Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

TRE FACCE DI CHET BAKER, ARTISTA DEI TORMENTI E DELLE EMOZIONI

// SOLO VINILE di Francesco Cataldo Verrina //

Chet Baker rappresenta la fragilità dell’animo umano applicata alla musica. Le sue debolezze venivano sublimate attraverso un sound riconoscibile sin dalle prime battute: sembrava che quel soffio debole e sofferente, raccontasse una vita piena di tormenti, così mentre tromba emanava pathos, la sua voce sussurrava al mondo le umane paturnie. Ecco perché un artista come Chet Baker, pur non non essendo dotato di una tecnica sopraffina, ancora oggi, riesce a stabilire un forte empatia con la maggior parte degli appassionati di jazz e non solo. Il rapporto tra musicista e fruitore si stabilisce sul mero piano delle emozioni. Pur non avendo mai completato gli studi Chet Baker compensava con un “orecchio assoluto”, dono che madre natura concede solo ad una ristretta schiera di privilegiati, non era capace di composizioni memorabili, ma sapeva fare sue la partiture scritte da altri. Il primo ad accorgersi del suo talento, dopo averlo sentito in un piccolo club, fu Charlie Parker, il quale, telefonò subito ai suoi amici Dizzy Gillespie e Miles Davis, dicendo: “Attenzione, perché questo gattino bianco, appena crescerà, vi creerà non pochi problemi!

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Chet Baker & Art Pepper – “Picture of Heath”, 1961
Uscito anche con il titolo “Play Boy” nel 1956 ed atribuito al duo Chet Baker e Art Pepper, questo album fu ripubblicato nel 1961 con l’aggiunta di una traccia e con una differente denominazione, a causa di alcune beghe legali con l’omonima rivista per adulti. La nuova titolazione,“ Picture of Heath” è legata al nome di Jimmy Heath, autore di cinque pezzi contenuti disco; tre sono firmati Art Pepper. Indipendentemente dalla denominazione, i contenuti si riferiscono ad un set registrato il 31 ottobre 1956 al Radio Recorders Studio di Hollywood, il quale segno il terzo incontro tra Baker e Pepper con Carl Perkins al pianoforte, Larance Marable alla batteria, Curtis Counce al basso, e Phil Urso al sax tenore.

Tutto l’ensemble fornisce un’ottima interpretazione in ogni singola traccia, con un spirito collegiale ed unitario, nonché un atteggiamento gioviale, dando vita a quella che è probabilmente la più riuscita e più sostanziosa interazione e collaborazione discografica fra Chet Baker ed Art Pepper. In primo piano la title-track, “Picture of Heath”, dove Pepper omaggia Thelonious Monk, citando, in diverse occasioni, alcuni passaggi riconducibili a “Rhythm-A-Ning”. Ottimo lo scambio e l’intesa fra il contraltista ed trombettista soprattutto nella composizione di Pepper “Tynan Time”. L’elemento di fusione e partnership tra i vari solisti è assai in evidenza in “For Minors Only”, dove Baker e Pepper, producono una sorta di push and pull, avanti e indietro, favorendo l’avanzata dei sodali. “Picture of Heath” è un piacevole affresco di jazz primaverile, dal taglio giovanilistico, facile ed immediato, ma abbastanza strutturato da rispondere alle esigenze dell’ascoltatore più esigente e ricercato; un documento storico che non dovrebbe mancare in nessuna collezione jazz degna di questo nome.

Stan Gets & Chet baker – Line For Lyons, 1983
Registrato dal vivo il 18 febbraio 1983 al Södra Teatern di Stoccolma in Svezia, riprende uno dei momenti più toccanti, ma al contempo declinanti, di due due vecchi leoni del jazz, entrambi a torto collocati in quell’enclave californiana, dove la parola jazz sembrava bandita per essere sostituita da un termine insignificante come “cool”. “Line for Lyons” è un live set intimo e suggestivo, fatto di accordi ed stimoli sonori a tratti delicati, ma con vampate di calore che bruciano il terreno circostante e scaldano gli animi degli astanti.

Il disco ha un’ anima divisa in due, in parte condivisa a cominciare dall’iniziale “Just a Friend” dove Baker canta in maniera più disinvolta, anche il suo modo di suonare la tromba sembra rinvigorito e spronato dal tappeto ritmico e dalle arcuate progressioni del pianoforte di Jimmy McNeely, mentre Satn Getz, pur trattandosi di una ballata, alza la temperatura del suono fin dove è consentito. “Stella By Starlight è un una vetrina per il solito Chet Baker intenzionato a dispensare emozioni a bassa quota, solcando i mari della malinconia, ma mai con tono dimesso, mentre il basso di George Mraz e la batteria di Viktor Lewis, cadenzano senza tregua evitando il torpore. “Aregn”, riporta la macchina su di giri ed a stabilire tempi e modi questa volta è Stan Getz che volteggia sul tema melodico, dilatandolo a dismisura con un tono profondo ed energico, mentre la sezione ritmica serra i ranghi e gli regge il gioco, Baker non può che adattarsi.

La B-Side si apre con otto minuti di “My Funny valentine”, dove un ispirato Chet Baker sfoggia il meglio del suo languido repertorio, facendo vibrare le corde della nostalgia, attraverso un fiume carsico di emozioni che riaffiorano ad ogni assolo. Stan Getz si riprende la scena con “Milestone”, un ottimo swing mid-range in forma dilatata come un’Odissea sonora della durata di oltre nove minuti. “Dear Old Stckholm” è la sintesi perfetta fra i due fiati, mentre la breve e conclusiva “Line For Lyons” è un omaggio ai tempi che furono. Un disco per alcuni versi triste, ma nel senso più nobile e poetico del termine, dove due grandi protagonisti del jazz mondiale sul viale del tramonto si sostengo con grande rispetto e naturale complicità: i tempi del divismo, delle scorribande e delle prime donne erano oramai lontani.

Chet Baker Quintet – “Smokin”, 1966
“Smokin” è un album che presenta subito una particolarità: Chet Baker debutta al flicorno, esternando un sound più morbido ed introverso che amplia il suo orizzonte creativo, ma che gli consente di inerpicarsi al contempo su un terreno più articolato attraverso un incedere più deciso. Il quintetto, a parte lo stesso Baker, si completa con il sassofonista tenore George Coleman, Kirk Lightsey al piano, il bassista Herman Wright e Roy Brooks alla batteria, i quali non vanno molto per il sottile, scegliendo la modalità hard-driving, inducendo, in tal modo, il mite Chet a sfondare la barriera del classico suono cool. “Smokin” fa parte di un pacchetto di cinque album, registrati con lo stesso line-up per la Prestige in uno stretto lasso di tempo.

E’ questo un periodo di transizione, una sorta di spartiacque, nella tormentata carriera di Chet Baker, che diventa più ecumenico ed universale, quale interprete della sintassi jazz, recidendo il cordone ombelicale che lo legava al più contenuto stile West-Coast: la temperatura si alza ed il suono d’indurisce, senza che la componente lirica ed introspettiva ne risentano. Non possiamo parlare di hard-bop “selvaggio” in senso stretto, ma la qualità, lo stile e l’impostazione sonora sono decisamente “cool burnin”, tanto da riportare alla mente le grandi opere degli anni ’50 di Miles Davis del periodo Prestige. Chet Baker e George Coleman si completano a vicenda, mentre il flicorno scava in profondità, il sax cerca la via della salvezza attraverso un percorso più laterale e meno prevedibile. Coleman fa da contraltare alla quieto procedere Baker, riversando qualche goccia di Coltrane nel suo stile, ma senza sprazzi violenti. Lo scambio tra i due fiati diventa un valore aggiunto per la band, quasi che ognuno dei due esercitasse un controllo sull’altro, garantendo alle melodie uno sviluppo razionale e contenuto con l’optional della facile orecchiabilità.

Tre delle sei tracce dell’album, registrato a New York il 23, 25 e 29 agosto 1965, portano la firma del produttore Rchard Carpenter, in particolare la splendida “Rearin’ Back”, uno dei momenti più gioiosi dell’album, composta insieme a Sonny Stitt e segnato da una melodia ariosa dall’andamento vagamente calypso con la sagoma di Sonny Rollins sull’uscio di casa, perfino la ritmica scalciante ricorda quella di “Way Out West”, non è un plagio, però, solo un tributo ispirativo; “Grade ‘A’ Gravy”, sempre a firma Richard Carpenter, dove Baker e Coleman cercano di mettersi nelle scarpe ( o nei panni, se preferite) di Miles e Trane, inseguendosi e strattonandosi in un equilibrato gioco delle parti, sublime a tre quarti dell’opera l’assolo pianistico di Kirk Lightsey; “Serenity” è l’unico pezzo dell’album nelle corde naturali di Chet Baker, che imbeccato dal sinuoso sax di George Coleman e grazie al flicorno, smussa gli angoli del suono e perfora l’animo dei portatori sani di nobili sentimenti e dei cacciatori di emozioni notturne; a seguire “Fine and Dandy”, la traccia più lunga dell’album, un bruciante bop a scaglie soul che non lascia il tempo per pensare o per riprendere fiato, quindi anche Chet innesta la marcia e corre leggiadro, ma è il sax di Coleman che macina miglia e miglia di asfalto bruciante, sempre in odor di Coltrane, ottimo il contrappunto pianistico, rapido, ma non privo di complessità armonica; suggestiva l’interpretazione di “Have You Met Miss Jones?”, certamente il momento migliore per il Chet con il flicorno, il quale disegna scenari metropolitani e lunghe scorribande notturne, esternando un’anima “nera” ed una vicinanza al jazz-soul dei grandi trombettisti, il piano fa da ponte all’arrivo del sax che si esalta in un vorticoso crescendo, ma senza perdere il contatto con la dimensione melodico-armonica di tipo terreno.

“Smokin” è un album a cui conferire un elevato score, anche se commercialmente non avuto molta fortuna, eppure è di una godibilità estrema. Di certo è uno di quei dischi da avere, perché difficilmente, se non in queste fasi di passaggio, è possibile trovare un Chet Baker rilassato e reattivo, poiché sostenuto e rassicurato dalla presenza di altri validi solisti, così come accadrà nella parte terminale della sua carriera. Consigliato soprattutto ai neofiti ed a quanti non cercano nel jazz soluzioni cervellotiche.

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