Greg Osby e il trombettista Terence Blanchard. La “Bikina” si avvale di due sassofonisti, David Binney sax alto e Mark Turner sax tenore, e di un cast di tutto rispetto: Adam Cruz batteria e percussioni; Ben Street basso, Pernel Saturnino percussioni, Diego Urcola tromba e Milton Cardona voce. Il piano di Simon è stupefacente, sia che si tratti di linee veloci e dure che di temi accattivanti, ruffiani e perfetti per uno sottofondo rilassante. I sassofonisti, Mark Turner più in stile combo sul tenore e Dave Binney molto più personale sull’alto, creano l’ossatura sonora anche per gli altri musicisti e alimentano l’improvvisazione, diventando il centro propulsore della melodia; in “Uncertainty”, ad esempio, tirano la volata al piano di Simon. Questa prima composizione del band-leader è caratterizzata da un’atmosfera latina sottolineata da un fraseggio lussureggiante e da un’aria di rilassata tensione; il movimento tematico è graduale, ma stimolante, mentre l’approccio multi-dimensionale di Simon si esalta in un assolo a claster, che pone l’accento sulle progressioni armoniche e le corse veloci fatte di singole note; il batterista/percussionista Adam Cruz utilizza le pans per aggiungere colore ed equilibrio a tutto l’insieme. “The Process” è mid-range con la vocazione alla ballata espansiva, una vetrina per l’acuto senso di sviluppo compositivo di Simon, arricchita da un sostanzioso contenuto melodico. Simon non perde mai un colpo ed è particolarmente abile nel mantenere l’interesse dell’ascoltatore allo stato di veglia.

Tra i brani più suggestivi dell’album vanno segnalati: “Ericka”, giocata su temi mimimalistici, dove Turner raggiunge quel rarefatto registro superiore ‘Trane-derived, mentre la “Quinta Anauco” impiega un basso ostinato, divenendo una sorta di trance amorosa, lenta e struggente modello valzer-ballata; la tilte-track, “La Bikina” beneficia delle pronunciate incursioni di Binney, Turner e del trombettista Diego Urcola; l’interazione di Simon è ricca di sfumature e di armoniche, mentre molti elementi latini coabitano al fine di ricreare la tipica atmosfera per la celebrazione di un torero trionfante o, forse, di una parata festiva; l’ambientazione sonora si riscalda progressivamente e buona parte del merito va attribuita al batterista Adam Cruz, il quale funge da catalizzatore con un ritmo guida decisamente prominente. Il canto di apertura “The Prayer”, con l’intervento vocale di Milton Cardona, rimanda a “El Manisero (The Peanut Vendor)”, canzone cubana, divisa in due parti: la prima con un intervento solistico di Simon da manuale srotolato sul fiorente tappeto ritmico, su cui si innesta in successione il sax alto di Binney dai toni taglienti e penetranti; nella seconda parte un brusco cambio di tempo apre una prateria per la progressione del pianoforte; a suggello un deciso ed energico assolo di batteria.

“La Bikina” è un album completo, fatto di pura sostanza sonora, senza zavorra e riempitivo, impreziosito da un costante gancio melodico facilmente memorizzabile. Simon dimostra, dall’inizio alla fine, di essere una penna fluida capace di distillare arrangiamenti fantasiosi e di elevato livello, un eccellente esempio di jazz contemporaneo con molti colpi di scena non convenzionali, che ha segnato una curva di crescita nella fiorente carriera del pianista/compositore. Un album altamente raccomandato, un “must have” per qualunque collezione jazz che si rispetti.

Fabio Morgera Quintet, Feat. George Garzone – Take One, 1985
Quando questo album fu dato alle stampe nel 1988 dalla Red Records, Fabio Morgera aveva appena 25 anni, eppure appariva già come un musicista maturo e consumato ed un compositore sopraffino alla ricerca di un’atmosfera pura, di uno stampo riconoscibile e di un suono unitario, sia pur diversificato nell’ispirazione ideale: tutte e sette le tracce dell’album recano la sua firma. Dopo un esordio fulminante con la band di Gaslini, Morgera aveva lasciato l’Italia per trasferirsi in USA, spinto da un forte interesse verso la comunità afro-americana al fine di conoscere le radici antropologiche del jazz. Le sue parole sono emblematiche: “Esistono differenze fra cultura Black e cultura Europea, cioè fra una visione Afrocentrica e una Eurocentrica. Visto che l’Africa è la culla dell’Uomo e della civiltà, conviene scegliere la prima. Vanno però anche studiati bene i poliritmi di derivazione Afro, le claves, il blues ecc. Il colore della pelle è irrilevante”.

Certamente New York non appariva come una città facile per chiunque giungesse da lontano, ma il giovane trombettista italiano riusci, in breve tempo, a farsi apprezzare anche dall’altra parte dell’Oceano, divenendo membro del Groove Collective, formazione dai tratti musicali multetnici. Il suo approccio alla musica e alla composizione, in questo come in altri album che verranno, parte sempre da una forte convinzione, ossia evitare di guardare sempre il jazz attraverso la lente eurocentrica, senza capirne l’essenza.

Tutto ciò aiuta molto a tracciare le linee fondamentali della musica del Fabio Morgera Quintet in “Take One”, un sistema sonoro, dove il jazz s’innesta tra il piacere della melodia, attraverso una scrittura chiara ed aperta, e soluzioni ritmiche innovative, ma sempre in perfetto equilibrio. Ottimo il dialogo con il sassofonista George Garzone, il quale si cimenta sia al tenore che al soprano, coprendo la prima linea con il band-leader e diventando una sorta di comprimario di lusso del progetto. Il quintetto comprende anche il pianista Christian Jacob, il bassista Gil Bocle e Marcello Pillitteri alla batteria.

Registrato al Sound Studio di Boston nel dicembre del 1988, l’album si apre con “15A” un mid-range dal cadenzato ritmo funky e da sapore soulful, dove tromba e sax sembrano descrivere un viaggio esplorativo per le strade della metropoli; “Paperino”, intensifica la componente funkoide, soprattutto l’apporto ritmico dalle retrovie diventa più spinto ed articolato, quasi a voler alimentare le fughe improvvisative dei due strumenti a fiato, mentre il pianoforte fa da interludio con metronomico martellìo, tanto che il gioco melodico-armonico riporta alla mente certe atmosfere dei Jazz Messengers; “Your Soul”, è un’intesa ballata notturna che deambula flessuosa e con passo felpato, cercando di rubare l’anima alla notte, la tromba di Morgera scava nel profondo dei sentimenti, mentre Garzone, imbracciato il soprano gli fa da eco con punte lancinanti di soul; “Diana”, riprende lo schema sonoro iniziale e le luci della città si illuminano ancora a colpi di soul-jazz, con qualche accenno latino; Morgera e Garzone, superano gli schemi del post bob, alternandosi su terreno modale spinto, ma non rovinoso, anche il pianoforte di Jacob sembra zampillare, ma la quadratura melodica è garantita; “Aphrodite” scivola come un fiume carsico, sotterraneo, dove le acque diventano presto cristalline attraverso il lento effluvio sonoro della tromba, che dispensa note levigate con eleganza e parsimonia, mentre il piano quasi appassionato fa da preambolo ad un piacevole movimento di alternanza tra i due fiati, i quali si susseguono con frasi brevissime; “Fourth Dimension”, riporta ancora in alto la pressione sonora con un battito scandito da un cuore metropolitano, che pulsa sotto ondate di sangue misto swing, ossigenato nel funk; “Leidseplain” è una lunga progressione melodico-armonica a più strati, con salite e discese, momenti molteplici in agro-dolce e con un crescendo dove gli strumentisti sembrano perdere i freni inibitori, in particolare l’avanza di Garzone sembra una fuga quasi a volo libero, perfino la sezione ritmica incalza con colpi decisi e martellati e con cambi di tempo a raffica, come per incanto il finale diventa una quiete dopo la tempesta.

Sarebbe un peccato, non aggiungere “Take One” alla vostra collezione; un album dallo spirito vitale, che traccia molto bene il profilo di un giovane trombettista, con la predisposizione a diventare un compositore di elevata statura, attraverso una corrispondenza ideale tra fonte d’ispirazione e piano attuativo del progetto sonoro.

Sal Nistico – “Empty Room”, 1988
Salvatore Nistico, detto Sal, di chiare origini italiche, è stato un tenore di rango, con collaborazioni importanti, tanto da poter essere avvicinato ai grandi afro-americani del sax. In questo album della Red Records è saldamente al timone di un eccellente line-up tutto italiano. Registrato al Soundvideocat Studio di Rome il 27 febbraio del 1988, “Empty Room” può sicuramente essere annoverato fra gli album più riusciti della carriera del sassofonista, prematuramente scomparso a soli 53 anni, solo 3 dopo questa pubblicazione; un esempio di jazz di elevata qualità con una sezione ritmica tutta italiana che suona superbamente: Rita Marcotulli al Piano, Marco Fratini al Basso e Roberto Gatto alla batteria.

Davvero difficile trovare interpretazioni migliori di gemme come “Inner Urge” o “Lush Life”, che da sole valgono il prezzo della corsa. Marcotulli evidenzia tutta la sua genialità già dal primo assolo in “Come Rain or Come Shine”, dove impianta un’architettura, un melodismo ed un’invenzione ritmica da accademia del jazz, eclissando perfino l’eccellente sforzo del leader che la segue a ruota. Il suo approccio ha una netta somiglianza con i primi lavori di Keith Jarrett; è costantemente brillante, alimentando con un tocco intelligente i sofisticati accordi di Nistico, il quale interpreta il ruolo di “maschio dominante” in maniera fluida, elegante e magistrale, snocciolando tutto il bagaglio di swing ed il vocabolario bop in suo possesso. Si dice spesso che la qualità di un artista jazz si possa valutare dal modo in cui suona una ballata. Nistico supera la prova a pieni voti, interpretando “Lush Life” di Strayhorn in maniera calibrata, con profonda convinzione, ma senza sentimentalismo o finta malinconia.

Al centrotavola, c’è la più riuscita composizione di Joe Henderson, “Inner Urge” che, ripresa a briglie sciolte, mette in luce le capacità di conversazione del sassofonista con la band: sia l’abilità dei sidemen, che la determinazione del band-leader, esprimono una forte oscillazione carica di ritmo. Sul finale, Nistico e il batterista Roberto Gatto si producono in uno straordinario scambio, a più riprese. La Title-track, “Empty Room” è una ballata mid-range che evoca una sorta di malinconico stato d’animo, frutto dell’umore di Nistico e della Marcotulli, soprattutto nei momenti in solitaria.

Lo standard di Sammy Cahn, “I Should Care”, sembra quasi un gioco sbarazzino ed irriverente, il suo andamento vivace e uptempo rimane sostenuto per circa cinque minuti, fino a quando non interviene un cambio di rotta, dove il tempo e l’umore scivolano avanti e indietro, lenti ed avvolti da una rarefatta atmosfera. “Hymn” di Charlie Parker è una stimolante dichiarazione bop con assoli assai caratterizzati ed espressivi da parte dei due solisti. “Empty Room” può essere considerato come una sorta di espressione sonora, che attinge al più venerabile ceppo della tradizione nordamericana, filtrata attraverso la lente di un jazz di concezione europea, ma non per questo inferiore.

Dida Pelled – Plays And Sings, 2010
Israele è una terra difficile, di certo non nota alle cronache per la musica, anche se molti musicisti provenienti da quei paraggi, negli ultimi decenni, si sono fatti notare nell’abito del jazz a vario titolo. Il merito va alla Thelma Yellin High School Of The Arts di Tel Aviv, vera e proprie incubatrice artistica di talenti, da cui proviene anche Dida Pelled, talento chitarristico dal suono rotondo caratterizzato da forti capacità comping e linee soliste soulful a note singole, mentre la sua voce possiede una speciale qualità emotiva, al contempo rilassante ed inebriante.

Dida nasce come promessa del jazz israeliano e, dopo aver affinato il suo stile nell’esercito, vola a New York, dove incontra il suo pigmalione, Fabio Morgera, produttore di questo suo debutto discografico con la Red Records. In Plays And Sings, la giovane chitarrista dimostra di essere un’anima consumata, capace di creare interpretazioni senza tempo, rielaborando temi classici con un gusto moderno. Non ci troviamo di fronte ad una piccola donna o una chitarrista che occasionalmente prende un microfono per deliziare gli astanti: Dida Pelled canta e suona con pari abilità, costituendo un unicum nel suo genere. L’album del suo debutto attinge a quei suoni della tradizione che risiedendo nel profondo di un sogno collettivo, ma con le dinamiche della contemporaneità espressiva, dove musica e canto hanno lo stesso valore ponderato, in perfetto equilibrio sulla bilancia creativa: l’elemento strumentale non è propedeutico alle fasi cantate, cosi come il contenuto canoro non un’appendice delle partiture sonore con la finalità di diluente o di gancio attrattivo.

Registrato all’Atlantic Sound Studios di New York il 29 maggio del 2010, l’album si sostanzia in undici evergreen riproposti in una veste del tutto nuova, dove la cantante israeliana e accompagnata dal bassista Tal Ronen e dal batterista Gregory Hutchinson, responsabili in massima parte di queste fascinose performances dall’andamento oscillante, a cui fanno da corollario due trombettisti di rango, i quali si inseriscono a turno ed occasionalmente, aggiungendo spessore e tenuta all’intero processo musicale. Roy Hargrove fornisce alcuni contrafforti e qualche caratterizzato intervento solista in “Our Love Is Here To Stay”, alimentando l’atmosfera grooving in “Fried Pies” di Wes Montgomery, e determinando le variazioni di umore in un classico per tutte le stagioni come “Can’t Take My Eyes Off You” di Frankie Valli, mentre il produttore Fabio Morgera arricchisce Three Coins In The Fountain” con il suo lavoro di tromba dai toni puliti “, per poi ricomparire, splendidamente in sordina, in “More Than You Know”.

La voce di Dida si attaglia magicamente agli umori strumentali che mirano più ad esaltarne più l’espressione che non il virtuosismo interpretativo e ruffiano; nel disco non c’è calligrafismo o esecuzione di maniera. Pur essendo un debutto, sembra piuttosto una prova matura e controllata al millesimo. La chitarra della Pelled, risulta oiacevolmente sognante in “More Than You Know”), irinica e divertita in “Stompin At The Savoy”. Quando si accompagna con la chitarra, crea una sorta di caldo involucro protettivo che si adatta millimetricamente al suo stile vocale. Le sue progressioni appaiono spesso ispirate allo quello stile rilassato tipico di Grant Green, dove tocco il blues si espande nel soulful, ma la sua capacità di trasformare la materia entra puntualmente in gioco; ad esempio, “Calcutta Cutie” di Horace Silver, non è più una mera allusione all’India, ma le linee spigolose della chitarra, l’esotico bass-riff di Ronen e una batteria con un timbro da percussioni la trasformano in una carovana musicale che attraverso un lungo deserto africano.

“Plays and Sings” di Dida Pelled è un debutto trenta e lode che garantisce all’artista israeliana un posto d’onore fra i giovani esponenti ed i continuatori del jazz mainstream del terzo millennio. Un disco, certamente, da aggiungere alla vostra collezione.

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